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RIVISTA
Arbitrio

Elogio dell’Arbitrio

Auguri di Buone Feste e di un 2008 di liberazione!

(Redazione Virtuale)

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Nell’accezione corrente, siamo abituati a incontrare la parola “arbitrio” in contesti non esattamente confortanti: anarchia, disordine ed illegalità. Oppure ingiustizia o, ancora, di assenza di senso, o associata a una condizione di superiorità economica, fisica o militare. Proponiamo un recupero del termine “arbitrio” nella sue sfumature più nobili: religiosa, “libero arbitrio”, cioè quella facoltà umana che consente di agire, alternativamente, per il meglio o per il peggio, o filosofica, come liberazione dal giogo della necessità.

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obbiamo ringraziare la psicanalisi se oggi siamo in generale consapevoli delle angherie operate dal nostro dispotico Super-Io, perché questa consapevolezza ci permette di svincolarci dagli obblighi dettati dalle false ed eccessive concezioni di dovere e di responsabilità, inculcate dai nostri coscienziosi genitori e/o da autorevoli e dispotici educatori.

Non è raro che un siffatto condizionamento portasse un tempo a pensare che il nostro prossimo fosse in possesso di una dotazione di diritti maggiore della nostra.

E’ forse a causa della diffusione di questa specie di sindrome di insicurezza e, al suo opposto, della troppo disinvolta liberazione da essa, se oggi assistiamo alla spaccatura nel Paese lungo la direttrice tra le due concezioni della società, che si contrappongono sulla validità dell’articolo 3 della Costituzione Italiana:

    «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali di fronte alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
    E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese»

Il conflitto a cui si assiste avviene tra una concezione orizzontale della società – basata sui concetti fondamentali della Costituzione: rispetto delle persone e uguaglianza di fronte alla legge – e una verticale, una società a scale, dietro cui si nasconde il rispetto del privilegio: diritti in alto, doveri in basso.

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Secondo un accademico italiano che si è guadagnato una certa notorietà all’Università di Berkeley, Carlo M. Cipolla (1922-2000), per aver pubblicato nel 1988 un saggio dal titolo Allegro ma non troppo, le persone possono essere catalogate in quattro distinti gruppi, in base al loro comportamento tendenziale nel corso di una transazione:

  • Disgraziato (o Sfortunato): chi con la sua azione tende a causare danno a sé stesso, ma crea anche vantaggio a qualcun altro;

  • Intelligente: chi con la sua azione tende a creare vantaggio per sé stesso, ma crea anche vantaggio a qualcun altro;

  • Bandito: chi con la sua azione tende a creare vantaggio per sé stesso, ma allo stesso tempo danneggia qualcun altro;

  • Stupido: chi causa un danno ad un altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita.

È forse giustificato, dato il clima che si respira ultimamente in Italia, brillantemente catturato da un articolo del «New York Times» (1), propendere per l’opinione che nel nostro paese abbondino gli appartenenti a tutte le categorie. Tranne quella giusta.

Del resto, basta fare un veloce confronto tra due città: Siviglia in Spagna (da lì provengono le immagini che documentano questo articolo) e a caso una delle città italiane che si trovano alla stessa latitudine, ma sono note soprattutto per l'attività della loro Procura della Repubblica. Città che hanno ricevuto, nel corso degli anni, la stessa quantità di finanziamenti da parte della Unione Europea (2). Ci si rende conto così che forse in Italia abbiamo lasciato fare alla malavita organizzata un po’ troppo a lungo.

D’altra parte, non è vero che gli taliani non rispettano le regole. Gli italiani rispettano delle "altre" regole!(3) Il commerciante che si presta a pagare il pizzo è incline ad avvalorare e a sostenere una società verticale, è disposto a cedere i propri diritti. In due parole “sa stare al posto suo”. E’ il tipico esponente... di quale categoria? Al lettor l’ardua sentenza.

È forse eccessivo affermare che la realtà odierna induce le persone a comportarsi e ad agire per il peggio, piuttosto che per il meglio? In quest’area è in atto un’inversione delle posizioni di Antigone e Creonte, un «conflitto di norme». Gentaglia viene definito chi non rispetta i patti criminali, mentre ci si affida agli onesti per la riscossione delle tangenti, mica che gli possa saltare in mente di rubare ai ladri...(4)

Il riconoscimento e la gratificazione sono i più potenti strumenti di controllo sul comportamento umano. In senso inverso, il bisogno di riconoscimento costituisce la più grande schiavitù delle persone. Una schiavitù sottile che si esplica in entrambe le polarità: nell’impulso ad agire o, al contrario, ad astenersi dall’agire.

*

È questo meccanismo che ci fa dire «Ma chi me lo fa fare?» o ci tiene a rrota, dipendenti di un sistema scellerato di ricatti, punizioni e gratificazioni, dove la punizione più temuta per non conformarsi è la condanna alla solitudine: dov’è «pianto e stridor di denti».(5)

Intervistato dal «New York Times», Beppe Severgnini afferma:

    «Malessere è “Vedo tutto, ma non posso farci niente per cambiarlo”. Cambiare sistema significa cambiare i propri comportamenti personali: rifiutare certi compromessi, cominciare a pagare le tasse, non cercare raccomandazioni per trovare lavoro, non barare quando tuo figlio deve essere ammesso all’Università. Questo è il punto, abbiamo raggiunto un livello in cui sperare nell’arrivo di qualche salvatore che venga a salvarci non ha più senso. Mai come oggi, il nostro destino è nelle nostre mani».(6)

È giunto il tempo dei gesti arbitrari.

Nell’accezione corrente, siamo abituati a trovare questo termine – arbitrio – in contesti non esattamente confortanti: di solito lo troviamo impiegato quando si parla di anarchia, disordine e illegalità. Oppure d’ingiustizia o, ancora, di assenza di senso. Troviamo la parola arbitrio associata a una condizione di superiorità economica, fisica o militare.

Proponiamo invece un recupero del termine “arbitrio” nella sue sfumature originali: religiosa, “libero arbitrio”, cioè quella facoltà umana che consente di agire, alternativamente, per il meglio o per il peggio, o filosofica, come “liberazione dal giogo della necessità”.

    «Di fatto, il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità e dalla finalità esterna; si trova quindi per sua natura oltre la sfera della produzione materiale vera e propria.[...] La libertà in questo campo può consistere soltanto in ciò, che l'uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa. Ma questo rimane sempre il regno della necessità. Al di là di esso comincia lo sviluppo delle capacità umane, che è fine a se stesso, il vero regno della libertà, che tuttavia può fiorire soltanto sulle basi di quel regno della necessità».(7)

*

Viviamo in un sistema in cui tre grandi gruppi industrial-finanziari controllano l’84% dell’editoria, la distribuzione dei libri, televisioni e giornali. In due parole, il circuito della cultura. Se la possono scrivere se la possono suonare e se la possono cantare. In pratica sono in grado di produrre un libro, distribuirlo, promuoverlo, venderlo in quantitativi... industriali.

Non è questo il luogo per demonizzare il sistema economico liberale (all’italiana) che ha determinato questo stato di cose (forse però gli editori dovrebbero limitarsi a stampare, i distributori a distribuire e a vendere, e i mass-media a recensire). Stiamo solo dicendo che oggi, chi vuole scrivere, o chi vuole pubblicare libri onestamente, più che la libertà di farlo ha a disposizione corda in abbondanza per impiccarsi da sé. A parte la costosa attività di stampa, i tremilatrecento (circa) editori che producono il 16% della tiratura totale (8), per distribuire o per veder recensiti i loro libri, devono chiedere permesso a un concorrente ciclopicamente più potente.

Arbitrario, in questo caso, è andare avanti a testa bassa e fare il proprio dovere. Gli scrittori a scrivere, gli editori a pubblicare, i critici a recensire sugli spazi disponibili.

Arbitrario è, per un altro verso, dare voce a giovani e meno giovani letterati o autori, che non sempre hanno accesso alle pagine dei grandi quotidiani, alle voci che si nascondono nelle periferie letterarie (non soltanto geograficamente periferiche), sedimentazioni di cultura ignorate da questo Behemoth vorace e insaziabile che guarda in primis al profitto, alla comunicazione e all'immagine propria. È quello che facciamo da tempo – il 23 dicembre cade il nostro ottavo anniversario! – insieme al nuovo gruppo che costituisce la Redazione Virtuale di cui fanno parte tanti elementi del gruppo precedente. Attraverso di loro speriamo di poter aprire alla piccola editoria di qualità, sistematicamente esclusa dal circuito primario.

Arbitrario è l’attività di promuovere nel mondo una cultura che si basa su solide figure letterarie, come quelle di cui celebreremo le ricorrenze nel 2008 – tra cui: Berto, D’Annunzio, De Amicis, Landolfi, Masino, Ortese, Pavese, Pozzi, Quasimodo, Silone, Terzani, Vittorini... – e da lì parte a costruire nuovi linguaggi, a descrivere gli scenari, a tessere trame di emozioni e sentimento che costellano questa, più che annunciata, celebrata stagione del nostro scontento, già spettacolare nella sua grandiosa decadenza e nel suo imponente fatalismo. Per un altro anno, attraverso i nomi di un vicino o remoto passato ci proponiamo anche di ispirare altri autori a cercare, anche nella scrittura, quella libertà dalla necessità, insita in ogni attività arbitraria, che è prerogativa esclusiva dell’homo sapiens.


Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato su questo autore:



NOTE
1. Ian Fisher. In a Funk, Italy Sings an Aria of Disappointment, «The New York Times», 13 dicembre 2007
2. Non lo sappiamo, la buttiamo lì. Ci aspettiamo di essere contraddetti, caso mai, sulla base di dati documentali accurati e siamo pronti a rettificare e a scusarci.
3. A indicarcela sono Gherardo Colombo (ex giudice) e Francesco Centonze (docente di diritto), durante un incontro organizzato il 12 settembre da Libertà e Giustizia a Milano.
4. ibidem
5. (Matteo 22,1-14)
6. Ian Fisher. In a Funk, Italy Sings an Aria of Disappointment, «The New York Times», 13 dicembre 2007
7. Karl Marx, Il capitale, vol. III, Roma, Editori Riuniti, 1974, pag. 933
8. Istat, Statistiche culturali. Periodo di riferimento: Anno 2005. Diffuso il: 26 aprile 2007. Settori: Cultura. Periodo dei dati: Anno 2005. Collana: Annuari, n. 45.

Le immagini (dall'alto)
Siviglia, Puente del Alamillo, arch. Santiago Calatrava, 1992
Real Fabrica de Tabaco, ora Università di Siviglia
Stazione di Santa Justa, 1991
Alcazar del Rey



BIBLIOGRAFIA

Milano, 2007-12-18 20:48:06

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«Signor mio! Continuate a credere all'età della gente! In genere, è una convenzione. C'è gente che non è nata mai – voglio dire non ha cervello – o è nata solo ora, che è lo stesso, oppure da trecento anni, ma non connette. Gente, poi, che vede solo la roba; e questa è la più vecchia di tutte... Può avere anche tre anni. In realtà ne ha mille e trecento. La vecchiaia è questo»

(Anna Maria Ortese, Il cardillo addolorato)

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