Da Mazzarò, protagonista del racconto La roba, di Giovanni Verga, all’operaio che si è riscattato socialmente: entrambi cultori della “roba”, entrambi ostinati e sconfitti.

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La roba (1883)


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Giovanni Verga, La roba
nelle Novelle rusticane
Einaudi Tascabili, 2005
Euro 7,00

La “roba”: Da Mazzarò a mastro-don Gesualdo

l racconto La roba fu stampato inizialmente nella rivista «Rassegna settimanale» il 26 dicembre del 1880, fu poi inserito nella raccolta Novelle rusticane nel 1883 dove vide la sua edizione definitiva nel 1920, dopo una revisione stilistica curata dall’Autore poco prima di morire.

Mazzarò, il protagonista, è un personaggio statico, dall’impostazione strutturalmente quasi fiabesca, simbolo dell’alienazione completa in nome della “roba” intesa come beni e ricchezze di una società agraria (ulivi, file di aratri, file di muli, sementi, sacchi di olive, ecc). Un uomo intelligente ma rozzo, che diffida delle banconote e vuole solo moneta sonante o merce di scambio perchè in fondo è un uomo all’antica; egli anticipa, nella forma più semplificata e univoca del racconto, molti tratti distintivi della futura ascesa economica di Mastro-don Gesualdo, ma senza provare il fallimento patito dal protagonista del romanzo sul piano privato e degli affetti.

Il dramma di Mazzarò, quello che lo porta alla disperazione, nasce piuttosto dallo scontro con la natura, con gli eventi inevitabili come la vecchiaia e la morte, davanti alle quali deve necessariamente cedere tutto quello che ha accumulato in una vita, tutto quello a cui ha sacrificato gli affetti familiari non sposandosi e contabilizzando persino la spesa sostenuta per la morte di sua madre (“…sua madre la quale gli era costata anche 12 tarì, quando aveva dovuto farla portare al camposanto”).

Ma anche la sua feroce ostinazione, la sua pazienza perseverante, il suo senso del sacrificio al limite dell’autolesionismo, («Tutta quella roba se l’era fatta lui, col non dormire la notte, col prendere la febbre dal batticuore o dalla malaria, coll’affaticarsi dall’alba alla sera, col logorare i suoi stivali e le sue mule…») nulla possono di fronte alla legge di natura: il racconto si chiude con la scena grottesca e disperata di Mazzarò che uccide a colpi di bastone anatre e tacchini strillando : «Roba mia, vienitene con me!»; un passaggio, secondo alcuni critici, da eroe (o vittima) sociale a eroe (o vittima?) esistenziale, che dimostra come lo stesso Autore non si limiti poi agli stilemi veristi dell’ambientazione basata sul milieu e sulla tecnica dell’oggettività, ma sconfini in una visione molto più filosofico-esistenziale; che negli scritti verghiani si concretizzi una visione del mondo che non è quella mera dell’occhio distaccato e freddo della macchina da presa, come invece la dichiarazione d’intenti degli autori naturalisti sosteneva.

Questo inconsapevole cambio di rotta rispetto al manifesto verista si evidenzia in tutte le opere verghiane, anzi forse ne La roba è meno evidente, ma fa dell’autore catanese il romanziere più grande della tradizione letteraria italiana dopo Manzoni, cosa che non sarebbe probabilmente successa se egli fosse rimasto nella posizione di “occhio fotografico”.

Lo stile della narrazione è forse più simile a quello del romanzo I Malavoglia che al successivo Mastro-don Gesualdo: leggendolo si sente forte la voce di un Io narrante esterno che tutto vede e il discorso indiretto libero di Mazzarò con se stesso.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 31 ottobre 2006
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