L'IGUANA, ROMANZO ALLEGORICO DI ANNA MARIA ORTESE

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L'iguana (1965)


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Anna Maria Ortese, L'iguana (1965)
Adelphi, 1986
Fabula, pp. 204
Euro 16,50

l romanzo di Anna Maria Ortese, L’iguana, si compone di ventiquattro capitoli, i cui primi otto uscirono a puntate su «Mondo» fra l’ottobre e il novembre 1963. Il libro fu poi pubblicato da Vallecchi nel 1965.

La trama è allegorica e di non semplice interpretazione, perché caratterizzata dai continui passaggi dal piano della realtà a quello del fantastico, e da una difficile collocazione temporale. Questo, in breve, il sunto.

Don Carlo Ludovico Aleardo di Grees, dei duchi d’Estremadura Aleardi, nonché conte di Milano, intraprende un lungo viaggio attraverso il Mediterraneo, alla ricerca di nuove terre da acquistare. Egli è un affermato architetto, e compie la sua annuale crociera nell’intento, su suggerimento materno, di arricchire il patrimonio di famiglia. Daddo, così è altrimenti chiamato il conte, è spinto anche da un altro progetto: quello di ritrovare, per poi dare alle stampe, qualche scritto inedito. Adelchi, giovane editore, amico milanese di Daddo, è, infatti, alla ricerca di un prodotto che possa sorprendere il pubblico: un’opera, come suggerisce egli stesso, che «manifesti la rivolta dell’oppresso».

Il panfilo del conte salpa alla volta della Sardegna, prosegue poi lungo la costa spagnola, e giunge, alla fine, nei pressi di alcune isole portoghesi. Una in particolare, non segnata sulla carta nautica, sembra destare il suo interesse. Si tratta dell’isola di Oca_a, un piccolo promontorio a forma di “corno”, sulle cui spiagge Daddo approda senza indugio, attratto dall’aspetto forse un poco sinistro del luogo.

Qui incontra il marchese don Ilario Jimenez, con i suoi fratelli Felipe e Hipolito. Costoro, della casata dei Guzman, sono i proprietari dell’isola, sulla quale vive anche un’altra creatura: trattasi di una donna-rettile, un’iguana, per la precisione, che ha il compito di badare all’umile dimora del marchese. Il conte Aleardo, mosso a compassione per la sorte della servetta, decide di prendersi cura di lei, e per farlo si dice disposto anche a riscattarla, per poi condurla con sé a Milano. Nel frattempo, approfondendo la conoscenza con Don Ilario, Daddo scopre che il marchese si diletta nella composizione di alcuni poemi. Le sue liriche, dal sapore antico, richiamano alla memoria ben altri capolavori, ma appaiono al conte Aleardo meritevoli di una considerazione tale da fargli vagheggiare futuri successi editoriali in patria. La prospettiva di un immediato e sostanzioso guadagno non sembra però interessare Don Ilario e i suoi fratelli: caduti ormai in miseria, i signori dell’isola si sono ridotti a venderla ad una facoltosa famiglia. Il contratto sarà suggellato dal matrimonio di Don Ilario con la figlia dei ricchi acquirenti.

L’unico problema resta l’eventuale sistemazione dell’iguana, cui in passato il marchese sembra essere stato molto affezionato: un sentimento che, per misteriose ragioni, è poi mutato, fino a trasformarsi in repulsione e ostilità, tanto da degradare l’animale al ruolo di sguattera.

Nell’arco di un solo giorno gli eventi precipitano, ad un punto tale da condurre il conte alla soglia della pazzia. Egli, colto da strane visioni, non riuscirà più a distinguere tra la dimensione della realtà e quella del sogno. Infine, in pieno delirio, troverà la morte cadendo nel pozzo, nell’estremo tentativo di salvare l’iguana.

Il simbolismo de L’iguana coincide con la scelta stessa dell’animale come protagonista (l’essere ambiguo, tema caro all’Ortese, ricorrerà anche nell’altra sua famosa opera, Il cardillo innamorato). Sotto svariate forme, sia che si tratti di una donna-rettile, o di un serpente, o di una lucertola (che, sebbene in miniatura, rimanda ad un altro essere fantastico, il drago), tutti questi animali rappresentano l’emblema stesso del male, la sua incarnazione.

È inoltre superfluo ricordare come la natura negativa e doppiamente tentatrice del serpente e della donna siano di chiara derivazione cristiana. Nel caso specifico, però, l’iguana fa parte della categoria degli oppressi, e non degli oppressori. Quasi priva della parola (salvo qualche interiezione: i suoi “nao, nao, nao…”), essa accetta di buon grado quello che il destino le riserva; nel suo sguardo — gli occhietti “scuri e dolorosi” — si può leggere tutta la sua rassegnazione.

Paola Azzolini, esaminando il testo dell’Ortese, suggerisce altre metafore: fra queste, il pozzo, luogo spesso citato nelle antiche fiabe, che a sua volta rimanda all’acqua, elemento cui l’iguana ineluttabilmente appartiene. L’impossibile accoppiamento fra l’uomo e la bestia, altro tema tipicamente fiabesco: da qui la redenzione dell’iguana, che, grazie al sacrificio finale di Daddo, si trasformerà in una vera e propria donna.

Questo leggiamo nell’affettuosa e partecipe introduzione che il poeta Dario Bellezza, amico fraterno, dedica ad Anna Maria, in un’edizione de L’iguana datata 1978:

«Nella polemica fra natura e cultura la Ortese ci dà in regalo questo essere mostruoso, mezzo umano e mezzo animale, che sa soffrire e piangere come in un’infanzia smarrita la certezza di un bene inarrivabile anche se qualcuno pensasse di attribuirsi il Male.»

Bellezza si riferisce alla denuncia, neppure troppo velata, che l’Ortese inserisce nelle prime pagine de L’iguana: «[…] vale la pena di accennare ad una strana confusione che dominava allora la cultura lombarda, e condizionava perciò l’editoria, su ciò che si deve intendere per oppressione e conseguente rivolta. […] i Lombardi avevano per certo che un mondo oppresso abbia qualcosa da dire […]»

Miseria, dolore, solitudine costellarono la vita di Anna Maria Ortese, scrittrice autodidatta e appartata, per quanto vincitrice di alcuni premi letterari. La vita e la scrittura furono per lei inscindibili, anche se, nei rari casi in cui non riuscì ad onorare i propri impegni, non mancò di entrare in polemica con le stesse case editrici per cui lavorava. Questo, infatti, soleva dire di sé: «Si scrive perché si cerca compagnia, poi si pubblica perché gli editori danno un po’ di denaro.»

Fu per sottrarsi alla sua triste realtà che cercò rifugio nell’immaginazione: la dolce, esotica storia dell’iguana ne è un mirabile esempio.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 7 ottobre 2004
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