Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò
Einaudi tascabili, 1999
pp.222 L.15.000/ Euro 7,74
ellimmediato dopoguerra, fra il 1945 e il 1947, Pavese compone probabilmente lopera più coraggiosa della sua vita, Dialoghi con Leucò, ventisei brevi conversazioni a due, che analizzano le eterne angosce degli uomini, affrontando temi fondamentali come il dolore, la morte, il destino e le imperscrutabili leggi che li governano. I protagonisti dei dialoghi sono sempre eroi della mitologia greca e latina, e sempre personaggi diversi tranne Leucotea, corrispondente, nel nome (troncato nel titolo in Leucò), ad una dea tebana ma traduzione greca del nome Bianca, come la donna di cui era innamorato Pavese in quel periodo.
Ed era un momento, quello, di dominante neorealismo, in cui la cultura letteraria del dopoguerra imponeva la trattazione pressoché esclusiva di argomenti legati al presente, al conflitto stesso o alle gravi difficoltà delluomo a vivere il giorno dopo in una terra sconvolta dallodio. Anche Pavese è un autore neorealista, per alcuni critici il più grande, ma i Dialoghi sembrano operare uno strappo memorabile, non immediatamente compreso. Un ritorno al passato, un balzo allindietro addirittura fino alla mitologia classica non era tollerabile, far rivivere Achille e Patroclo, Eros e Tanatos, o Calipso anziché la maga Circe, poteva far temere alle prevalenti lettere del tempo un rischioso arretramento, un inutile salto nel buio che chi era impegnato con vigore a monitorare loggettiva realtà non avrebbe mai messo in conto di compiere.
Condannato per disimpegno e definitivamente emarginato dalla politica e dagli ambienti culturali, Pavese, ormai sfiduciato ed isolato anche nella vita privata, si uccide a Torino il 26 agosto 1950, in una camera dalbergo. Ma il suo riscatto era appena iniziato. E proprio del 50 lassegnazione del prestigioso Premio Strega, un riconoscimento che interviene opportunamente ad accelerare unoperazione già intrapresa, la complessiva riconsiderazione delle opere di Pavese. E i «dialoghetti» (come egli stesso li chiamava) sopra tutte le altre, ottengono finalmente la giusta lettura.
Che personaggi come Issione e La Nube, Saffo e Britomarti, Ippolito-Virbio e la dea Diana risultassero impopolari alla letteratura del primo dopoguerra, così materialistica ed intrisa di realtà umana, era facilmente ipotizzabile. Qualsiasi noto scrittore del tempo avrebbe proposto in loro vece soldati o contadini dai nomi familiari, ed il successo gli avrebbe immediatamente arriso. I temi trattati nel libro si sarebbero agevolmente potuti adattare ad un linguaggio più convenzionale, maggiormente in linea con la tendenza del momento, spesso retorica. Ma il rifiuto di omologazione di Pavese supera i tempi, li trascende e li analizza seguendo un percorso audace che dal mito precristiano arriva alla valutazione lucida dei problemi contemporanei, lineluttabilità del destino, la necessità della morte o i dubbi sulla felicità delluomo, i medesimi affrontati dai personaggi mitologici citati prima.
Ed il coraggio di Pavese nel comporre Dialoghi con Leucò, asserito in apertura, consiste proprio in questo, nella forza intellettuale che solo un autentico uomo di cultura possiede nello sfidare il conformismo del proprio tempo, assumendosi tutte le responsabilità delle proprie ragioni e pagandone senza esitazioni il relativo prezzo, persino il più alto.
A cura della Redazione Virtuale
Milano, 20 novembre 2001
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