Mario Rigoni Stern, Il bosco degli urogalli (1962)
Einaudi, 2000
Einaudi Tascabili
Euro 6,40
eggendo a ritroso le opere di Mario Rigoni Stern, da
Tra le due guerre ed altre storie al
Sergente nella neve, si ha la sensazione di camminare per un unico sentiero di montagna, incontrando nella memoria e nel ricordo dellautore lautenticità della gente, quella povera gente, quella stessa gente che lo stesso Rigoni Stern definisce «compaesani del mondo».
La millenaria storicità della gente di montagna, che per il mondo giunge al centro del mondo, è per Rigoni Stern lonphalos della sua origine interiore e del suo sguardo reale nel valore dei popoli.
Il bosco degli urogalli è linsieme dei racconti che dal 1958 lautore aveva pubblicato su vari periodici, quando ancora lavorava al catasto. I fatti e le vicende descritte in questo bellissimo libro rappresentano il moto remoto della vita delluomo scandito dal tempo; ed il tempo vive perennemente nel ricordo di un passato per comprendere il futuro.
Lautore rievoca una movimentata commedia umana incorniciata dalle sensazioni visive e olfattive di boschi e montagne, colori e tramonti, in una prospettiva paesaggistica di spazi aperti, aria pulita; il tutto lungo un cammino che, attraverso paesi lontani (America e Australia), sinerpica tra drammi umani creati dagli umani (la guerra), inserendosi tra fatica e povertà, per raggiungere nella natura lequilibrio di un rigore morale e di una speranza nella vita.
Dal primo capitolo (Di là cè la Carnia) il sentiero delluomo si snoda dalla Polonia alla Slesia, tra lager e miniere di ferro, sudore e disperazione, deportati e montagne bianche, per raggiungere la fine del libro (e metaforicamente della strada del mondo) tra camini fumanti, zuppa e patate bollenti, latte caldo, e, chiudendo la porta di casa perché è finita la caccia, riposarsi tra le contrade e le dimore del paese illuminato, in pace con la natura.
Nel mezzo di questo cammino numerose sorprese: un mondo animato di cacciatori, cani segugi dal pelo fulvo (Alba e Franco) e urogalli, boschi innevati, abeti trasudanti resina, vecchi in attesa di un ritorno con lo sguardo fisso al bosco prendono forma tra le nostre mani, liberandoci dalla voracità moderna per collocarci in una piccola valle chiusa dai boschi, vicino al caldo del fuoco, tra il fieno, o nelle foreste dabeti curvati dalla neve.
Cè un linguaggio antico semplice e reale e una virile fiducia nella vita in queste pagine. Rigoni Stern sa, osservando, narrare la storia; la storia dellumanità, lesodo e il ritorno dei poveri; sa intercalare nelle vicende umane il positivo di un mondo che non è solo umano, ma anche animale, equilibrando magistralmente il valore dellanimale alle necessità impellenti delluomo.
Alba e Franco, due cani segugi dal pelo fulvo, non sono una società per azioni, ma lunione tra uomo e animale in una simbiosi caratteriale unica e indivisibile. Rigoni Stern dona ai due segugi la loro collocazione letteraria così come Bendicò, il cane nobile siciliano del Principe di Salina, o il cane Argo di Svevo, fino allelegante Bauschan di Thomas Mann in Cane e padrone hanno la propria.
Non sorprenderebbe se, in un pomeriggio dinverno dopo aver letto Le volpi sotto le stelle, il lettore si affacciasse alla finestra di casa e, fantasticando, scorgesse le tracce della volpe dal pelo folto e dalla punta della coda tutta bianca sulla neve.