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Il male oscuro (1964)


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Giuseppe Berto, Il male oscuro
Rizzoli 1964

l male oscuro (1964), il romanzo certamente più celebre di Giuseppe Berto, è un'opera che si distingue per la sua «modernità», ovvero per la varietà e profondità di significato che allora ha saputo generare e che ha dimostrato di saper mantenere nel tempo.

Il forte impatto che il romanzo di Berto ebbe sulla critica, al suo apparire, fu certamente dovuto a una scelta stilistica, che si amalgama sublimemente con il contenuto: il racconto scorre, come una sorta di ininterrotta confessione, e lo stile segue il percorso incontenibile del pensiero, travolgendo sul suo percorso la punteggiatura e le norme della sintassi. Ma diversamente da altri autori, Berto non è guidato da una ricerca formale, concentrata sull'aspetto semantico o da un esclusivo lavoro di cesello linguistico. Egli approfondisce l’indagine per riprodurre nel modo più efficace la concatenazione del pensiero. Il risultato è assimilabile, come alcuni hanno sostenuto, allo stream of consciousness joyciano, ma soprattutto al monologo teatrale (come certe riduzioni radiofoniche del romanzo hanno confermano praticamente).

Giuseppe Berto, sceneggiatore cinetelevisivo, reduce da diversi insuccessi letterari e in preda a una forte crisi esistenziale, iniziò la stesura di questo romanzo come forma di catarsi autoanalitica su invito del suo psicanalista. La storia in effetti è autobiografica, ben al di là della disposizione di Berto a esporre i fatti della propria vita.

Il protagonista, uno sceneggiatore, in seguito alla morte del padre, che ha sempre considerato autoritario e gretto, e a cui rimprovera di non averlo mai amato, entra in una fase di depressione acuta, che travolge tutti i suoi affetti, e che lo porta a terribili forme di isteria somatizzante. La crisi sembra avere il suo punto di partenza nel momento in cui il narratore matura la consapevolezza che il padre è malato di tumore. Ciò avviene durante la visita chirurgica cui casualmente assiste (sempre che, cosa che la psicanalisi mette in dubbio, esistano gesti casuali). Da questo momento il protagonista è assillato dal pensiero del padre morto, per cui inizia a nutrire un'inattesa compassione, ossessionato dal cancro, ipostasi carnale di quel "male oscuro" che sempre di più lo insidia. Addirittura arriverà ad accusare terribili dolori che condurranno anche lui, sulle orme del padre, in sala operatoria, dove però gli verrà riscontrata solo una salute fisica di ferro.

Nell'affrontare questo suo male, oscuro per l'appunto tanto nelle cause quanto nella forma, egli manifesta tutte le sue nevrosi, indagandone laddove gli è possibile la causa, seguendo un classico percorso di analisi. Senonché l’analisi in Berto non si risolve in un semplice schema terapeutico, ma diviene un procedimento di indagine sul male di vivere, come condizione che accomuna, più o meno consapevolmente tutto il genere umano.

Al di là dell’autobiografia, l’intento dichiarato ne Il male oscuro è una ricerca interiore che Berto indica come soluzione a quel male perenne, storico e cosmico, al persistente senso di colpa che deriva dall’incapacità di perdonarsi delitti che in realtà non si sono mai commessi. Perchè non sono delitti.

Il male oscuro rappresenta anche attraverso una lettura spietata, ma sempre ironica, talvolta grottesca, l'assurdità del vivere quotidiano, le meschinità e le piccolezze di cui sono intessuti i rapporti umani e familiari. Su tutte domina la figura del padre nella cultura cattolica, che Berto mette a nudo come forse nessun altro ha fatto prima di lui. Ciò comporta anche un'analisi tormentata di tutti i valori di quella civiltà in cui l’autore nacque e crebbe, la civiltà dell'Italia che, come lo scrittore, affrontava una dolorosa adolescenza nel passaggio dal mondo rurale a quello industriale e urbano, con l'aggravante dell'impostazione data al fenomenno dal regime fascista. È un'analisi lucida, non esente da pietà e compassione nei riguardi di quelle tradizioni e di quella morale, così dure e collaudate nel tempo, cui il giovane Berto tentava di sottrarsi, mentre si puniva per la colpa di non sapervisi adeguare.

Non stupisce che alla sua pubblicazione, avvenuta per la prima volta nel 1964, il romanzo sia stato accolto dalla critica (che pure non fu mai molto favorevole a Berto, sia per la sua tendenza a ispirarsi agli autori americani, sia per il suo passato in «camicia nera», che egli non rinnegò mai) con enorme interesse.

Lo stile di Berto ci trascina in questo «de profundis» di impressionante lucidità, senza rinunciare a una ironia discreta, che alleggerisce la pressione emotiva dell'opera, altrimenti insostenibile, nella sua intensità. Questo approccio stilistico è stato paragonato molte volte a quello di autori americani contemporanei come Hemingway e Salinger, per via del piglio scorrevole e diretto, da monologo confidenziale: in effetti fu durante la prigionia in Texas che Berto ebbe modo di formarsi letterariamente, e fu proprio nel campo di prigionia di Hereford che vennero scritte le sue prime opere. Dal punto di vista della letteratura italiana Il male oscuro venne paragonato, per la descrizione del nevrotico mondo interiore, alle opere di Svevo (Senilità) e di Gadda (La cognizione del dolore): benchè Berto si ispirasse a quest'ultimo come a un maestro, Il male oscuro si presenta alla sua apparizione come un'opera assolutamente originale, forse allora anche più di quanto oggi siamo in grado di apprezzare Ma la godibilità del romanzo, e la sua attualità tematica, la sua umanità, mettono in luce il valore proprio delle opere che possono essere apprezzate in qualsiasi epoca.

A cura della Redazione Virtuale

02 febbraio 2001
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Saliero Salieri, Milano, 28/08/'04

....sto attraversando un periodo (...periodo...sono anni ormai !!!) che mi sta portando alla follia...non voglio vivere più...ma prima voglio leggere questo libro...

Caterina Iollo, Pratovecchio (Arezzo), 5/08/'04

Scusate se sarò molto breve me non sono molto brave a scrivere,comunque questo libro è interessante,vedere come il figlio sta male per il padre e poi pensa di ritrovarsi nella sua stessa situazione.io ho vissuto un perido spiacevole nella mia vita e le parole di Berto, il suo modo di scrivere mi hanno fatto riuscire a guardare avanti e ad affrontare i problemi e non scansarli.grazie Berto!


Greta Caserini (alexis@libero.it), Londra/Roma, 19/10/'03

Ho comprato il libro di Berto, dopo aver cercato in rete informazione sull'ipocondria, dopo un periodo prolungato di visite specialistiche, ospedali e dottori. Leggere le sue pagine ed il modo in cui affronta, con serenita' - alla fine secondo me - tutte le vicessitudine che incontra ogni nevrotico, fobico o ipocondrico, mi ha fatto capire meglio chi sono, mi ha fatto sentire meno sola, e mi ha dato piu' forza per accettarmi e volermi bene per quello che sono. Devo dire che in un'epoca come la nostra dove l'identita' sembra essere un un prodotto in vendita, il libro di Berto e' un'ondata di ossigeno. Penso di comprare almeno un altro suo libro. Un grande libro che ti lascia molto, come ogni grande libro dovrebbe fare. Greta.


Tommaso Marotta (marottacafiero@tin.it), Napoli, 06/08/03

Si è soliti dire che "Il male oscuro" abbia subito direttamente o indirettamente l'influenza di Joice e di una scrittura di matrice associativa. Sarebbe, però, altrettanto interessante indagare altre influenze. Ad esempio, nel capitolo in cui il protagonista avverte la propria nevrosi manifestarsi sotto forma di identificazione col padre (e si può anche leggere questa identificazione come progressivo assorbimento del personaggio da parte di un "potere" occulto) non potrebbe esserci anche l'influenza del Kafka di "Lettera al padre"?


Carolina Nuti, Livorno, 8/01/03

L'ho trovato un libro interessante, anche se inizialmente un po' lento. il guaio è che adesso ho da fare delle domande sull'economia e sulla società impossibili !


Nia Bi, (fkblds@freemail.com), Milano 17/06/02

Prendere consapevolezza della propria condizione è il primo passo per affrontare e sperare di smascherare i fantasmi che ci assediano. Questo libro ha rappresentato per me una sorta di specchio dove ritrovare percorsi e similitudini caratteristici di questa "malattia", perchè tale è e come tale va riconosciuta e compresa. Non credo nell'aiuto psicologico o psicoterapeutico a questo problema. Credevo nell'analisi basata sui principi freudiani, ma so quanto questo possa costare sul piano personale ed economico e chi decida di avventurarvisi con coscienza e convinzione. A tutti coloro presi in quella che definisco "la rete invisibile", rivolgo un pensiero: siamo soli, non abbiamo uno strumento ritenuto valido, garante del recupero del benessere, siamo in balia del sole che sorge e tramonta e siamo costretti a condividere in modo distorto con il mondo un disagio che è solo nostro. Non ci sono minimi o massimi comuni denominatori a cui fare riferimento. Ci sono la sofferenza e il buio. E se un tempo credevo esistesse una via di luce, oggi so che non così. L'amore appare come una soluzione, ma è in realtà un rimedio temporaneo e foriero di complicazioni e dolore ulteriori. Non ci resta che costruire il nostro rifugio e offrire al mondo la faccia che vuole, tenendo l'anima stretta fra il cuore e la testa, cercando di sopravvivere fino alla fine, giusto per chiudere il cerchio e capire che non ne valeva la pena.


Carlo Romeo (ismaele89@hotmail.com), 29.12.2001

Perdonatemi per le stronzate che dirò. Ho letto l'opera in un periodo non felice della mia vita (pare sia destino comune) e devo ringraziare Berto se ho potuto affrontare me stesso con più consapevolezza, il suo vaggio è stato il mio. Non dimenticate questo grande scrittore.




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Mer, 27 set 2006

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