uando troppo manca per sentirsi vivi, quando a malapena ci si sente, è lInferno. Non un luogo, né un tempo ma qualcosa da abitare che ci abita. Giorgio Manganelli sinoltra nella spirale infernale della sua mente, scoscende paesaggi psichici inauditi di bellezza terribile. E un quadro di Bosh questo romanzo, dove ogni luogo corporeo è animato e disgiunto da un tutto che sfugge e che continuamente si trasforma.
La morte è un dettaglio, linferno manganelliano è fatto di demoni, visioni, trattative, sofferenza, è meraviglia e orrore - esattamente come la vita, perché «il non esistere è un accidente dellesistere». Litinerario è obbligato, lunico modo per uscirne è attraversare fino al decorso il proprio luogo, passarsi dentro e addosso riproducendo il «travestimento umano» in un susseguirsi senza requie di immagini e suggestioni. «Non riesco a sapere se io stesso sono inferno, e dunque linferno siano i miei accadimenti», per questo il viaggio è inevitabile e doloroso, scortato da unabitante psichica e organica, una bambola interiore che mangia le viscere e sussurra lindicibile, mangia le interiora e defeca in esse.
Il disgusto e lamore per la bambola si fondono nella blasfemia di un vizio autolesivo, autoerotico che scava e svuota finché leco si fa assordante, e lunica certezza è che senza la bambola si sarebbe persi. La surrealtà del viaggio prosegue senza tempo, in una condizione di semprità che pare lunica possibile allo snodarsi di questi onirici paesaggi metafisici descritti dallautore con una pregnanza di termini ed espressione straordinaria. Manganelli non smentisce il suo talento di visionario e lucido stupratore del linguaggio, può permettersi ogni lusso di lingua e immaginazione, può scorticare ogni significato e riderne, grazie allironia perfetta dei dialoghi tra personaggi sempre più assurdi, sempre vividissimi. Labirintica ideazione di metamorfosi infernale, in cui lio narrante si fa luna, animale, città fino a non esistere se non confuso al tutto, in una favola livida traboccante di simboli e psicanalisi, in cui come nei sogni ogni personaggio è un tratto inconscio del soggetto.
Di cerimonia in cerimonia, di gioco in gioco, di momento in momento, si vince e si traguarda solo perdendo, perché «bisogna sbagliare in modo esatto» e fondersi fino a non riconoscersi, smembrarsi fino a perdersi in un braccio, una gamba, un alluce, stralci di corpo abitati daltro e in continua tensione di altrove. Il monito è «tu dovrai riconoscerti, tu dovrai inseguirti [ ] forse tu sei tutte le forme, ma solo una ti appartiene assolutamente. Scegliti.» E la bambola teologica si fa «cadavere interiore e sfintere dellanima» in un continuo defecare che è svuotamento e creazione, mistica dellingolfamento psichico che duole e sfoga per necessità fisiologica.
Esiste miracolosamente una trama per questo libro fascinoso di sotterranea, intima densità emotiva ed intellettuale; esiste il colpo di scena, lanalisi, il misfatto e un finale di plateale meraviglia che non riesce in ogni caso a scioglierne il mistero. E quel che resta tra gli incessanti passaggi di metamorfosi è un archetipo di domanda, «è il mondo imitatio inferni, o linferno ricalco di codesto mondo? Non vi è dunque transito se non da notte a notte?»; quel che resta è la dolorosa impossibilità di consumarsi, linevitabile duplicità e la bambola interiore che torturando salva e assolve dallangoscia inguaribile non-senso.
«Mai davvero felice e mai del tutto / infelice - oh, l'ho capito; e mi regolo. / Ma pensare la gioia, almeno quello: / pensarla! e qualche volta, senza farsi/ troppe idee, senza montarsi la testa, / annusarla, sfiorarla con le dita / come se fosse (non lo é?) l'avanzo / della vita di un santo, una reliquia...»