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IL FREDDO DENTRO, DI LIDIA RAVERA: L'ANALISI DELL'ECCIDIO CHE SCONVOLSE LA CITTADINA DI NOVI LIGURE |
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Il freddo dentro (2003) |
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con questa logica che, progressivamente, si è cercato di dimenticare la tragedia di Novi Ligure. Ma è per questo che, a due anni dalleccidio, Lidia Ravera ha riaperto quellarmadio per contemplarne gli scheletri e mostrare a tutti quanti la loro bruttura.
Con una scrittura cui non si può aggiungere né togliere una parola, impeccabile e impietosa, questo libro ci pone sotto agli occhi linnegabilità dellincomprensione su quei delitti, e lammissione che tutto quello scrivere, parlare, commentare, non abbiano portato a una spiegazione, ma solo ad un accantonamento, al termine di un tempo giudicato, forse, appropriato. Non è un romanzo, eppure cerchi di illuderti che quelle persone, che non sono personaggi, possano in qualche modo, ad un certo punto, mutare il corso degli eventi. Non è mai morboso, ma fa orrore. Ci terrorizza prima che tutto quel sangue sia versato, e quando questo accade, quel dolore (che cè stato) e quellodio (se cè stato) sembrano travalicare il perimetro, bianco e rettangolare, in cui il libro dovrebbe recluderli, proteggendoci. La cosa più spaventosa, nel cercare di delineare minuziosamente la peculiarità della famiglia De Nardo, è che la peculiarità non cè. È una famiglia come molte, moltissime ne conosciamo, se avessimo il coraggio penseremmo che forse è come la nostra. Ci terrorizza che se Erika è una ragazza come tutte le altre, tutte le altre possano essere come lei: il male sfugge a una categoria e dilaga in ogni quotidianità possibile, perfettamente a suo agio nella più consueta. Abbiamo stabilito che Erika non è malata perché non abbiamo un nome per la sua malattia. Labbiamo resa sana e labbiamo resa, assurdamente, ancora più simile a noi. La odiamo a nostra volta perché ci condanna allimpossibilità di perdonarla. Questa lunga requisitoria aspetta le nostre risposte: sappiamo cosa sia accaduto, anche con più dettagli di quanto il senso comune non possa sopportare. Sappiamo quale sia stata la sentenza, sappiamo quale sia stata la difesa. Sappiamo quanta parte della condanna sia già trascorsa, e quanto manchi alla sua conclusione. Ma siamo in salvo, adesso che giustizia è stata fatta? Ci ha messi al sicuro, il processo a Erika e Omar, da loro e da quelli come loro? Ci ha messo in grado, almeno, di identificare quelli come loro? E quando Erika e Omar usciranno dal carcere, con i loro volti invecchiati e sconosciuti alla pubblica opinione, con una dozzina danni di prigione nella memoria, un duplice omicidio sulla coscienza, che genere di persone potranno divenire? Questo libro è un appello, un monito, uno specchio davanti al quale dobbiamo porci, senza aspettare una prossima volta in cui questorrore assuma anche il sapore di unoccasione perduta. A cura della Redazione Virtuale Milano, 4 giugno 2004 |
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I commenti dei lettori
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