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LA DIARIA DEL DANZATORE, DI ELENA BORGATTI, LA DANZA E LA POESIA RIUNITE NELL'ARTE |
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La diaria del danzatore (2004) |
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Propongo un gioco al lettore: smontare la struttura composita del libro (parti narrative, riflessive, scene comiche e al limite giovanilistiche solo nel linguaggio: «altro che palle!»; e sono da notare i fortissimi cambi di stile e di lingua a seconda dellappartenenza alle zone tematiche). Smontare o disfare lordine del pubblicato per ricostruire tre zone separate: il racconto dellio, il pensiero serio, le storie allegre. Questo gioco serve ad evitare sùbito la superficialità dellequivalenza, che è umiliante, tra persona giovane e scrittura giovanile; e si tratta di una risposta impegnativa alla stessa struttura del libro. È ovvio che laccusa di snobismo (« agli occhi di quelle persone, chi cede alla pressione del dubbio è solo un insopportabile snob») non sarebbe mai rivolta ai non-giovani (i Grandi, i Vecchi, i Morti): è detta dai Giovani ad altri Giovani, in nome di un malinteso sullinterpretazione del realismo. Il giovane che sa (fare) è in una posizione di autodifesa (difesa del proprio: equilibrio, cultura, distanza dal banale), più che di autopromozione. Lalchimie du verbe (e de la dance) non comporta nessuna immunità, né allinterno né allesterno. Per questo motivo non tutti i testi in cui Elena si abbandona di più i testi che urlano sono accompagnati da fotografie di Elena. LE DOMANDE Nel file della Diaria il computer conta 17 occorrenze di rispondere e risposta, e molte di chiedere, spesso in prima persona («Io vi chiedo di capire»; «non chiedo nulla a nessuno»). Rispondo è lultima parola del libro, associata al pronome del dialogo: io ti rispondo. Ora questa frase da amica ad amico è pubblica e rivolta a tutti i lettori, che dovrebbero chiedersi come avvenga la risposta: se allesterno o allinterno del libro; se in un contatto con la scrittura (il libro stesso è la risposta) o nella stretta di mano con Elena Borgatti. I POETI Tento una provocazione: i veri protagonisti del libro non sono i danzatori, ma i poeti. Il lettore che tenterà lo smontaggio del libro vedrà che la danza è soprattutto lavoro, a volte descritto come gioia, e quindi con parole ironiche, a volte come affronto al corpo, e quindi con parole tragiche. Nel libro la danza è più fotografata che descritta; e, se è descritta, è più la Danza in generale che la coreografia di Borgatti in particolare. Gli umanisti appaiono quasi sùbito con forza, nella loro ambiguità di dolenti-violenti: nelle prime tre pagine, lo scrittore che «dice di odiarmi a morte» e i «convegni e incontri di poeti ancora più tormentati di me i cui occhi, mossi da feroce tenerezza, erano capaci di far apparire la mia costante ubbia uno stato quasi euforico». Le opere e le esperienze di alcuni autori contemporaneissimi sono opere ed esperienze di traduzione: un continuo sforzo di relazione con (e organizzazione delle) altro (voci, libri, persone, musiche). Non sempre è un rapporto sano (altra parola ribattuta: la macchina ne trova 8 occorrenze); più spesso è lesatto contrario, e spesso questo contrario è legato a un dialogo, che fallisce o non nasce, con gli altri umanisti. Il dialogo funziona più facilmente con i Grandi e i Morti: « in quei giorni avevo finalmente capito (capito per davvero) la serenata per tenore, corno ed archi di Britten. In passato me lero cantata decine di volte; alcuni anni fa avevo lavorato su alcuni di quei brani, ma allepoca non ne avevo capito niente e provavo il disagio tipico di chi tenta di instaurare un dialogo con una persona straniera senza conoscerne la lingua. Ma una mattina, così per caso, improvvisamente, quella serenata lavevo sentita entrare nelle mie ossa, era diventata mia, era arrivato il momento, avevo tutto il lavoro in testa. Finalmente avevo capito quella serenata e basta». I soli scrittori nominati nel libro sono Rimbaud, Trakl, Simic, Celan e Cioran. Lonore della nominazione è parallelo allonore dei singoli, evidentemente: i Grandi e i Morti. BASTA Unaltra parola-chiave, ripetuta almeno 25 volte, è BASTA, pura o rifatta in ABBASTANZA: per chiudere il discorso («e basta») e per fissare un limite allinterpretazione dei gesti («io non ti basto mai» e «io sono solidale solo con me stessa e questo mi basta»). Tanto basta, ora, per proporre una lettura meno passiva e per accompagnare un testo che rischia di uscire troppo nudo e fraintendibile. Questo libro non è né giovanilistico, né autopromozionale, né contaminato (in tutti i sensi) con gli spazietti nella cultura: Nessuno poteva immaginare che mi stavo portando a spasso un prato. Dalla postfazione a cura di Massimo Sannelli. Per gentile concessione dell'editore. Milano, 8 novembre 2004 |
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I commenti dei lettori
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