DI ELENA FERRANTE, I GIORNI DELL'ABBANDONO DESCRIVE LA VICENDA DI UNA DONNA LASCIATA DAL MARITO E DEL CAMMINO VERSO UNA SERENITA' RITROVATA.

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I giorni dell'abbandono (2002)


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«Assenza, più acuta presenza» [Attilio Bertolucci]

Elena Ferrante, I giorni dell’abbandono
E/O, Roma, 2002
Pag.214, Euro 14,00

uieti. Quietamente. Con queste due parole sparse nella prima e nell’ultima pagina Elena Ferrante fa iniziare il suo romanzo e lo fa concludere. In mezzo, la tragedia di una crisi coniugale, di una separazione. Il pretesto e l’occasione per porsi nuovi interrogativi e riguardarsi come coppia, ma soprattutto come donna.

Mario, il marito della protagonista, se ne va in un momento in cui in realtà non c’è alcuna vera crisi tra loro. Se ne va. Semplicemente perché forse, come gli era già successo alcuni anni prima, gli è venuto «un improvviso vuoto di senso».

Semplicemente perché forse tutto quello che sembrava accettabile e sopportabile il giorno prima, è divenuto improvvisamente invivibile, contro natura. Una natura di cui troppo spesso ci si è dimenticati pensando che quella che si stava vivendo fosse l’unica felicità possibile.

Fino al momento in cui non si ha più paura della paura e una ragionevole follia si impadronisce di noi per farci partire. Senza troppe spiegazioni.

I giorni dell’abbandono potrebbe essere la risposta femminile a Intimità, il breve romanzo dell’autore inglese Kureishi, dove si assiste alla lunga notte di dubbi di un uomo che pensa di lasciare la casa ed i bambini. Il libro della Ferrante in qualche modo inizia dopo una notte come quella e dopo tutto quello che si è portata via.

La protagonista è Olga, napoletana, da anni trasferitasi a Torino. Della famiglia d’origine, della Napoli rumorosa, ha subito voluto dimenticare i toni esibiti e ha imparato così, in un ambiente asettico, una nuova disciplina, una lingua fatta di toni meditati e mai di fretta. Tutta una vita, la sua e quella del marito, a contenere emozioni e sentimenti.

Parole non dette, ritirate. Mai urlate. Come nella loro prima crisi.

Doveva forse lei allora per risvegliarsi ascoltare il silenzio di quelle parole non pronunciate?

A quali frasi aveva rinunciato lui mentre gliele diceva altre? Quelle parole che gli si trasformavano in bocca mentre le pronunciava…

A quanto avevano rinunciato entrambi in tutta la loro vita?

Quali affinità li avevano veramente legati?

Lui era così : «tranquillo per anni, senza un solo attimo di disorientamento, e poi all’improvviso scombussolato da un niente». E lei si era adeguata, convinta che perdere il calore della sua terra, con la passione della rabbia e della gioia, fosse stata una conquista.

Di certo quello che non avrebbe mai desiderato era diventare come la poverella del suo quartiere d’infanzia, senza vergogna, quando la notte svegliava tutto il paese a forza di piangere per il dolore di essere stata lasciata.

Un dolore così appariscente l’aveva disgustata, per sé non avrebbe mai voluto quella pietà.

Elena Ferrante riesce ad accompagnare immagini violente e a tratti disgustose con grida silenziose ed urlate, a farci sentire tutto il dolore di una donna spezzata, abbandonata, quando tutto diviene difficoltà, incapacità, vergogna ed inadeguatezza.

Il richiamo a Simone de Beauvoir è evidente, queste donne così generose sentono che non è più il momento di essere benevole e affettuose; dopo essere state così obbedienti, qualcuno, la persona a loro più vicina ma improvvisamente così lontana, il loro uomo, nell’abbandonarle, nel non amarle più, le ha messe di fronte a una nuova realtà a cui non possono più sfuggire.

Con un desiderio di giustiziare e di uccidere, dimenticata, Olga non riesce a sentirsi bella neanche per Carrano, il musicista vicino di casa, che invece la trova bella, ma ha paura ad avvicinarla.

In quel palazzo desolato d’agosto dove tutte le famiglie sono in vacanza due solitudini si incontrano e provano a mimare i gesti dell’amore, con rabbia, innocenza e sporcizia, desiderio di punirsi punendo l’altro.

Respiriamo nella casa di Olga, dei suoi due bambini e del cane Otto l’odore delle notti insonni, il vuoto nero ed oscuro, dove nessun suono è armonioso. Dove tutto è al limite del pericolo, al limite di uno scoppio, della morte, per le inadempienze di lei, per le disattenzioni di chi vorrebbe lasciarsi morire e non è in grado di occuparsi di nessuno che non sia se stessa.

Quasi una colpa che prende tragicamente su di sé, divenendo la vittima sacrificale di una società in cui non si riconosce. Per questo il romanzo può essere definito una tragedia greca all’interno della quotidianità di ogni donna.

Olga sente su di lei lo sguardo degli amici in comune che la compatiscono, che per tutela le mentono. Sente di essere debole.

Prova a truccarsi, a travestirsi, indossando, come un’attrice protestata dal regista, gli abiti che gli altri vogliono che indossi. E allora la immaginiamo con un rossetto che non le si addice, con gesti sfrontati che non le appartengono, con una violenza di cui essa stessa si stupisce.

Ma piano piano assistiamo al progressivo recupero della normalità, della quiete, passando per la rabbia e recuperando le sue origini, quell’ancestralità di femmina, di madre, di eroina greca, con tutto l’impeto e la passione che aveva dimenticato.

«Devo reimparare il passo tranquillo di chi crede di sapere dove sta andando e perché». Il libro segue passo dopo passo questa strada, questa riappropriazione di sé, quando l’autodeterminazione e la forza diventano nuovamente le proprie risorse, perché poi in fondo la vita non è che questo: «un sussulto di gioia, una fitta di dolore, un piacere intenso, vene che pulsano sotto la pelle, non c’è nient’altro di vero da raccontare».

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 12 Marzo 2003
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