I CANTI DI CASTELVECCHIO, OPERA COMPLESSA E MULTIFORME DI GIOVANNI PASCOLI, PER LA RICCHEZZA DEI CONTENUTI E PER LA VARIABILITÀ DELLE FORME METRICHE

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Canti di Castelvecchio (1903 - 1912)



Giovanni Pascoli, Canti di Castelvecchio
Rusconi Libri
I grandi classici, 2004
XI-145 p., brossura
Euro 5,00

Canti di Cateslvecchio furono pubblicati per la prima volta nell’aprile del 1903, seconda edizione già nell’agosto. La terza è del 1905 accresciuta di tre composizioni; la quarta, nel 1907, aggiungeva la poesia Viatico; nella quinta, del 1910, apparve in appendice Diario autunnale e infine la sesta uscì nel 1912, ultima curata dal poeta e uscita postuma. L’opera è dedicata alla madre «A Caterina Alloccatelli Vincenzi, Mia madre». Il motto latino è uguale a quello di Myricae «Arbusta iuvant humilesque myricae».

La maggior parte delle poesie furono scritte tra il 1896 e il 1903. La loro collocazione non segue un criterio cronologico, ma logico che le avvicenda secondo un ordine tematico e formale.

La prefazione illumina sulle intenzioni dell'autore e sul significato dell’opera:

    «Crescano e fioriscano intorno all’antica tomba della mia giovane madre myricae autunnali […] Mettano queste poesie i loro rosei calicetti intorno alla memoria di mia madre, di mia madre che fu così umile, e pur così forte, sebbene al dolore non sapesse resistere se non più di un anno. Io sento che a lei devo la mia abitudine contemplativa cioè, qual ch’ella sia, la mia attitudine poetica. Non posso dimenticare certe sue silenziose meditazioni in qualche serata, dopo un giorno di faccende, avanti i prati della Torre. Ella stava seduta sul greppo; io appoggiavo la testa sulle sue ginocchia. E così stavamo a sentir cantare i grilli e a vedere soffiare i lampi di caldo sull’orizzonte. Io non so più che cosa pensassi allora: essa piangeva. Pianse poco più di un anno, e poi morì.».

La raccolta poetica è divisa in tre grandi parti: la prima, più consistente, comprende 59 poesie. Apre la serie La Poesia; la chiude In ritardo. La seconda parte, intitolata Il ritorno a San Mauro, è composta da 9 poesie: dalla n° 60, la bellissima Le rane, alla 68, la sorprendente Tra San Mauro e Svignano. Segue il Diario autunnale, poesie scritte nel 1907 a Bologna, che non aggiungono niente alla già perfetta bellezza delle prime due parti dell’opera poetica.

La poesia, considerata come una consolazione per gli esseri umani, è al centro dei Canti di Castelvecchio, come una lampada che illumina la via:

    «Io sono la lampada che arde / soave… lontano risplende l’ardore/ mio casto all’errante che trita/ notturno, piangendo nel cuore, / la pallida via della vita:/ s’arresta; ma vede il mio raggio,/ che gli arde nell’anima blando, / riprende l’oscuro viaggio / cantando».

Definite dallo stesso Pascoli «canzoni uccelline», queste poesie ripropongono la descrizione e il significato sociale e simbolico del verso di alcuni uccelli. La prima poesia è dedicata alla cinciallegra che dà il segnale della partenza dei boscaioli, i modenesi che partono per l’Africa, cantando «Tient’a su». Lo scricciolo con il suo verso «trr trr trr tert tirit» annunzia l’inverno.

La nebbia è intesa simbolicamente: volontà di dimenticare il dolore passato e accontentarsi del presente. «In Nebbia però domina non tanto l’elemento atmosferico-tonale quanto piuttosto l’invocazione del poeta alla nebbia perché circoscriva il suo orizzonte visivo all’immediato presente di natura, lavoro e poesia, escludendo i fantasmi ossessivi di un passato di morte e il rovello di passioni e ambizioni ad esso legato». (Giuseppe Nava, Canti di Castelvecchio, BUR).

Iniziato con Myricae, continua il dialogo del poeta con la la madre. La bellissima poesia La voce è dedicata al richiamo che il poeta sente dentro di sé, che all'occorrenza gli viene in soccorso e già un tempo lo ha fatto desistere dal progetto di suicidarsi dal ponte sul fiume Reno, vicino a Bologna. «Zvani» è il diminutivo in romagnolo di “Giovannino”. Quand’era piccolo, questa voce coccolava il poeta, lo cullava e lo pregava di «vivere e d’essere buono!»

La terra è piccola, un minuscolo granello di sabbia a confronto con l’infinita grandezza e con la moltitudine degli astri. Questo tema ha una sua importanza nella produzione poetica del Pascoli e ritorna in più occasioni, a partire dal poemetto Il ciocco,

    «Era novembre. Già dormiva ognuno, / sopra le nuove spoglie di granturco. / Non c'era un lume. Ma brillava il cielo / d'un infinito riscintillamento. / E la Terra fuggiva in una corsa / vertiginosa per la molle strada, / e rotolava tutta in sé rattratta / per la puntura dell'eterno assillo.»

ritornando nel Canto Il bolide:

    «E la terra sentii nell’Universo. / sentii, fremendo, ch’è del cielo anch’ella. / E mi vidi quaggiù piccolo e sperso / errare, tra le stelle, in una stella».

Ecco il commento di Giuseppe Nava: «Il Pascoli ha certo avuto presente il noto passo in cui Dante vede dall’alto la terra, ma diversamente da lui, non si sente collocato in un osservatorio privilegiato, bensì si vede “piccolo e sperso” su un corpo celeste».

Pubblicato per la prima volta sul «Marzocco» del 30 dicembre del 1900, L’ora di Barga è il canto che Giovanni Pascoli dedica a Emma Corcos, amica del poeta e moglie del pittore Vittorio Corcos.

Nel volume Pascoli (I Mammut) il curatore Arnaldo Colasanti commenta questo canto e identifica la voce dell’orologio con la voce della morte:

    «La morte continua ad essere madre: possiede uno grido di sfolgorante stupore, unito alla carezza di una voce sempre uguale, tenera e blanda, che parla e consiglia. Quando si mostra, rivela a ognuno che sarà facile ritornare a casa, nel nutrimento amaro, nella quieta creaturale della terra. […] La morte è tranquilla, ci parla dentro i nostri ritorni, lungo i ricordi che fanno dire di sì. Tornare a casa, tornare al noi in cui si scioglie lo scrigno dell’esistenza: è questa la più grande conquista dell’uomo sulla demenza delle illusioni, sulle falsità, sui deliri».

Contrariamente a questa interpretazione, c'è chi pensa di riconoscere nella voce dell’orologio, non quella della Morte, bensì la voce della Madre del poeta, che richiama alla vita, creando un collegamento tra La voce e questa poesia, in cui la madre lo incoraggia a vivere e ad amare «quelli ch’amano ed amo», cioè la sorella Maria e (forse) il cane Gulì.

La ricerca della fede, che il Pascoli vorrebbe disperatamente ma che non trova (tema che verrà ripreso nella prefazione ad Odi e Inni), anima Il viatico. In questo Canto il poeta sembra avvicinarsi alla fede cristiana, benché in altri testi manifesti di allontanarsene decisamente. In tema di fede, questa è una caratteristica del poeta, che passa da un'ostentazione di scetticismo a un atteggiamento di rassegnata accettazione. Il viatico è l’eucaristia, l’ostia consacrata che simboleggia la fede, equipaggiamento di cui il cristiano si serve sulla strada per arrivare a Dio. Il Pascoli sviluppa l'interpretazione etimologica di viatico = “provvista per il viaggio”.

La speranza di un disegno consapevole di Dio che dia un senso alla sorte di ogni uomo pervade il Canto Le Ciaramelle:

    «O Ciaramelle degli anni primi, / d’avanti il giorno, d’avanti il vero, /or che le stelle son là sublimi, / conscie del nostro breve mistero»

Ne La fonte di Castelvecchio Pascoli mette in versi la vicenda della trasformazione di una sorgente che alimenta una fonte, dove le fanciulle si recano a raccogliere l’acqua. Nel suo scorrere la sorgente era libera e sgorgava felice; oggi, incanalata dentro il piombo dei tubi, piange e gorgoglia, come in una prigione. Scorreva e forniva acqua fresca a un fanciullo che coglieva macole e more e riempiva d'acqua il secchio della vecchia matta, la «bianca Matta dei Beghelli». Aveva due cose al mondo, ora gliene resta solo una: l’aria.

Nello splendido canto La mia sera, il poeta, dopo aver descritto un giorno di pioggia e di lampi, si riconcilia con la natra. Escono le rondini che volano nel cielo pulito. E il sussurro delle campane lo riportano al tempo della sua fanciullezza, quando sentiva la voce della madre che lo cullava, e poi nulla, sul far della sera. Il ritorno alla madre s’accompagna, come sempre con un annullamento della coscienza.

Il mendico, un vero e proprio capolavoro poetico, intriso di pietà e di una tristezza che lo avvicina al pessimismo leopardiano, interrompe la serie di canti che rievocano l’uccisione del padre. Finito di scrivere il 10 agosto 1899 è un inno, sarcastico e amaro, dedicato alla Dea Fortuna che porta il Mendico al suicidio.

    « Ho immaginato il mio mendico che cuce e gli si rompe il filo e sente l’appressare della morte e canta la morte che è dolce quando fu amara la vita» (Giovanni Pascoli)

Ecco un passo del commento di Giuseppe Nava:

    «Nella dolente rassegnazione, pervasa d’amarezza, del personaggio pascoliano, che vede nella vita l’esperienza anticipata della morte, e in questa l’unica e suprema dolcezza, confluiscono diverse suggestioni culturali e letterarie, dalle morali ellenistiche, con il loro monito di bastare a se stessi, al Leopardi del Canto notturno e della metafora del vecchiarel bianco, infermo, al diffuso pessimismo schopenhaueriano, fino alle infiltrazioni di pensiero indiano. Nella introduzione del Kerbaker alla Bagavadgita si legge:“Luomo saggio, che si accorge di essere una parte infinitesima delle cose, si diporta nel mondo come un ospite in una effimera dimora” e ancora: “La vita mondiale, coi suoi rivolgimenti e coi suoi fenomeni, appare come un travaglio fatale e tormentoso, in cui tutte le creature si agitano a fine di deporre il peso dell’esistenza nella quiete primitiva dell’Essere”.»

Il celebre canto La Cavalla storna descrive il dolore mai estinto e la ferita nell’anima mai guarita del poeta.

Ultimo canto, In ritardo chiude la prima grande parte dei Canti. Giuseppe Nava sintetizza l'interpretazione data da Cesare Garbali in un saggio illuminante (Restauri pascoliani, 1979):

    «Se il nuovo nido non si sovrappone perfettamente all’antico, neppure il nuovo anno può ripetere simmetricamente il corso del precedente: resta uno iato incolmabile nell’illusorio ritorno delle apparenze. L’«oscuro viaggio», cominciato, anzi ripreso nel penultimo verso di Poesia, si chiude nella «notte oscura» del penultimo verso di In ritardo: ora non è più possibile un movimento circolare ma solo un ritorno al passato, ai luoghi e ai fantasmi dell’infanzia, e il trapasso al ciclo memorialistico-onirico del Ritorno a San Mauro ne è la naturale conclusione.».

La seconda parte comprende le poesie unite nel ciclo Il ritorno a San Mauro.

Pascoli scrisse queste poesie in occasioni delle nozze Tosi-Briolini. Sul «Marzocco» del 18 aprile 1897 apparvero tre liriche: Le rane, La messa e La tessitrice. Seguì nello stesso mese un opuscolo che conteneva Casa mia: a questi quattro Canti ne aggiunge altri 5 e tutti insieme furono pubblicati nella prima edizione dei Canti di Castelvecchio.

Il tema unitario e di fondo dell’intero ciclo è l’immaginazione e la rievocazione di un ritorno del poeta nel suo paese natale a San Mauro. E vi fu un giorno nel quale il Pascoli ritornò effettivamente in Romagna, ospite della sorella Ida a Santa Giustina di Rimini e fu anche a San Mauro il 2 maggio, riportandone una viva impressione, attestata dalla lettera del 10 maggio ai «concittadini di San Mauro»:

    «O cari fratelli, io mi trovo gli occhi ancora bagnati delle lacrime di quel giorno, di quel 2 maggio indimenticabile! Vi rivedo, vi risento; e rivedo la casetta dove sono nato e risento il dolce invito che veniva da morti e da vivi, dove rimangono e riposano quelli che ho amati».

Nel primo Canto La rane, Pascoli immagina di ritornare nel dolce paese lontano e di risentire le rane che gracchiano nei fossi dell’acque piovane e gli sembra di sentire un ronzìo di campane che gli sussurra: «Ritorna!, Rimane! / Riposa! / E sento nel lume sereno/ lo strepere nero del treno / che non s’allontana, e che va / cercando, cercando mai sempre / ciò che non è mai, ciò che sempre / sarà….»

Termina il ciclo il bel Canto Tra San Mauro e Savignano col quale Pascoli chiude l’intera opera cominciata con Myricae. Egli immagina il padre che accoglie il poeta morto, ma si sbaglia, perché a morire è l'assassino del padre e allora si rivolge proprio al poeta che un giorno gli dia la pace che l’assassino gli ha tolto: «Oh! Se qui, con soavi inni, a’ suoi morti / ch’egli amò tanto, il popol suo mai, / in un giorno d’amor, non lo riporti; / io là sarò, col figlio mio sepolto, / che mi ridona ciò che gli donai, / che m’ha dato ciò che tu m’hai tolto! – Oh padre! Gli astri … Vega, Aquila, Arturo / splendeano sopra il camposanto oscuro».

Per finire, il Diario Autunnale, chiude l'edizione dei Canti di Castelvecchio.

È un’opera complessa e multiforme, sia per la ricchezza dei contenuti sia per la variabilità delle forme metriche. Molti di questi Canti sono portatori di una valenza simbolica e allegorica che colora l’intera raccolta di una polisemanticità di non facile da interpretazione.

Il messaggio dominante riguarda una dimensione regressiva nei confronti della vita, un annullamento della coscienza in direzione della fanciullezza, età serena, a contatto con la madre, tempo di maggiore felicità per il poeta. Da quel momento la vita si è trasformata in un esilio su questa terra e un tormento. Questo ritorno nel grembo materno, che compare in tanti canti, rappresenta una pulsione di tipo antropologico, ancestrale, che coinvolge tutti gli esseri umani. Ogni individuo adulto aspira inconsciamente a ritornare tra le braccia della madre per recuperarne la protezione e l’amore, e il distacco costituisce sempre un trauma per tutti, tanto più per chi al distacco ha associato di necessità anche la morte del padre.

Ma accanto a questo significato pervasivo in tutta l'opera, spicca quello della pace della natura della serenità della campagna. Scrive Pascoli all'amico Caselli nella lettera del 7 agosto del 1902:

    «C’è, vedrai, nei Canti, un ordine latente, che non devi rivelare: prima emozioni, sensazioni, affetti, d’inverno, poi di primavera, poi d’estate, poi d’autunno, poi ancora un po’ di inverno mistico, poi un po’ di primavera triste, e finis».

Pascoli non ebbe amore né figli né relazioni sessuali, ad eccezione dell'affetto morboso per le sorelle Mariù e Ida [per un approfondita analisi di questo aspetto vedi il saggio Trenta posie familiari di Giovanni Pascoli ndr.]; la sua vita fu quindi una vita umanamente povera, sublimata nella poesia. Il sesso è sentito ambiguamente come violenza e come creatore di vita nuova, come scrive nel canto Il gelsomino notturno in cui è emerge un rapporto ambivalente con la vita sessuale.

I Canti di Castelvecchio furono scritti in massima parte proprio a Castelvecchio di Barga e in parte a Messina. Professore universitario, a Barga, presso la sua casa, sulla sua proprietà fondiaria, Pascoli faceva anche il contadino. Si può dire che i Canti di Castelvecchio esprimono chiaramente queste due componenti: da un lato l’amore per la campagna di Barga (il Pascoli esprime la sua condizione di piccolo proprietaria terriero che vive del suo lavoro di contadino e difende la piccola proprietà contadina); dall’altro la cultura umanistico-letteraria fondata sulla tradizione classica (greca e latina) e sulla letteratura italiana.

Dalla conoscenza delle usanze e delle tradizioni di Barga alla cultura ornitologica acquisita attraverso i manuali, dai testi di astronomia e di psicologia positivistica alla conoscenza di testi indiani, come la Bagavadgita, di cui un esemplare, tradotto e commentato dal glottologo e indianista Michele Kerbaker (1835 – 1914) figura nella biblioteca di Castelvecchio, i Canti rispecchiano parecchio questa dualità nella cultura del loro autore.

Pascoli aveva tradotta anche le poesie di Edgar Allan Poe e conosceva l'opera di Victor Hugo e di molti poeti inglesi. La sua Weltanschauung è basata su una cultura filosofica classica, da Platone allo stoicismo latino, e l'atteggiamento nei confronti della fede propendeva allo scetticismo. I Canti di Castelvecchio risentono della diffusione della cultura simbolista, anche se non è sicuro che Pascoli avesse avuto ampio accesso alle opere di Baudelaire, Verlaine e Mallarmè. Conosceva sicuramente I Fiori del male, e l’influsso di Baudelaire è palpabile in certe poesie come Il cieco. Ma il filo conduttore dei Canti è senza dubbio Giacomo Leopardi.

Le poesie naturalistiche si alternano a poesie di genere simbolista, autobiografiche e autoanalitiche. Strofe di sestine di novenari a sestine di quinari doppi, e strofe saffiche a novenari dattilici, ogni canto ha un proprio forma metrica ben precisa che lo allontana dai brevi componimenti di Myricae.

    «I Canti segnano uno sviluppo, un salto di qualità rispetto alla prima raccolta, di cui non sempre la critica s’è accorta [...] Il titolo stesso, “Canti”, indica un’ambizione di poesia più complessa e distesa delle giovanili “Tamerici”, di cui pure riprende il motto virgiliano» (Giovanni Pascoli).

Il compiacimento per la vita di campagna cede il passo al dolore per la morte del padre; il sentimento di nostalgia per la perduta felicità si avvicenda alla ricerca del tempo presente, come nel canto Nebbia; a parte qualche sentimento più leggero, come nel canto I due girovaghi o ne La canzone della granata, il sentimento che prevale nei Canti è senza dubbio la contemplazione, che il poeta ha ereditato dalla madre nelle sere estive nel greppo della tenuta. Contemplazione che Pascoli identifica con l'attitudine alla poesia, ma chi contempla non sempre riesce a comporre.

Pascoli non abbandona la rima – e per questo motivo è considerato un poeta ottocentesco – la rinnova con nuove forme di rime e di strofe. L’uso di parole fonosimboliche e onomatopeiche fanno del linguaggio poetico pascoliano un linguaggio simbolico che si avvale di parole nuove e più vicine al parlato dell’italiano medio dei suoi contemporanei, che apre le porte ai poeti crepuscolari, distaccandosi dal linguaggio aulico del Carducci e del Leopardi.

L’uso insuperabile della rima e la costruzione della strofa fanno sì che la forma prevalga sul contenuto. Si prenda ad esempio La Fonte di Castelvecchio dove il linguaggio poetico mette in risalto i sentimenti. Ne L’ora di Barga il linguaggio poetico ha la meglio su un contenuto in qualche modo ripetitivo, ma la sua chiarezza lo trasforma in un inno alla vita e all'amore.

Ricci argomenta la bellezza della poesia pascoliano:

    «Pascoli coglie un tratto reale della psicologia e della condizione dell’uomo moderno: il vagheggiamento di un luogo che si sottragga al caos e alle contraddizioni della società contemporanea, di un’oasi d'originaria innocenza in cui non giungano gli echi delle violenze e delle brutture della nostra vita, in cui si spengano i contrasti e le lotte, in cui si vanifichino i nostri problemi».

Certamente l’opera più riuscita di Giovanni Pascoli, I Canti di Castelvecchio non raggiunge obiettivamente le altezze poetiche dei Canti di Giacomo Leopardi, ma certamente è più leggibile di Alcyone di Gabriele D’annunzio, che è dello stesso anno (1903). Quando «fa battere il cuore» (come dice il Pascoli) è la prova che l’opera è riuscita. Un’opera poetica appassionante, melanconica, rivolta alla ricerca della felicità perduta. Apprezzabile il lavoro di autoanalisi dell'autore, alla ricerca di una vita contemplativa, l'unica vita a cui gli uomini possono aspirare nell'Aldilà.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 03 maggio 2006
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