Mastro-don Gesualdo, di Verga, una commedia di piccoli personaggi della borghesia che si affannano per "roba" e prestigio sociale dimenticando gli affetti

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Mastro-don Gesualdo (1889)


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Giovanni Verga, Mastro-don Gesualdo
Einaudi Tascabili, 2005
Euro 7,00

l secondo e ultimo romanzo dell’incompiuto “ciclo dei vinti” verghiano, apparso a puntate sulla «Nuova antologia» dal 1 luglio al 16 dicembre del 1888 e pubblicato in volume sul finire dell’anno successivo, ha avuto il suo laboratorio nelle precedenti Novelle rusticane e il suo antecedente di genere nei Malavoglia.

Rispetto al precedente capolavoro, nel Mastro-don Gesualdo è cambiato il quadro sociale e la fisionomia dei personaggi: la scena è ora occupata da un lottatore instancabile che sacrifica ogni forma di affetto disinteressato al culto della “roba” (antecedente del personaggio di Gesualdo è Mazzarò della novella La roba, appunto), sicuro di sé e degli obiettivi che vuole raggiungere, accanito accumulatore di capitali.

E’ però anche, questo, il romanzo in cui si ribadisce la sconfessione della presunta oggettività verghiana: l’Autore dimostra, come aveva già fatto mediante alcuni personaggi dei Malavoglia, che la legge esclusiva del profitto non ripaga, che alla fine di una vita cui ha arriso la ricchezza e il raggiungimento degli obiettivi pratici, Gesualdo Motta conosce la totale indifferenza dei suoi, la sconfitta affettiva e morale.

Questo “mastro” muratore che ha raggiunto con lavoro tenacissimo una notevole ricchezza, è riuscito anche a diventare “don” sposando Bianca Trao, figlia di una famiglia di nobili decaduti; lui, proletario, entra nella società di benestanti titolati, lei risolve i problemi economici. Gesualdo rinuncia, per sposare Bianca e avere prestigio sociale e buone frequentazioni, all’amore fedele di Diodata, la serva affezionata che gli ha dato due figli.

L’unica figlia che però Gesualdo riconosce è quella nata dal legittimo matrimonio: Isabella, che si vergogna del padre e si considera una Trao, stigmatizzerà crescendo il dissidio col padre sposando uno spiantato palermitano con cui si è compromessa, il quale dilapiderà con disprezzo e derisione il patrimonio del suocero.

La sete di denaro di Gesualdo gli ha creato intorno il deserto nei rapporti affettivi, ma quasi tutti i personaggi in fondo provano questa brama, la condividono; c’è nel romanzo un arrabattarsi insistente di tutti queste “piccole” figure, su cui campeggia solo qualche personaggio marginale in grado di provare passioni: la serva Diodata, Isabella finchè è innamorata.

È, come dice Giuseppe Petronio, «la commedia fitta e pettegola della vita sociale borghese, una triste storia di sconfitte, derisione, disprezzo, di soldi che distruggono gli affetti: una commedia triste e amara».

L’ambiente non è più quello corale dei Malavoglia, anzi è un ambiente ristretto, socialmente più elevato, a metà tra la borghesia e l’aristocrazia, ma anche qui non c’è scampo per i personaggi, di qualsiasi classe sociale essi siano.

Conseguentemente ai contenuti, la mimesi linguistica verghiana dà vita a un romanzo dal linguaggio più vario rispetto ai Malavoglia, fatto di un lessico più ricercato, di una sintassi più articolata, di un registro più analitico dei sentimenti.

Il libro è strutturato in 4 parti: l’ascesa economica fino al matrimonio di Gesualdo con Bianca Trao; il lavoro di imprenditore e le ostilità dei parenti; la vita della figlia Isabella; l’infelicità coniugale di Isabella, la malattia e la scomparsa di Gesualdo.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 15 gennaio 2002
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«Le crudeltà che si commettono contro il codice, sono una povera banale cosa, rispetto alle inaudite, acutissime, strazianti crudeltà che si esercitano per il solo fatto di essere vivo e tirare avanti alla peggio.»

(Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 19 gennaio 1938)




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