I Vicerè, di Federico De Roberto, romanzo antistorico, saga dei principi Uzeda di Francalanza

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I Viceré (1894)


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Federico De Roberto, I Viceré
Einaudi Tascabili, 1990
pp.700, Euro 9,65

l centro di questo straordinario romanzo che ci occupa la mente e le mani per molte pagine di inaudita ricchezza - in quanto ad agganci con la storia e personaggi - si ritrova l’epopea d’una potente dinastia, la vicenda esistenziale, in buona sostanza, di un’antica famiglia catanese d’origine spagnola: gli Uzeda di Francalanza. E come sia venuto in mente, a De Roberto, di impiegare così poderosamente le proprie energie di letterato in un mondo di illustri personaggi che non ne apprezzavano il talento, è facile scoprirlo. Basta voltarsi indietro e guardare alla storia; volgere lo sguardo alla situazione sociale e politica in cui l'autore versava durante il processo di formazione del suo romanzo e immedesimarsi: un'epoca di cambiamenti, crisi, rinnovamento. L'opera che qui si analizza porta in sé un solo squarcio della lunga narrazione riguardante la vicenda genealogica degli Uzeda di Francalanza, venendo a costituire il secondo volume d’una trilogia che elenca in ordine d’uscita: L’illusione (1891), I viceré (1894) per l’appunto, L’imperio (1929, postumo).

Si diceva, dunque, che molte nobili menti, personalità di spicco e rilievo all’interno d’un insigne panorama letterario, non amarono De Roberto, né tanto meno la sua opera. Non si afferma che costoro ne lessero superficialmente le pagine, fraintendendo gli intenti dell’autore verista; si dice, comprendendo ancor di più la gravità del fatto, che ad un’attenta analisi la “fatica” de robertiana era apparsa fallimentare. Un nome tra tutti, Benedetto Croce, asseriva: «E’un’opera pesante, che non illumina l’intelletto come non fa mai battere il cuore (…)» (La letteratura della nuova Italia). Una stroncatura impietosa, senza via di fuga, schiacciante.

De Roberto fu troppo spesso e ingiustamente relegato sull’isola buia della sua arte indecifrata, trattato con sufficienza, superiorità e distacco; non certo da Verga e Capuana, amici e sostenitori, ma da tutti coloro che ne intaccarono l’immagine e che ancora oggi, nonostante l’importanza dell’autore nel quadro verista, fanno sì che nelle scuole non se ne studino a sufficienza o affatto le sorti. E per calarsi maggiormente in questa crudele verità, giova citare il commento di un apprezzato critico, Renato Serra, che nelle sue Lettere del 1913 scriveva: «(…) la sincerità di De Roberto non arriva ad essere originalità, e la sua fatica è più nobile e acuta che non veramente felice».

La vicenda dei principi di Francalanza, quindi, seppure infarcita degli avvenimenti storici del lontano Ottocento, a molti risultò e continua a risultare poco avvincente. Le meschinità, le inimicizie, la bramosia e l’antagonismo sono elementi immateriali, ma tuttavia palpabili di una scenografia entro cui si muovono numerosi “attori”, perennemente lacerati da conflitti intestini alla famiglia cui appartengono, incatenati tra loro dal solo privilegio della casta e dalla difesa di una esaltata superiorità sociale. Sopravvive, a movimentare uno sfondo altrimenti troppo monotonamente scontato, una sorta di germe della follia che svela la decadenza della razza. Ciascuno dei personaggi delineati, infatti, manifesta un eccesso di stranezza, fissazioni al limite dell’ossessione.

Da tutti è ormai ripetuto il necessario accostamento tra I Viceré di Federico De Roberto e Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, cosicché quando si parla dell’uno non si può non citare anche l’altro. In entrambi pare prendere respiro un certo cliché, lo schema precostituito del romanzo storico. In realtà, come anche sottolineava Geno Pampaloni in una delle sue recensioni, il paragone da cui si traeva la troppo spinta somiglianza tra le due opere sarebbe stato azzardato. E’ ormai noto alla critica, nonostante l'irruente querelle in merito, che Il Gattopardo sarebbe molto più autobiografico di quanto non si volesse far credere (forse da Lampedusa stesso), a scapito dell’attributo di “romanzo storico” da sempre affibbiatogli. Il vero romanzo storico della Sicilia del secondo Ottocento sarebbe, a ben guardare, proprio quello di De Roberto e le affinità con quest’ultimo andrebbero cercate, volendo farlo, non tanto in Tomasi di Lampedusa, quanto nella personalità, moralista, schietta e beffarda di Vitaliano Brancati, il quale, tra le altre poco note curiosità, si laureò proprio con una tesi su De Roberto.

Leonardo Sciascia, in un articolo apparso su «la Repubblica» nell’agosto del 1977 e intitolato Perché Croce aveva torto, esaltava le doti dell’autore de I Viceré condendo il suo commento con notazioni ironiche, ma scientemente calibrate: «(…) era difficile, nella scuola di allora, mandare al diavolo Croce e i crociati, la poesia e la non poesia, e leggersi I vicerè come poi durante la guerra li lessi, pensando che tanto peggio per la poesia, se poesia non c’era (…). "Se ci fossero cinquanta pagine in meno", sospiravano coloro che amavano il libro ma non volevano mancare di rispetto a Croce. E perché avrebbero dovuto esserci cinquanta pagine in meno? E quali poi?»

Una cosa è certa: l’opera de robertiana non passò inosservata; solo per questo, anche se ciò potrebbe suonare come riduttivo, ci si sentirebbe in dovere di giudicarla valida. Leonardo Sciascia scrive ancora: «Tecnicamente è un romanzo ben fatto, senza ingorghi e dispersioni. Una tecnica così sicura; un tempo e un ritmo tanto vigilato e costante, danno ai personaggi una situazione – per dirla con una espressione di Ortega – di “democrazia ottica».

Alla fine di tutto, in un guazzabuglio di situazioni, scene e personaggi, non si saprebbe dire quale si ricordi meglio, quale ne esca protagonista, unica voce a risuonare in mezzo ad un’infinita polifonia. I personaggi de robertiani sono messi tutti sullo stesso piano e ognuno, alternativamente, è prima comparsa, poi protagonista, in una serie di vicende che a loro volta sono ad un momento di contorno, a un altro fulcro della storia che le racchiude tutte. Sconcertante la freddezza, così come la precisione da chirurgo e la rudezza quasi schematica del certificato propria dello stile de robertiano, che mette ordine in un contenuto di per sé caotico, dal quale non si può venire a capo se non lasciandosi guidare dalla torcia illuminate della mano del nostro autore, che sputa frasi e crea casi da cui si entra ed esce con estrema e rapida facilità.

Un genio incompreso, un destino simile a quello incontrato da I vecchi e i giovani di Pirandello, il quale fu considerato una delle prove meno brillanti del “brillante” autore siciliano. «Evidentemente – scrive Vittorio Spinazzola ne Il romanzo antistorico – i lettori italiani, da una generazione all’altra, dall’ultimo Ottocento a metà Novecento, avevano una riluttanza profonda di fronte al tipo di discorso che i romanzieri siciliani si ostinavano a riproporre».

Noi concludiamo con il commento di Brancati, riportato nell’articolo di Leonardo Sciascia: «Sulla diversità di tono fra le pagine de I Viceré o dei Processi verbali e le nostre pagine, tutti sono in grado di giudicare. Lo possiamo anche noi ». E dieci anni dopo avrebbe aggiunto: «Così come tutti sono in grado di giudicare la somiglianza delle sue delusioni alle nostre. E lo possiamo soprattutto noi».

[L'itinerario stilistico di Federico De Roberto può considerarsi inscritto sull'asse verismo-naturalismo-psicologismo. Nel saggio Ereditarietà e predestinazione nei personaggi de “I Viceré” Anna Maria Bonfiglio affronta il romanzo-simbolo della decadenza e della fine non solo di una stirpe ma di tutta una condizione sociale, come risultato dell'elaborazione dei vari passaggi che hanno svincolato l'autore da ogni precedente "ismo"]

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 15 ottobre 2001
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Maria, 18/08/'04

Questo libro sembra tanto una telenovela. Si estremizzano troppo le situazioni e i personaggi dopo un po' risultano monotoni. Uno di quei libri che leggi ma non ti lascia niente alla fine, in messaggio, in emozioni, etc...

Luigi Lavorano (hlavorano@hotmail.com), Roma, 04/08/03

Un romanzo d'eccezione, decisamente fuori del coro veristico e decadente fin de siécle. Pur concentrandosi sulla psicologia dei personaggi e sui loro tratti negativi e monomaniaci, può essere letto anche in chiave storica, non solo per quanto riguarda il periodo a cavallo dell'Unità d'Italia, ma soprattutto per ciò che venne prima (la dominazione spagnola, i Borboni). Forse il più brutale atto d'accusa rivolto alla classe dirigente di origine iberica (effettivamente, il romanzo potrebbe svolgersi tranquillamente in Sudamerica, chissà se ne esiste una traduzione in spagnolo?).


Luciano (sangrila31@hotmail.com), Lecce, 29/11/2002

Un romanzo bellissimo e grandioso, ambientato nei luoghi e nei tempi del Gattopardo, ma che lo distacca di molte leghe, avendo un tigre nel motore. Situazioni sfaccettate, varie e in continua evoluzione; una sfilata di personaggi originali e ''veri'' ognuno dei quali potrebbe reggere un romanzo con la sua sola storia; l'intrecciarsi, il condizionarsi a vicenda e l'evolversi delle varie storie; una ricchezza di dialoghi, di situazioni, di colpi di scena, che tengono l'attenzione del lettore sempre viva e curiosa. Le avidità, gli odii, le ambizioni, i tradimenti. Come sottofondo, la natura e il paesaggio siciliano, con il sole che spacca le tegole; con i pomeriggi dove impazzano le cicale mentre nelle ombreggiate camere gli uomini sfiniti in un letto aspettano il passaggio di quella sfuriata; con la malaria che semina il terrore e svuota i paesi. Questo é il vero Grande Romanzo Italiano, pieno di vita, di pathos, di sangue, di nervi. I Promessi Sposi sono uno sceneggiato televisivo riportato in prosa, ad edificazione delle Lucie di questo mondo.


Allegra Cremonesi, (allegra731@supereva.it), Milano,31.05.2002

L'intricato affresco della fine di un'era, rimasto per troppo tempo in ombra a causa del nome poco conosciuto dell'autore; uso consigliarlo ai miei allievi migliori, perché certo non è un'opera leggera né semplice. Non solo pochi studenti, ma anche pochi lettori sono in grado di affrontarlo. Resta il fatto che è certamente di grande valore letterario, ed uno dei miei romanzi prediletti.




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 26 lug 2007

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