Aldo Busi, Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo
Mondadori, 2006
pp. 306, euro 17,50
 |
ublino, 2003. Cè una camera dalbergo; e dentro cè Aldo Busi. «Mi butto vestito sul catafalco, scrive sul letto, volevo dire (
), accendo solo labat-jour e mi precipito
più per istinto che per memoria
allultimo dei quindici racconti sulla gente di Dublino e leggo dun fiato The Dead. Lo assumo come un elisir di lunga vita dalla prima parola, Lily, allultima da cui prende il titolo, i morti». Una scena, questa, che rischia di passare inosservata nel turbine di immagini sorprendenti cui questultimo libro di Busi, Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo, sottopone il lettore. E invece cè, al fondo della scena in questione, qualcosa di decisivo. Forse perché quel racconto di Joyce, The Dead, è uno dei più belli, e importanti, che siano mai scritti (cè dentro tutto: la chiacchiera con cui riempiamo il tempo; il tempo, la paura, la distanza; e il cibo e laria, e la neve; e linfluenza dei morti sulle nostre vite); forse perché Busi lo «sente» e lo fa sentire a noi con la luce assoluta, il peso di una rivelazione; forse perché diventa perfino, The Dead, il pretesto, la spinta per un viaggio da compiere. Accade così che una minima vicenda lincontro con un libro tracciata mirabilmente dalla scrittura di Busi, finisca con il definire, una volta di più, il modo di essere dellautore: il suo «stare» (nei luoghi, nei giorni). Incanta, Busi, perché riconsegna i libri alla loro vivezza, trattandoli appunto da cose vive (anche quando parlano di morte) e così fa con i paesaggi, le parole altrui; così fa con qualunque genere di cosa esistente egli incroci: che sia un pene eretto, che sia uno sguardo, che sia un vento dagosto, in Grecia.
Legge dunque The Dead, Busi e mentre legge ha voglia «di due uova allocchio di bue e tre fettone di pancetta affumicata»; e sempre mentre legge (mentre scrive) riconsidera una scena di vita familiare spiata in aereo con «ammirazione succhiasangue» per la «dolcezza infinita che si passavano quei tre», padre, madre, figlia; e ancora, sempre mentre legge decide di partire per le isole Aran, perché di un viaggio mai fatto nelle isole Aran si racconta in The Dead. Questo è il miracolo: niente è separato da niente, la vita per Busi è un tuttuno: letteratura, pancetta affumicata, viaggi da fare; e forse lui è lunico scrittore, tra i vivi e tra i morti, in grado di vivere-sentire-scrivere così: immerso in un gigantesco sconfinato «tuttuno», che riconsegna al lettore caricato di significati, vecchi e nuovi. Gli scrittori che conosciamo, anche gli scrittori che ammiriamo, sembrano (sono) concentrati su un aspetto della vita, basta farci caso: una sfumatura, uno stato danimo, unesperienza che si portano dietro di libro in libro, aggredendola da prospettive diverse. Busi è invece concentrato su tutto, sempre e contemporaneamente. Ma come fa? Il suo io dà senso a tutto: la zip di uno zaino e le parole di un poeta, un limerick osceno e una telefonata con Eugenio Scalfari, il grande scroto di Vieri, laeroporto congestionato di Mykonos. È un io-mondo, un Busi-mondo che racconta sé stesso, cioè il mondo, cioè Busi. Nei suoi non-romanzi, da Sodomie in corpo 11 (1988) ad Altri abusi (1989) fino al più recente, bellissimo E io, che ho le rose fiorite anche dinverno? (2004), ci siamo abituati a un procedere per accumulo, a un macroscopico catalogo che comporta un vibrazione della pagina, un rumore interno come un crepitio che coincide con quello delluniverso attorno. I sensi allerta di Busi riuscirebbero a percepirlo (e poi a restituirlo per mezzo dinchiostro su carta) dovunque, fermi o in movimento non importa: il viaggio, in tal senso, non è indispensabile. Indispensabile è una mente perennemente in viaggio, anche alla finestra di casa, e quella sensibilità vorace che dice lo scrittore «mi ha tormentato, e anche deliziato». Siamo nellultimo, straordinario capitolo, datato «9 maggio 2005, Pieve di Lombardia». Qui lio-Busi, da fermo, spiega a sé stesso la necessità della scrittura (per capire e capirsi) e definisce il suo rapporto con i luoghi: «ogni angolo di mondo un mero pretesto per covare e scovare unulteriore illuminazione inutile se non al mio spirito di fastosa conservazione separato per sempre dallesterno anche in questo rito di finto avvicinamento»; e daltra parte il complicato rapporto con laltro da sé, con gli altri (con «lumanità») è chiarito nel fluviale incipit: «ma io sono lo Scrittore e quindi laltro per eccellenza», precisa Busi, che poi apprezza la «forbita semplicità e lelegante modestia» di chi si viene in mano per scelta, da bravo «masturbatore scientifico». E ammettendo di essere «un amante parziale, mediocre» (appena prima di spiegare con severa ironia il titolo del libro), Busi non si accorge (o finge di non accorgersi) delle sue splendide contraddizioni. Le stesse che poi danno sostanza a una pietas detta sempre a metà (per pudore, per rispetto di sé e per odio della retorica), anzi mai detta e perciò tanto più sincera. Quella che sembra dettargli infine parole assolute sul nostro rapporto con gli altri, con laltrui male e laltrui solitudine. Tutto ruota attorno alla parola «ferita», e a occhi di bambino che forse stanno per piangere: «grandissimi, marrone, umidi, intelligenti, stupefatti, spaventati e, a tratti, strabici come per spossatezza». Con queste pagine (seguite da un ulteriore, tenerissimo e dolente, omaggio alla propria madre), si chiude un libro che è insieme taccuino, pamphlet, racconto, atlante (dallIrlanda a Capri, da Montreal a Salonicco). A dargli un verso, ci pensa il moralista Busi (a tale definizione, dice, «ci tengo tanto!») ancora e ancora in viaggio o in ballo: perché, spiega, «siamo feretri in ballo, il ballo della fine apparente, tra linterramento e il volo, con dentro ancora qualcosa di vivissimo che risuona». E questo «qualcosa» risuona meravigliosamente qui, con lo stile inimitabile di Busi, che raccoglie voci («una penultima parola per tutti»): quasi fosse Orfeo, che prepara lincanto, e-voca, appunto, risveglia le cose, e si guarda indietro per controllare. O per ricordare. Magari una verità che lampeggia sullo specchietto retrovisore della propria auto: in una notte di neve «prodigiosa» dell85: di neve che cade sui vivi e sui morti come nel racconto di Joyce.
A cura della Redazione Virtuale
20 luglio 2006
© Copyright 2006 italialibri.net, Milano - Vietata la riproduzione, anche parziale, senza consenso di italialibri.net |