Natalia Ginzburg Caro Michele
Einaudi, Torino 1995,
160 pp., Lire 26.000, Euro 13.42
el 1973, a quell'Italia che da poco ha conosciuto la contestazione giovanile, e che Montale suggeriva non dovesse dirsi Italia ma «lo Sfascio», Natalia Ginzburg sottrae una tragica cronaca di «dolori di specie povera». E lascia che in Caro Michele diventi romanzo.
Sull'attuale e concreto sottosuolo di quegli anni, ineluttabilmente, si disperde e si sfascia una famiglia. Incapaci di vivere insieme, tutti i personaggi di Caro Michele senza «procedere né avanti né indietro», di qua e di là si lasciano scaraventare e sbattere da una quotidiana misteriosa fatalità. E il realismo grigio e greve di Natalia Ginzburg ritrae, con fremito trattenuto, i giorni e le ore senza meta della, oramai dissolta e frantumata, piccola e media umanità borghese.
A schegge e a frammenti si scopre e si rivela la vicenda stessa, che il romanzo epistolare con intermittenti intrusioni narrative riproduce e ricompone lentamente, fino al tragico dramma finale.
Tutti, respirando «niente altro che la propria solitudine», né sanno né possono più parlarsi; e così nelle lettere ingannano il silenzio: lanciando gridi inutili di disperata, impotente ed egoistica desolazione.
A Michele, che di questo lasciarsi vivere è l'emblema, ognuno confessa la propria esistenza, appassita ed orfana. A Michele, al figlio sbandato e balordo, che fugge lontano per motivi politici, ma in realtà senza sapere il perché, Adriana rivela il suo non essergli stata madre. E infine, la morte vanifica l'illusa speranza che madre e figlio possano finalmente mettersi seduti per interrogarsi «su cose essenziali», per scambiarsi «parole chiare e necessarie» a illuminare le loro persone.
Il racconto, aprendosi nel dicembre del 1970 e chiudendosi nell'estate del 1971, sembra così voler imbrogliare personaggi e lettori, allontanandoli da un lontano tepore, e accompagnandoli, quanto più si avvicina l'estate, verso un acuto e crudele senso di freddo. Solamente la memoria dei giorni passati, dei luoghi e degli «attimi incontrati» rimane nella casa vuota: senza uomini, né padri né figli.
E anche in Caro Michele, Natalia Ginzburg, scrittrice di memorie e ricordi, racconta non il presente, bensì si curva, con il suo stile apparentemente svagato e dimesso, a ricordare ciò che è già accaduto, e oramai è divenuto passato.
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