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OPERE A-Z
Sergio Corazzini

Toblack (1904)

Il linguaggio di Sergio Corazzini apre la strada alla poesia moderna del secolo scorso
(Redazione Virtuale)

*
Toblack (Toblach, Dobbiaco, in alta val Pusteria) nella poesia è una città-ospedale. Il sanatorio si trovava in verità a San Candido, conosciuta fin dal medioevo per le sorgenti termali, usate a scopi terapeutici. Nel 1856 fu eretto il noto sanatorio del dottor Johann Scheiber, trasformato poi in un imponente e prestigioso “Grand Hotel Wildbad”. Nella scelta del titolo il poeta è stato influenzato dalla suggestione onomatopeica che risuona nella parola “Toblack”.

*

la descrizione inesorabile e oggettiva di una vita dominata dal cadenzare dei rintocchi funerei della campana e dall'acqua che zampilla con suono costante e monotono dalla fontana. Toblack è la città dove muoiono le speranze, si estinguono le preghiere, si cristallizzano gli ideali. Una città prossima a Dio, dove la vita è irraggiungibile, dove tutto è senza speranza.

Toblack è la settima poesia della seconda raccolta poetica di Sergio Corazzini, L'amaro Calice pubblicata nel dicembre 1904, ma con data 1905. Questa silloge contiene 12 poesie, alcune di altissimo valore, come Invito e Rime del cuore morto, ma è proprio la poesia Toblack a esprimere in modo intenso e poetico il profondo dolore dell'autore e dell'umanità intera dinanzi alla morte.

Questa lirica è composta da quattro sonetti congiunti dal progressivo numero romano che li lega insieme in uno sviluppo organico di immagini e di pensieri, di forma metrica e di tono emotivo.

Toblack (Toblach, Dobbiaco, in alta val Pusteria) nella poesia è una città-ospedale. Il sanatorio si trovava in verità nella vicina San Candido, conosciuta fin dal medioevo più profondo per le sue sorgenti termali, usate a scopi terapeutici benché l'esistenza di uno stabilimento termale vero e proprio sia documentata solo a partire dal Cinquecento. Nel 1856 in questa località fu eretto il noto sanatorio del dottor Johann Scheiber, trasformato poi in un imponente e prestigioso “Grand Hotel Wildbad” all'inizio del secolo, ma messo all'asta nel 1939 e da allora abbandonato alle intemperie. Nella scelta del titolo per questi versi il poeta deve essere stato influenzato dalla suggestione onomatopeica che risuona nella parola “Toblack”.

I malati attendono dietro vetri piangenti e si preparano ad affrontare la fine, ad accettarla. Le vanno incontro crogiolandosi nella dolce illusione di una guarigione impossibile.

All'interno del nosocomio tutto è calmo: i giovani corpi riempiono bare circondate dal calore dei ceri.

La morte miete senza posa. Nessuno è rassegnato a morire, nessuno ne comprende la necessità, a quali lidi la morte conduca. E proprio l'ingiustificata necessità della morte rende l'ultimo viaggio inaccettabile, triste, dato che essa vanifica ogni cosa e perfino la vita stessa e la terra diventa «un luogo astratto, anticamera luminosa della morte».

*

    TOBLACK

    I

    ….E giovinezze erranti per le vie
    piene di un sole malinconico,
    portoni semichiusi, davanzali
    deserti, qualche piccola fontana

    che piange un pianto eternamente uguale
    al passare di ogni funerale,
    un cimitero immenso, un'infinita
    messe di croci e di corone, un lento

    angoscioso rintocco di campana
    a morto, sempre, tutti i giorni, tutte
    le notti, e in alto, un cielo azzurro, pieno

    di speranza e di consolazione,
    un cielo aperto, buono come un occhio
    di madre che rincuora e benedice.

    II

    Le speranze perdute, le preghiere
    Vane, l'audacie folli, i sogni infranti,
    le inutili parole degli amanti
    illusi, le impossibili chimere,

    e tutte le defunte primavere,
    gli ideali mortali, i grandi pianti
    de gli ignoti, le anime sognanti
    che hanno sete, ma non sanno bere,

    e quanto v'ha Toblack d'irraggiungibile
    e di perduto è in questa tua divina
    terra, è in questo tuo sole inestinguibile,

    è nelle tue terribili campane
    è nelle tue monotone fontane,
    Vita che piange; Morte che cammina.

    III

    Ospedal tetro, buona penitenza
    Per i fratelli misericordiosi
    Cui ben fece di sé Morte pensosi
    Nella quotidiana esperienza,

    anche se dal tuo cielo piova, senza
    tregua, dietro i vetri lacrimosi
    tiene i lividi tuoi tubercolosi
    un desiderio di convalescenza.

    Sempre, così finché verrà la bara,
    quietamente, con il crocefisso
    a prenderli nell'ultima corsia.

    A uno a uno Morte li prepara,
    e tutti vanno verso il tetro abisso,
    lungo, Speranza, la tua dolce via!

    IV

    Anima, quale mano pietosa

    Accese questa sera i tuoi fanali
    Malinconici, lungo gli spedali
    Ove la morte miete senza posa?

    Vidi lungo la via della Certosa
    Passare funerali e funerali;
    disperata etisia degli Ideali
    anelanti la cima gloriosa!

    Ora tutto è quieto; nelle bare
    Stanno i giovini morti senza sole,
    arde in corona la pietà dei ceri.

    Anima, vano è questo lacrimare,
    vani i sospiri, vane la parole,
    su quanto ancora in te viveva ieri.

*

Nessun riferimento a un conforto divino. Corazzini vi accennerà qualche anno più tardi, quando scriverà Desolazione del povero poeta sentimentale dove recita: «Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù./ E i sacerdoti del silenzio sono i romori,/ poi che senza d'essi io non avrei cercato e trovato il Dio».

Il primo sonetto apre con la descrizione di Toblack vista dai viali, in cui giovani pazienti vagano senza meta e quasi senza senso, osservando la vita illuminata da un sole malinconico; prograssivamente lo sguardo si allarga ad abbracciare il resto desolante della città: i portoni chiusi, i davanzali deserti; si percepisce il rumore sempre uguale della fontana e tutto il giorno e tutte le notte risuona il rintocco funereo della campana, mentre in alto il cielo azzurro, con il suo colore limpido e con la sua vastità induce alla speranza e alla consolazione. Un cielo aperto, che accoglie amorevolmente tutti, buono come lo sguardo della madre che tranquillizza e rincuora chi lascia la casa, così come i malati sono in procinto di fare.

Nel secondo sonetto il poeta si introduce nell'animo umano ed elenca le speranze che a Toblack vanno perdute, le preghiere che diventano vane, i sogni che rimangono irrealizzati, le parole degli amanti che suonano inutili, il tempo passato che diventa morto, i desideri dei giovani che rimangono inesauditi.

Toblack diventa allora la città dove la vita è irraggiungibile e perduta, scandita dal terribile suono della campana e dal monotono rumore della fontana; la vita si allontana in un senso, nell'altro la Morte si avvicina inesorabile.

Nel terzo sonetto i pazienti osservano un cielo carico di pioggia attraverso vetri solcati di pianto. Ognuno prende coscienza della morte, misericordioso del dolore altrui e fino all'ultimo convinto di farcela. La Morte li rasserena e li prepara e tutti procedono verso il buio profondo, attraversando la via della speranza in un mondo migliore e pieno di vita.

Nel quarto sonetto il poeta si rivolge alla propria anima, chiedendosi quale mano pietosa abbia acceso le lampade della corsia dell'ospedale, dove la morte miete imparziale, così come la falce recide e pareggia l'erbe del campo. Ha visto tanti funerali, che sono anche processioni, nelle quali muoiono gli Ideali che aspiravano a raggiungere le più belle fortune della vita. Al calare delle tenebre gli ultimi cadaveri sono riposti nelle casse, circondate dal calore dei ceri che bruciano tutt'intorno. Ma gli ultimi versi sono riservati alla vita del poeta: tutto è vano, piangere, sospirare, parlare.

*

Secondo Maurizio Dardano «Il motivo personale è qui soltanto lo spunto per la visione di una più generale condizione di dolore e di precarietà….Il riferimento geografico è volutamente approssimativo e le descrizioni degli ambienti rimangono piuttosto ambigue; il paesaggio allude genericamente a un luogo astratto di desolazione e cupa malinconia, appena temperato da tenui e fallaci speranze» mentre per Romano Luperini nel bel volume Poeti italiani: il Novecento (Palumbo editore 1999) «Toblack è infatti, agli occhi del poeta, più un luogo di preparazione alla morte che un luogo di cura».

Un mare di pura desolazione circoscrive isole in cui il poeta apre il cuore alla speranza e alla vita. Nel finale però la disperazione ha il sopravvento e Corazzini si avvicina a Leopardi, superandolo in un visione sconsolata della vita.

Nell'Italia giolittiana del 1900-1904, in pieno sviluppo economico, sociale e politico, ma anche di contrasti sociali, la poesia di Corazzini è ripiegata piuttosto sul dolore di chi sente arrivare la propria fine. Il poeta ascolta il proprio dramma interiore e dà spazio al proprio inesauribile risentimento. Un dolore cupo, profondo, triste, disperante, tragico, dal quale non si esce se non attraverso la speranza verso qualcosa di salvifico. I riferimenti letterari che si percepiscono suggeriscono la consuetudine con i poeti lirici, da Mimnermo ad Anacreonte, da Catullo a Petronio, da Leopardi a Pascoli, ai poeti francesi, a D'Annunzio. Sergio Corazzini fornisce una riedizione del motivo del dolore cosmico. In questo la sua poesia, piena di suggestioni formali e stilistiche, è talmente intensa da far apparire i predecessori un po' spenti.

Il linguaggio di questo giovane poeta apre così la strada alla poesia moderna del secolo scorso, dopo la grande messe di stile aulico e maquiloquente di D'Annunzio.

Una poesia così sublime da far dimenticare i sentimenti tristi e dolorosi che l'hanno ispirata.

Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato da questo brano:



NOTE
Le immagini rappresentano (dall'alto):
Dobbiaco, Grand Hotel;
Dobbiaco, chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista;
San Candido, il centro della città;
Dobbiaco, il castello Herbst;
Questo articolo è basato sugli appunti forniti gentilmente a ItaliaLibri da Biagio Carrubba



BIBLIOGRAFIA
Marziano Guglielminetti, Poeti e scrittori e movimenti culturali del primo Novecento in Enrico Malato, Storia della Letteratura italiana (Salerno Editrice 1999).
Emilio Cecchi, I crepuscolari: Gozzano e Corazzini, in Emilio Cecchi e Natalino Sapegno, Storia della Letteratura Italiana, (Garzanti Grandi Opere 2001).
Filippo Donini, Vita e Poesia di Sergio Corazzini (De Silva, Torino 1949).
Idolina Landolfi Poesie di Sergio Corazzini (Biblioteca Universale Rizzoli 1999).
Romano Luperini in Poeti italiani del XX secolo (Editore Palumbo).
Maurizio Dardano, I testi, le forme, la storia : antologia italiana per il biennio delle scuole medie superiori - (Palermo! - stampa 1998).

Milano, 2007-05-03 20:01:28

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«Le crudeltà che si commettono contro il codice, sono una povera banale cosa, rispetto alle inaudite, acutissime, strazianti crudeltà che si esercitano per il solo fatto di essere vivo e tirare avanti alla peggio.»

(Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 19 gennaio 1938)

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Giovanni Sartori è nato a Firenze. Laureato nel 1946 in Scienze Politiche e Sociali, già autore di una teoria riguardante la classificazione dei sistemi partitici, è riconosciuto come uno dei massimi esperti internazionali di politologia. Ha insegnato nelle università di Firenze, Stanford, Yale e Harvard e ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali. (Redazione Virtuale)


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