Linnesto nella tradizione letteraria triestina
criveva Vladimiro Lisiani (1) ,allindomani della pubblicazione de Il vento sulla sabbia: «Il segreto del pacato, sereno, obiettivo e ad onta dei ricorrenti spunti autobiografici impersonale narrare di Fausta Cialente è forse da ricercare nel sangue triestino che le viene dalla madre. Una approfondita analisi della sua prosa porterebbe infatti a sorprendenti scoperte; ma anche un sommario ripensamento all intera opera di scrittrice (
) ripropone e postula non poche analogìe con le opere capitali della cosiddetta narrativa triestina, più di ogni altra attenta ai moti dellanimo, ai richiami della memoria, alla dissezione dei sentimenti, che non ai fatti nudi e crudi; i quali ultimi tuttavia emergono immancabilmente anche dalle pagine dei romanzi della Cialente, con questa differenza: che sono punti darrivo, non di partenza
»
Del resto, già nel corso della Prefazione (2) al bellissimo quanto negletto Cortile a Cleopatra, la scrittice dichiarava espressamente:
«Vorrei fare un libro su Trieste. Mia madre era triestina. Ho dei ricordi della Trieste austriaca.(
) La villa del nonno. Lodio verso la comunità slovena(
) Tutto un mondo che mi affascina»
Questo proposito della Cialente assume un significato rilevante, poiché autorizza unanalisi de Le quattro ragazze Wieselberger (3) non soltanto in merito a un riferimento puramente autobiografico, quanto piuttosto in rapporto al suo attingere a quella vena memorialistico - intimista, che rimanda sia pure in maniera molto mediata ad una tradizione specificamente triestina, la stessa che - per intenderci vanta i suoi esempi più illustri nellarte di Italo Svevo e di Umberto Saba.
Vi era in effetti nella letteratura triestina degli inizi del Novecento attribuendo a tale definizione una valenza non tanto su un piano strettamente etnico geografico, quanto un più esaustivo significato culturale e ideale oltre alla predisposizione a evadere dai canoni formali di stampo rondista e vociano, il riallacciamento a quella corrente mitteleuropea di autori, cui non sono estranee le sollecitazioni psicanalitiche di matrice freudiana, che hanno contraddistinto il capoluogo giuliano dagli altri più grossi centri di produzione letteraria dellepoca.: tale fenomeno era daltra parte ampiamente giustificabile, se solo si pensa allubicazione della città, posta alla confluenza di tre mondi, quello latino, quello slavo e quello germanico, quindi al ruolo di tramite, che essa ha svolto nel corso dei secoli.
Del resto già Enzo Bettiza (4) aveva già puntualizzato come
«
In fondo fra la Trieste di Svevo, la Zagabria di Crleza, la Vienna di Musil, la Praga di Kafka, la Budapest di Lucàcs esiste un sotterraneo occulto, una specie di fatale complicità mentale più vincolante delle appariscenti divisioni per lingua, nazionalità e ideologìa»
Sul carattere poi, più cosmopolita che mitteleuropeo, assunto nel passato da Trieste e di cui anche la Cialente riferisce ampiamente allinizio del romanzo Le quattro ragazze Wieselberger sono state scritte svariate pagine da parte di tutti quegli autori, triestini e non per nascita, ma legati in qualche modo alla città giuliana come gli istriani Fulvio Tomizza e Pier Antonio Quarantotti Gambini e che possono venire riassunte da quanto sostiene Scipio Slataper (5):
«Trieste è posto di transizione geografica, storica, di cultura, di commercio cioè di lotte. Ogni cosa è duplice o triplice, a Trieste, cominciando dalla flora e finendo con letnicità»
Riguardo a queste caratteristiche della città adriatica, anche Umberto Saba (6) aveva scritto:
«Trieste è sempre stata un crogiuolo di razze. La città fu popolata da venti razze diverse: Italiani, nativi della città, Slavi, nativi del territorio, Tedeschi, Ebrei, Greci, Levantini, Turchi col fez rosso in testa e non so quante altre (
) Su questo trafficante amalgama di persone così etnicamente diverse, vi sono, oggi ancora, triestini, che hanno nel sangue dieci dodici sangui diversi; ed è questa una delle ragioni della nevrosi dei suoi abitanti»
Tale nevrosi, che tanto peso avrebbe avuto nellautore forse più rappresentativo di questa città, lo scrittore Italo Svevo il cui stesso pseudonimo rappresenta quasi il segno più evidente della sua dicotomìa mostra il suo risvolto più esplicito anche nellattitudine abituale della Cialente a quella sorta di dissezione dellanimo dei suoi personaggi, come giustamente ha rilevato Alcide Paolini:
«
è da una sorta di vibratilità (che sta tra la percezione in profondità, come una sonda, e in altezza, come unantenna), che viene alla Cialente la felice possibilità di ricostruire autobiograficamente, con lucido rigore intellettuale e sottile perfezione descrittiva, quella fetta della nostra storia lunga oltre mezzo secolo rappresentata nel suo ultimo romanzo Le quattro ragazze Wieselberger.»
Il libro inizia con una sorta di ouverture, pervasa tutta da unaffettuosa e pur sempre critica attenzione nei confronti di ogni minimo particolare, mentre il fraseggio si snoda aggraziato e a tratti volutamente dimesso:
«Le sere in cui lorchestra (7) veniva a suonare in casa la famiglia doveva cenare assai più presto del solito perché la signora e le ragazze, aiutate dalle due domestiche, avessero il tempo di sbarazzare la tavola della sala da pranzo e riporre ogni cosa, la grande porta a vetri rimanendo aperta (
) Non erano molti, una ventina forse, ma tutto vi era compreso, gli archi, i fiati, gli ottoni; e il padre dirigeva, lui, in piedi sun basso panchetto posto col leggìo di fronte alla pedana, ma un po discosto e giusto nel mezzo.» (8)
Ma ecco che ben presto, nel giro di poche pagine, lautrice inizia a dare corso ad unironica e attenta notazione di critica sociale.
«E già simpinguava una borghesìa rapace e reazionaria chegli, ingenuo musicista, non era in grado di giudicare e ancor meno di condannare
» (9)
Ed è così che il lettore comincia ad essere magistralmente introdotto in una dimensione quasi fiabesca della Trieste fine secolo, mentre si vengono a delineare parallelamente intersecandosi in un mirabile contrappunto per tutto larco del romanzo - i due filoni, di cui questo è intessuta, la storia politica di Trieste e la storia privata della «giudiziosa, benestante famiglia triestina» (10) Wieselberger, con le sue nozze, le sue nascite ed i suoi tragici lutti.
Langolazione, da cui la scrittrice facendosene giudice ora benevolo, ora in qualche modo sarcastico - rievoca i singoli avvenimenti, le consente di attaccarne i pregiudizi e i pudori, nel quadro della vicenda storica della città: sicchè i ritratti delle quattro sorelle (i cui nomi delle prime, Alice, Alba e Adele, riecheggiano - e non a caso (!) - i nomi delle protagoniste femminili della sveviana Coscienza di Zeno diventate presto tre a causa della scomparsa prematura di Adele, morta di un male misterioso, che lavrebbe colta a circa ventisette anni (11), hanno ben presto la loro risultante nel tema dei fallimenti matrimoniali della primogenita Alice laltra sorella, la spigolosa Alba, è rimasta nubile e di Elsa, lultima nata, che è la madre della scrittrice.
«Lalterìgia borghese, come posa nelle fotografìe a lato di una colonna mozza, il piede elegantemente poggiato sui gradini ricoperti di morbidi tappeti, nella vita posa al successo, alla felicità; quattrini molti, e matrimoni ben riusciti sempre, benedetti pure da abbondanti figliolanze, quasi fosse una vergogna inconfessabile, peggio di un tracollo in borsa, rivelare che i matrimoni possono fallire e lamore risultare moneta falsa.» (12)
Al di là di quellorizzone di fallimenti individuali fa da sfondo allintera vicenda, con le sue implicazioni e le sue motivazioni di ordine storico, la questione dellirredentismo triestino, una delle più annose dellItalia di quello scorcio del Novecento.
In sede critica ciò consente di affrontare - quasi come in un parallelo ideale - quella che, durante la permanenza in Egitto, aveva rappresentato una caratteristica pressocchè costante delluniverso narrativo della Cialente: la discriminazione razziale, con le problematiche a questa connesse, che costituisce un po lo sfondo dei due affreschi riguardanti lambiente della ricca borghesìa europea ivi trapiantatasi, la Ballata levantina ed Il vento sulla sabbia.
Ma che forse non era cresciuta suo malgrado, lei stessa, fin da bambina, in un ambiente, in cui si postulava la superiorità di un popolo su un altro, predicando persino la necessità (!) di odiare lo straniero?
«Finivo per chiedermi se la mia incapacità a sentirmi patriottica e odiare lAustria (ma perché avrei dovuto odiare un intero paese, poi?! Con tutti i suoi bambini, la sua musica, i suoi paesaggi (?) non erano la prova chio fossi un essere smidollato, falso o addirittura impotente.» (13)
In tale contesto assume una profondo significato il discorso del recupero memoriale, che (come si è già sottolineato) è presente in tutta lopera della scrittrice, trascendendo a questo punto il mero autobiografismo: nel breve racconto Canzonetta (14) il tema del rifiuto dellodio e delle soluzioni militari fra i popoli si profila attraverso il dramma intimo di Angela - una giovinetta, che vede allontanarsi come volontario luomo da cui aspetta un figlio, alla vigilia dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Non è difficile cogliere, qua e là nel testo, delle vere e proprie anticipazioni di quanto viene enunciato (con animo disincantato, se non con una punta di malcelato cinismo!) dal padre stesso della scrittrice in non pochi passi del romanzo;
In Canzonetta è il padre di Ninì, lamica del cuore della protagonista, ad osservare infatti:
«Ma che cosa credono, che sarà una passeggiata con la banda e le bandiere in testa? Cosa credono, eh? Se ne accorgeranno! E quegli altri (erano i triestini) cosa credono di poter fare quando non avranno più il retroterra del quale sono lo sbocco?» (15)
Similmente la singolarità, che lesperienza di quel continuo girovagare per lItalia al seguito della famiglia aveva potuto esercitare in lei fin da piccola, si rispecchia in non poche pagine del suo primo romanzo, Natalìa, inviso alla censura fascista per laccenno a unamicizia fra donne e che lautrice ha riscritto soltanto nell82.
«Eravamo lì perché
perché papà è nellesercito
è ufficiale di cavalleria: abbiamo sempre viaggiato molto (
) (16)
«Ed ecco che alla fine di un mese di marzo i Fandel si preparavano a partire: una partenza annunciata da tempo e ormai tanto prossima che la Nina aveva ricominciato a cercare di farsi compiangere per quel suo destino errabondo(
) Nondimeno si trattava, per tutti loro, di dover affrontare come sempre nuove mete e nuove esperienze, un destino che accettavano ormai con un fondo di gioiosa curiosità, sebbene cercassero di nasconderla per una spontanea gentilezza verso chi li aveva lungamente e amichevolmente ospitati. » (17)
La ricchezza e vastità di temi presente ne Le quattro ragazze Wieselberger fa sì che, in sede critica, il romanzo si renda suscettibile di continui rimandi non soltanto alle precedenti opere dellautrice, ma anche a svariati accostamenti ad altri autori.
Se lo si rapporta alle opere scritte dalla Cialente negli anni della sua lunga permanenza in Egitto, verrebbe fatto di accostarlo ed in modo decisamente evolutivo - a Ballata levantina.
Di quel romanzo depopea rispetterebbe infatti, sia pure con le debite divergenze, anche la scansione in singole parti (ciascuna delle quali identificantesi, a sua volta, con un determinato periodo storico esistenziale); mentre lalternarsi del narrato in prima persona, indi in chiave memoriale, con quello di carattere biografico cronachistico segnerebbe un ulteriore, evidente collegamento fra le Quattro ragazze (
) ed il grande affresco sulla decadenza del levantinismo.
Se di contro lo si rapporta alla restante produzione novecentesca, almeno tre sono i libri, che mi sembra opportuno prendere in considerazione: Il mulino del Po di Bacchelli, per quel suo porsi nei termini di un romanzo di famiglia (salvo restando il ricollegarsi di questultimo a certe suggestioni e modalità ottocentesche Nievo, Manzoni, Tolstoj, Zola piuttosto che ai modelli della contemporaneità); Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, in riferimento alla componente storicistica, in base a cui allamara constatazione del fallimento risorgimentale, presente nel libro dello scrittore siciliano, fa da contraltare, nel romanzo della Cialente, il tema dellirredentismo triestino (18); e last but not least(!) come non riandare con la mente al bellissimo Noi credevamo di Anna Banti, pervaso da un analogo recupero, doloroso e intimo, delle memorie di quest ex mazziniano convinto che è poi il nonno dellautrice stessa nel quadro deludente di unItalia postunitaria, nella quale anche agli occhi del più sprovveduto balza subito con immediata evidenza il gap Nord - Sud e la conseguente, mancata fusione tra le due parti del Paese?
«Se ero da tempo vaccinata contro il fatale irredentismo adriatico (e Fabio (19) aveva pagato di persona lerrore in cui lavevano fatto crescere e maturare) la guerra alla quale assistevo mi aveva stomacata, ma suscitava in me un odio che sentivo inguaribile: lodio contro ogni forma di nazionalismo o razzismo (sti maledeti sciavi, sti maledeti austriacanti, sti maledeti ebrei), contro ogni sopraffazione quindi
» (20)
La polemica implicita poi nei confronti della società borghese, rivisitata dallinterno con severa oggettività, ci riporta - e non in ultima analisi - a quello, che senza alcun dubbio è il più grande ritratto della borghesìa europea, nella sua ascesa quindi nella sua inevitabile quanto impietosa decadenza, I Buddenbrook di Thomas Mann: quasi che la vicenda dei facoltosi commercianti di Lubecca racchiuda sia pur in nuce tutte quelle istanze, che - quando venne pubblicato il libro dellautrice triestina - fecero scrivere ad Alcide Paolini
«Il romanzo, nella sua acuta analisi della dissoluzione di una famiglia, e del parallelo disfacimento della società nazionale, supera sia la letteratura della memoria, sia lo stesso scontro tra mondo triestino e mondo italiano. Le linee di questo quadro, coraggioso e impavido, si collocano infatti in una prospettiva, narrativa e ideologica, europea.» (21)
NOTE
(1) Una nuova ballata levantina, in «La Notte», 24.08.72, p.9.
(2) E.Cecchi, Prefazione, Cortile a Cleopatra, cit.
(3) F.Cialente, Le quattro ragazze Wieselberger, Mondadori, Milano, 76.
(4) B.Maier, Scrittori triestini del Novecento, Lint, Trieste, 68, p.28.
(5) B.Maier, Op.cit., p.7.
(6) U. Saba, Prose, Milano,64, pp.813/819.
(7) Della Società Filarmonica di Trieste, di cui era socio il nonno della scrittrice.
(8) v. op. cit. , p. 9
(9) v. op. cit. , p.26
(10) v. op. cit. , p.13
(11) v.op. cit. , p. 17
(12) v.op. cit. , p.63.
(13) v.op. cit. ,p. 142
(14) Intitolata in origine Passeggiata con Angela; la seconda stesura è stata destinata alla raccolta dal titolo Nuovi racconti italiani, curata da Luigi Silori per la Casa Editrice Nuova Accademia, Milano, 63. Successivamente comparve nella raccolta Interno con figure, Editori Riuniti, Roma, 76.
(15) v. op. cit. , p.p51/52
(16) Fausta Cialente, Natalia, Mondadaori, Milano,82, p. 13
(17) v. op. cit., p. 35
(18) Nella trattazione di tale tematica, La Cialente si è servita in massima parte del testo di Cesare Vivante, Irredentismo adriatico.
(19) Il nipote della scrittrice.
(20) v Le quattro ragazze Wieselberger, p.202
(21) v. op.cit., Prefazione.
Milano, 18 dicembre 2003
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