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OPERE A-Z
Burchiello

Sonetti realistici (1404-1949)

(Viviana Ciotoli)

*
La diffusione della sua opera si scontrò con l’ottusità della Controriforma, che ne proibì la lettura e la mise all’Indice nel 1580. Eppure la poesia del Burchiello è frizzante e disincantata, condita con un superiore senso dell’ironia e con una concezione assolutamente pagana e gaudente dell’esistenza, che supera qualsiasi difficoltà e le disavventure di una vita sregolata

    Fa traboccar all’appetito il sacco,
    vivi sempre lascivo e ‘ncontinente.
    Agresto, aceto, vino e frutte a sbacco
    in ogni cibo e continuamente,
    nondimen non lasciar l’uso di Ciacco.
    Seguir Venere e Bacco
    t’insegna, quando sei dal duolo afflitto,
    con cioncar malvagìa e chiavar ritto.

*

Sonetti realistici costituiscono, per molti versi, la parte più interessante di tutta la produzione poetica del Burchiello. La materia, attinta per lo più dalla tradizione comica e giocosa, viene trasformata e trattata secondo modalità del tutto inedite anche se appare doveroso precisare che l’ispirazione più autentica e vitale deriva in primo luogo dalla sua esperienza di vita.

Alcuni dei sonetti realistici del corpus burchiellesco risultano essere tra i capolavori più alti della poesia italiana, non è un caso dunque che il nostro autore sia stato più volte paragonato a Dante, Petrarca, Boccaccio, nei confronti dei quali il poeta-barbiere non ha nulla da invidiare! Ci sembra doveroso anche accennare alla fortuna di cui ha goduto nel tempo il corpus di opere dell'autore, e far notare come, la diffusione della sua poesia abbia goduto, negli anni immediatamente successivi alla sua scomparsa, di un’ampia diffusione.

Di contro, a causa dell’ottusità della Controriforma, se ne proibì la lettura nel corso del ‘500 (a Parma la produzione letteraria di Burchiello venne messa all’Indice nel 1580); questa evenienza compromise la divulgazione della produzione del Burchiello e se ne avvertirono ovviemente le conseguenze anche nei secoli successivi. Lo studio del materiale letterario del poeta-barbiere riprese con una certa continuità solo a partire dal ‘700 e dall’800 in concomitanza con la grande fioritura degli studi linguistici e gergali.

*

Tra le più tipiche riprese autobiografiche troviamo ad esempio il sonetto Io mi ricordo, sendo giovinetto, in cui il nostro autore rievoca la lezione datagli dal padre davanti all’innamorata, all’epoca delle prime pulsioni amorose, («nel tempo ch’era in succhio il mellonaio»...); il ritratto del giovane Burchiello, don Giovanni in erba, bastonato dal severo genitore al punto da ridurgli «il cul più ner che mora» di fronte alla ragazza che si sganascia dalle risate risulta essere di una vivacià assolutamente sorprendente! Altro sonetto meritatamente famoso è Và, recami la penna e il calamaio, in cui il poeta dipinge un quadretto di vita familiare simpaticissimo ritraendo se stesso che, a casa con i suoi, preso improvvisamente dall’ispirazione, si diletta di scrivere poesie, accanto al fratello macellaio, stanchissimo dopo una giornata di lavoro e la madre spazientita che sbraita contro quel figlio così “strano” che non ha remore a definire «mal bizzoco».

Grazie alla sapientissima strutturazione dialogica del sonetto, articolato mediante un serrato botta e risposta riesce facile intuire l’atmosfera del dopocena in quella casa poverissima. Un’altra perla della poesia burchiellesca è La Poesia contende col Rasio in cui viene riproposto in una chiave assolutamente inedita la formula mediolatina del contrasto: la Poesia ed il Rasoio, personificati, polemizzano poichè ognuno di loro vorrebbe il Burchiello tutto per sé. Il rasio usa come tribuna per la sua arringa il collatoio ed il suo dialogo, perfetto esempio di maniera cominco-realistica, è posto in netto contrasto stilistico con il parlare aulico, petrarcheggiante, della Poesia. Ne risulta un quadro finemente autoironico della singolare condizione del poeta-barbiere affatto dicotomica: l’artista e l’artigiano sono un tutt’uno inscindibile. Anche quando utilizza vecchi topoi della tradizione letteraria l’artista lo fa in maniera del tutto originale, possiamo citare,a riguardo, Io son sì magro che quasi traluco, tema di un fortunato sonetto di Cecco Angiolieri in cui il poeta cerca di mettere in risalto in maniera ironica e disincantata il tema della fame e della povertà, strettamente correlato a quello dei disagi notturni patiti dal poeta infastidito da insetti parassiti e topi in Cimici e pulci con molti pidocchi come pure in Un topo e una topa e un topetto di cui ci sembra doveroso fornire alcuni estratti:

    Un topo, ch’io avea sotto l’orecchio,
    forte rodea la paglia del saccone;
    dal lato manco mi tossiva un vecchio;e giù da piede piangeva un garzone.
    Qual animal m’appuzza, qual morsecchia;
    dal lato ritto russava un montone.
    Onde per tal cagione
    perdetti il sonno e, tutto sbalordito,
    con gran sete sbucai, quasi finito.

Nel secondo sonetto invece son narrate le gesta di una terribile famiglia di topi contro cui non risultano efficaci nè trappole, nè veleno nè una coppia di famelici gatti:

*

    Un topo ed una topa ed un topetto
    m’hanno, con loro assedio, consumato.
    E, quand’io dormo, escon de l’agguato:
    un va da piedi e l’altro dal ciuffetto,
    l’atro mi piscia addosso per dispetto;
    e quando senton ch’io sono svegliato,
    l’un qua e l’altro là subito entrato,
    e non li veggio che sian benedetto!

Tra tutti i componimeti realistici comuque, quelli che risultano essere i migliori capolavori d’arte del Burchiello sono quelli che narrano le sofferenze patite durante la prigionia nel carcere di Siena:

    Ficcami una pennuccia in un baccello
    ed empimi d’inchiostro un fiaschettino;
    mandamel col mangiar, che paia vino,
    ch’i ho di fantasia pieno il cervello.
    Tempra la penna, ch’io non ho coltello;
    ch’or fuss’io, sendo fuor, suto indovino:
    ch’io fui cercato in ogni manichino,
    in ogni luogo, fuor che nell’anello.
    Or io son qui, Dio grazia, e l’caso è scuro;
    ond’io ti priego, com’io ne son netto,
    senza mia pena si ritrovi il furo.
    Questo scriss’io con un puntal d’aghetto.
    e prima il temperai tre ore al muro
    ch’io potessi finir questo sonetto.
    Abbi a mente il fiaschetto:
    guarda la vesta, e in modo t’assottiglia
    ch’io non toccassi della meraviglia.

L’assoluta schiettezza dell’ispirazione del Burchiello, mista alla forza drammatica della situazione descritta, elevano il nostro autore ben al di sopra dei suoi contemporanei, proiettandolo in una dimensione universale. La vita disumana condotta nel duro carcere senese è mirabilmente descritta anche in questo secondo sonetto in cui è descritta l’immagine del prigioniero che brancola nel buio della cella addentando un tozzo di pane “colle zanne”, come una bestia. La tensione riscontrabile nelle quartine si sedimenta nelle terzine in cui si fa spazio, malgrado la tragicità della situazione, una scanzonatura autoironica.

*

    Lievotomi in su l’asse come il pane
    Ma non poss’ire al forno come lui;
    sonci quattro cantucci tanto bui,
    ch’andando mi fo luce colle mane.
    E partol colle zanne come il cane,
    ch’io non me le lavai poi ch’io ci fui;
    e sonci a petizion ben so di cui;
    ma ho posto silenzio alle campane.
    Il corpo m’urla spesso e fa rimbombo,
    onde un dì mi rispose una colomba
    la qual credette ch’io fussi un colombo:
    e sbucò il capo e guardò giù la tomba;
    poi prese un volo giù dritto a piombo,
    e volò fino a mezzo e tornò a bomba.
    -s’i’ avessi una fromba,
    -diss’io- o lasconaccia valdinera,
    io ti farei col cavolo stasera.

La grandezza del Burchiello, racchiusa in una poesia frizzante e disincantata, condita con un superiore senso dell’ironia e con una concezione assolutamente pagana e gaudente dell’esistenza è sintetizzata nel sonetto Amico, io mi parti’ non meno offeso, indirizzato ad un compagno di bagordi al quale suggerisce la sua ricetta di vita:

    Fa traboccar all’appetito il sacco,
    vivi sempre lascivo e ‘ncontinente.
    Agresto, aceto, vino e frutte a sbacco
    in ogni cibo e continuamente,
    nondimen non lasciar l’uso di Ciacco.
    Seguir Venere e Bacco
    t’insegna, quando sei dal duolo afflitto,
    con cioncar malvagìa e chiavar ritto.

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NOTE
Le immagini in questa pagina sono tratte dalle opere di Hieronymus Bosch



BIBLIOGRAFIA

Milano, 2007-04-13 18:23:57

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«Ci limiteremo dunque a ricordare che questo nostro tentativo di storia del romanzo cerca le sue ragioni di legittimità e di coerenza nel proporsi come una storia del personaggio narrativo, di quello che abbiamo convenuto di chiamare il personaggio-uomo, cioè il rappresentante di una particolare specie zoologica, non classificata né registrata dalla storia naturale, perché è reperibile solo in un folto, intricato continente, del quale non si trova cenno o figura in nessun atlante, o libro di geografia, dal momento che a formarlo concorrono unicamente le pagine dei romanzi e dei racconti.»

(Giacomo Debenedetti, Il romanzo del Novecento)

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