BUZZATI E IL MISTERO DELLA VITA NELLE RACCOLTE DE I RACCONTI TRATTE DA PAURA ALLA SCALA E I SETTE MESSAGGERI

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I racconti



Dino Buzzati, da I sette messaggeri
Ed. Oscar Mondatori, 2000
4 ed., Euro 6,20

Dino Buzzati, Paura alla Scala
Mondadori, 2000
Oscar scrittori del Novecento 4. ed
pp.560 Euro 6,71

Dino Buzzati, Sessanta racconti
Oscar Mondadori, 2001
10ed., pp.560 Euro 8,40

l mondo di Dino Buzzati è un mondo magico, misterioso, molto attraente per il lettore che, incuriosito, giunge al termine della lettura con il fiato sospeso, nell’attesa di conoscere quell’unica verità che capovolge tutto ciò che fino a quel momento sembrava essere vero. In particolare nei suoi racconti, che muovono per lo più da episodi tratti dalla quotidianità, improvvisamente la trama prende vita; l’atmosfera diviene surreale e in un attimo accade l’incredibile. Dietro l’apparente leggerezza della narrazione fiabesca si celano le importanti tematiche affrontate dall'autore. Si è cercato in questa trattazione di individuare le più ricorrenti, esaminando le due raccolte che prendono il titolo dai racconti omonimi: I sette messaggeri e Paura alla Scala.

La ricerca di se stessi

Nel racconto I sette messaggeri l’obiettivo del protagonista è quello di raggiungere l’estremo confine del Regno. Egli si allontana dalla casa natale e conduce con sé sette uomini il cui compito è quello di avvicendarsi nel tornare alla città di origine per raccogliere notizie e recapitarle a lui, ovunque egli si trovi.

Nell’allontanamento da quest’ultima l’Autore intende rappresentare la metafora dell’uomo che si separa dalle sue origini, da ciò che è sicuro, per andare alla ricerca di se stesso. I sette messaggeri, che devono affrontare un percorso sempre più lungo per raggiungere la città e per tornare dal loro signore, simboleggiano il legame con le proprie origini, i ricordi sempre più sbiaditi di un mondo che è appartenuto all’uomo e che ora ritorna a tratti soltanto nella sua memoria. Domenico, tra i sette messaggeri, costituisce – afferma il protagonista – il «superstite legame con il mondo che un tempo fu anche il mio.»

Comprendere, dopo tanto vagare, che è inutile cercare l’ultima frontiera significa ammettere che l’uomo non cessa mai di cercare se stesso fino alla fine dei suoi giorni; l’iniziale paura dell’ignoto si trasforma nell’inquieto desiderio di scoprire cosa ci sarà oltre, sempre più oltre.

Nella novella I sette piani Giuseppe Conte, sofferente di una leggerissima forma di una certa malattia, viene ricoverato all'ultimo piano di una clinica, costruita su sette livelli, a seconda della gravità del paziente. Una volta disceso un piano l’uomo non può più ritornare al livello superiore; di piano in piano Conte si avvicina al termine dei suoi giorni. Un «implacabile peso» l'opprime infine quando, giunto al primo piano dello stabile; il buio piomba sulla sua stanza, tutto sembra piegarsi a «un misterioso comando» e, inesorabilmente, cala il sipario.

La casa di cura, in cui ha luogo questa metaforica discesa rappresenta la provvisorietà della vita umana. Man mano che l’uomo guadagna consapevolezza di questa caducità, sente crescere dentro di sé il disagio della solitudine. Egli comincia a pensare che quest’ultima condizione sia causata dal suo allontanamento dal «mondo della gente normale», dove tutti sanno esattamente che cosa fare e soprattutto cosa si è obbligati a fare, dove esistono regole ben precise che non si possono infrangere. Il protagonista scivola velocemente nella disperazione man mano che la barriera tra lui e quel mondo si erige sempre più alta. «Egli cercava di persuadersi di appartenere ancora al consorzio degli uomini sani» .. Ma esiste una definizione inconfutabile di normalità? Esiste veramente una condizione comune in cui tutti possano sentirsi a proprio agio soltanto perché questa assicura il riconoscimento da parte della collettività?

La figura di Conte è emblematica dell’uomo che non si concentra sulla malattia, cerca fuori di sé la guarigione, invece di guardare dentro la propria anima per ritrovarsi. L’ansia di tornare a far parte della comunità dei normali al più presto aggrava la sua patologia e gli impedisce di incontrare la sua dimensione più profonda, dove risiede la sua salute.

Nel racconto Vecchio facocero, in cui viene narrata l’uccisione di un animale, gli ultimi attimi vissuti dalla creatura richiamano alla mente l’uomo alla fine dei suoi giorni, solo di fronte all’evento della morte.

Il racconto, come nel caso precedente, è una metafora della vita umana alla sua conclusione. L’animale abbandona il gruppo, la famiglia per andare a vivere solo, «credi di essersene andato a vivere da solo per impulso spontaneo…in realtà (afferma l’autore) ti hanno cacciato via dalla famiglia patriarcale, vecchio facocero perché eri diventato scorbutico…»

Il luogo prescelto da Buzzati per ambientare il racconto è ancora una volta reale e al tempo stesso simbolico: il deserto, che lo scrittore descrive come «piatto…dagli aridi termitai». Questo luogo arido, sterile, diviene l’emblema della solitudine, della mancanza d’amore, così come dell’incommensurabile dimensione dell’anima, poiché esso sembra non avere un inizio né una fine.

Il povero facocero che l’età «ha trasformato in un mostro corporeo di favola» deve in ogni caso avere «sotto il pelame scabro una specie di cuore». Un mostro metallico più grande arriva e lo uccide: si tratta di un’automobile sulla quale si trova un uomo che con uno sparo colpisce la zampa dell’animale. Di fronte alla morte prossima il facocero mette da parte l’orgoglio e va alla ricerca degli altri, del suo gruppo; li ha seguiti per giorni «curando di non farsi vedere» , quando la solitudine si era rivelata insopportabile; presuntuoso, aveva pensato di poter sopravvivere da solo e adesso in quel deserto “sterminato” loro, gli altri sembrano essere «l’unica speranza superstite» .. Proprio quando la morte lo sta’ cogliendo, la loro voce giunge forte a dargli un ultimo conforto.

Il facocero, noncurante della fine imminente, si comporta proprio come l’uomo che si chiude nel proprio orgoglio, e si ostina a restare solo ma quando arriva l’ultimo attimo, rivaluta tutto ciò che fino a quel momento non aveva avuto gran valore per lui. Il deserto sterminato si pone in contrasto con l’amore. Come all’uomo non gli è concesso «il privilegio di una seconda vita», in tal senso tutto ciò che si possiede, nell’unica esistenza che si ha, acquista un’importanza diversa.. Ma l’uomo si può considerare veramente solo giunto all’estremo confine della vita?

Una presenza rassicurante

In diversi racconti lo scrittore introduce la figura di un essere dalle sembianze umane, che attende l’uomo in disparte dandogli il tempo di finire le ultime cose prima della partenza, per accompagnarlo negli ultimi istanti del suo viaggio.

In Ombra del sud la figura di un arabo appare al protagonista, che avverte un’oscura complicità che lo lega alla presenza inquietante. Nel momento in cui si rende conto che «la notte li avrebbe colti» una strana certezza giunge a dargli conforto: un messaggero di Dio lo prenderà per condurlo al cospetto del suo “Re”.

In Eppure battono alla porta qualcuno bussa alla porta dei protagonisti per avvertirli che è finita, un messaggero forse… Così anche nella storia Il mantello Giovanni, che torna a casa dopo tanto tempo per dire addio definitivamente alla madre, è atteso da un paziente, sinistro personaggio. Così quando arriva il momento di partire «un vuoto immenso, che mai e poi mai secoli sarebbero bastati a colmare» si apre nel cuore di sua madre che in quello stesso istante comprende che, ad attendere suo figlio, «come pezzente affamato» è lui, il «signore del mondo».

Il lettore è condotto a interpretare i personaggi in senso religioso, angeli venuti da Dio per guidare gli uomini fino a Lui, al termine delle loro esistenze. Le immagini si prestano ad altre letture nell’ambito di una tematica più profonda affrontata dall’autore. Le sinistre figure potrebbero interpretarsi come la parte più oscura dell’anima dei protagonisti, il lato più invisibile di loro stessi, l’altra metà, quella che non si svela per tutta una vita e che attende paziente l’uomo al termine dei suoi giorni. Quando la vita finisce l’uomo anela ricongiungersi questa parte di sé.

La fuga dalla morte

In Paura alla Scala, il racconto che dà il titolo alla seconda raccolta, Buzzati narra di un gruppo di borghesi che si trattiene, dopo una rappresentazione, all’interno del teatro della Scala, perché in città si teme un attacco da parte di un gruppo rivoluzionari. Il protagonista, un maestro di musica, assiste da spettatore alle reazioni di chi, tra questi, tenta a tutti i costi di salvarsi, calpestando i suoi simili, cercando,attraverso l’alleanza con il gruppo dei più potenti, di sopravvivere. L’uomo si preoccupa per il figlio che, rimasto in casa, potrebbe trovarsi in pericolo, per aver assunto una posizione politica contraria a quella dei sovversivi. Così egli dimentica se stesso ed è pronto a mettere in gioco la propria vita per avvertirlo. Esce dalla nicchia protetta del teatro, attraversa la piazza e, in seguito al detonare di uno sparo, viene dato per spacciato. Ma eccolo il mattino seguente risvegliato da una donna che vende fiori nella piazza. Tutta la città riprende a vivere, il temuto evento non si è realizzato.

Lo scrttore rappresenta una comunità di uomini facoltosi, che confida nella propria onnipotenza, giungendo al punto di credere che, con la propria intraprendenza, potrà evitare anche la morte.

L’amore

Buzzati tratteggia due categorie di uomini: coloro che calpestano ogni principio morale per sottrarsi alla dipartita finale e quelli che per amore dimenticano se stessi. Il protagonista, che non ha un buon rapporto con il figlio, è colto in una situazione che lo costringe a scegliere tra la propria vita e quella di un essere che lui ama. Dare il giusto valore a ciò che si ha, apprezzare le cose importanti già presenti nella propria vita significa non perdere tempo, mettersi sul cammino che conduce alla felicità: questo è il primo messaggio di speranza che s’intravede nelle storie di Buzzati. E se l’uomo non fosse poi così solo? Se la desolazione che avverte fosse soltanto cecità di fronte a ciò che avrebbe potuto renderlo già felice?

Il solo amore però non è sufficiente a colmare il vuoto interiore se l’uomo non ha ancora trovato se stesso; egli rincorre la persona amata, sola nella propria individualità, tentando di trovare in lei le risposte alle proprie inquietudini, piuttosto che frugare dentro di sé.

In Inviti superflui il narratore dedica parole speciali alla donna che ama. In seguito però l’uomo si accorgerà che questa non conosce le favole, che non sa parlare come lui, senza parole. La speranza di condividere il viaggio della vita viene meno quando si rende conto che l’amata è semplicemente diversa da lui e continuerà da solo il cammino, alla ricerca della propria interezza.

L’uomo e il successo

L’uomo può cercare nella gloria, nella vittoria sul nemico un modo per esorcizzare la paura di morire, ma queste, da sole, non saranno sufficienti ad eliminare la sensazione dell’inevitabile fine. Nella novella La canzone di guerra i soldati avanzano trionfando sul nemico, «mai nella storia del mondo…si ricordavano vittorie simili», ma il loro cuore è colmo di tristezza e così marciano intonando sempre lo stesso malinconico canto «pieno di amarezza»...

Il ritornello della canzone «…la via del ritorno/ nessuno sa trovà/…dove ti ho lasciata/ una croce ci stà» anticipa la fine. Dove l’esercito passa lascia dietro di sé il deserto, la desolazione, «foreste di croci». I soldati sanno che non torneranno, che il prezzo della gloria sarà la morte. «Nessuno aveva capito; soltanto gli inconsapevoli soldati coronati di cento vittorie, quando marciavano stanchi per le strade della sera, verso la morte, cantando».

L’uomo non può tornare indietro, deve continuare il suo viaggio; il senso di onnipotenza che deriva dal sapere in mano propria il destino di altri non fa venire meno nell’uomo la consapevolezza dell’approdo finale.

I ricordi (il mondo della fanciullezza)

Nel racconto Il borghese stregato il protagonista, un commerciante di cereali, in vacanza in un paese di montagna, inizia a vagare con la mente e a pensare di trovarsi in una romantica vallata. Buzzati sceglie le valli per rappresentare la felicità desiderata, mai avuta, «niente in fondo gli era mancato, ma ogni cosa sempre inferiore al desiderio, una via di mezzo che spegneva il bisogno, mai gli aveva dato piena gioia».

Alla vista delle immense vallate, «le magiche terre dei sogni e delle avventure, vagheggiate nel tempo in cui tutto si poteva sperare», il cuore dell’uomo inizia a palpitare, perché si risvegliano in lui sentimenti che da tempo non era più in grado di provare. Nell’incontro con alcuni bambini e nel partecipare al loro gioco di avventura l’uomo ritrova ciò che non ha potuto vivere, la sua fanciullezza; con loro egli raggiunge una «lontanissima rupe sospesa tra le voragini» dove risiede il temutissimo nemico. Tutto assume una dimensione così reale fino al punto in cui uno stregone esce dalla «sinistra bicocca» per colpire il protagonista con un dardo. L’immaginazione si confonde qui con la realtà, là nel «paese delle maledizioni e dei miti, le intatte solitudini, l’ultima verità concessa ai nostri sogni!» proprio lì il protagonista è voluto tornare, nel mondo delle favole nel quale da adulto non può più entrare.. Quando si rende conto che sta’ perdendo la vita, l’uomo è felice, tornato da un mondo estraneo a quello in cui è stato costretto a vivere ogni giorno. La porta si è aperta; egli si è introdotto ed ora, negli ultimi istanti della sua vita, non è più disposto a tornare indietro. Finalmente in quel mondo si era sentito un vero uomo, «finalmente non meschino. Eroe, non già verme, non confuso tra gli altri, più in alto adesso. E solo.»

Torna qui il tema della solitudine: l’uomo che si allontana dagli altri per mantenere la propria individualità è destinato a restare solo. Quella del protagonista è una vera e propria vendetta contro il mondo meschino che lo ha costretto a vivere una vita che non voleva. Il recupero di un periodo, che non ha potuto assaporare, gli dà tanta gioia, lo ricongiunge a se stesso, alla propria natura distorta dagli eventi successivi alla fanciullezza. Si può restare fanciulli, mantenere quella dimensione giocosa che fa l’uomo libero dalle costrizioni. Riuscire da adulti ad immaginare cose fantastiche: questa è la libertà! Ancora una volta il protagonista del racconto scopre soltanto dentro di sé, e non nel mondo circostante, la felicità di ritrovarsi.

La religione

E’ sempre l’individualità ad emergere anche quando è la fine di tutto, quando Dio, rappresentato dallo scrittore come un enorme pugno che si scaglia sul mondo, piomba sulla Terra per giudicare gli uomini. Nell’episodio La fine del mondo, di fronte alla catastrofe imminente, gli uomini cercano la salvezza: c’è chi prega, chi piange, chi fa l’amore, e chi disperatamente si lancia alla ricerca di un prete per confessarsi. Essi finalmente scovano e trattengono un giovane sacerdote. Il prete in quest’occasione dimostra tutta la sua umanità; tradisce se stesso e le proprie scelte di vita. Trema pensando alla propria fine e non più a quella folla che egli, in forza della propria missione, dovrebbe sostenere negli ultimi istanti di vita del mondo. Anche lui come gli altri cerca la salvezza nella confessione dei propri peccati. L’uomo chiede «E io? E io?». Tutti quei «maledetti» che gli rubano la possibilità di salvarsi non rappresentano più niente per lui; egli non ama più l’umanità e l’umanità non lo ama semmai se ne serve. «Nessuno … gli badava»...

In Racconto di Natale qualcuno pensa invece di potersi appropriare di una quantità di Dio. «Nella sera di Natale Dio dilaga nel tempio, per l’arcivescovo, le navate ne rigurgitano letteralmente al punto che le porte stentano a chiudersi»; nel Duomo, così «traboccante», si pensa che l’Onnipotente appartenga a colui che nel tempio abita, cioè all’arcivescovo. Un poverello entra nella chiesa e chiede un po’ di Dio, quando questo gli viene negato, il Signore scompare da quel luogo insieme all’uomo, che nel frattempo è uscito da lì. Così Don Valentino, prete devoto all’arcivescovo, va alla ricerca di Dio; si reca presso una famiglia umile per chiederne un po’ ma il capofamiglia si rifiuta di dividerlo con lui, così in quell’istante stesso «Dio sguscia fuori della stanza». Il Creatore ondeggia sui campi così un contadino crede sia suo e quando si rifiuta di darne un po’ a don Valentino, Egli si solleva dai campi e scompare. Chiunque possiede un po’ di Padre Eterno non vuole dividerlo con nessuno, finché don Valentino, stremato per l’estenuante ricerca, lo ritrova presso una grande chiesa, dove lo attende l’arcivescovo, che afferma l’inutilità di ricercare fuori ciò che si può trovare solo dentro di sé.

Dio esiste nel cuore di chi crede in Lui, questo sembra voler dire l’Autore; chi lo cerca per farlo suo è destinato a perderlo quando pensa di averlo trovato. Dio abita nei cuori di chi spera di non essere solo. Talvolta l’uomo pensa di potersi appropriare di questa speranza; vuole Dio a tutti i costi soprattutto in alcuni momenti della vita, i più difficili. Il luogo, che resta vuoto non appena i protagonisti rifiutano di condividere Dio con altri, simboleggia nuovamente la desolazione., l’eterna solitudine cui è destinato l’uomo.

Conclusioni

I protagonisti dei racconti di Buzzati intraprendono il viaggio della vita procedendo verso l’ignoto, in possesso di un’unica certezza, che il viaggio prima o poi finirà. In attesa di tale temuto Evento, sentendosi profondamente solo, l’uomo trascorre i suoi giorni cercando di trovare un antidoto a tale insostenibile solitudine. Egli lo cerca nel proprio passato, anche quello che non ha vissuto, tentando di ricomporre il mosaico della propria vita; lo intravede nel successo, nella gloria che gli proviene dalla vittoria sugli altri esseri umani; nell’amore e nel credo religioso.

La verità, afferma Buzzati, è che l’uomo si ritrova solo ad affrontare il percorso della propria esistenza e soprattutto la fine dei suoi giorni; spesso, soltanto all’avvicinarsi di tale evento, egli si accorge di quanto sia importante guardarsi dentro, riappropriarsi della propria natura, per trovare le risposte tanto bramate.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 12 marzo 2003
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Ivan (sumingelender@hotmail.com), Sarajevo, 4/09/'03

E che, in questo mondo di idee ottocentesche, il meraviglioso e bello viene sottovallutato.

Maria (biskotto@freemail.it), sydney (Australia), 18/04/03

...le opere diBuzzati mi hanno sempre affascinato,lasciato dentro qualcosa che in realta appartiene a tutti noi. Buzzati mi ha dato l'occasione di riflettere sulle cose e sui significati apparentemente banali ma che in verità nascondono profondissimi segreti di cui noi possiamo solo intuirne la provenienza e questo è il massimo a cui noi possiamo aspirare; un modo per fermarci a un certo punto della nostra vita e a guardarci dentro e scoprire che il nostro cammino non è come ci hanno fatto credere da sempre...




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Mer, 26 lug 2006

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