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OPERE A-Z
Luca Ricolfi

Le tre società. E’ ancora possibile salvare l’unità d’Italia? (2007)

III Rapporto sul cambiamento sociale in Italia
(Redazione Virtuale)

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Le tre società. È ancora possibile salvare l’unità d’Italia? La particolarità della situazione economica, sociale e politica stimola Luca Ricolfi a individuare una classificazione più pertinente delle classiche categorie elaborate da Sylos-Labini alla attuale realtà del paese. Le garanzie, il rischio e la forza sono tre immagini evocative che sintetizzano la situazione di disagio in cui stiamo vivendo

    «Per questo diventa del tutto marginale chiedersi per chi vota la mafia. La domanda vera è un’altra: C’è un solo politico che, nella terza società, possa permettersi di far valere l’autorità dello Stato?» [Luca Ricolfi]

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e tre società è il titolo che l’osservatorio del Nord-Ovest diretto da Luca Ricolfi ha dato al suo III Rapporto sul cambiamento sociale in Italia (Guerini 2007). Il motivo per cui ne scriviamo concerne principalmente un’ipotesi destinata a mantenere una sua attualità nel tempo, fino a, nella peggiore delle eventualità, più o meno catastroficamente degenerare.

Parte del rapporto documenta con grafici e tabelle commentate le variazioni rilevate dagli indicatori economici da un anno all’altro -cioè dal 2005 al 2006 - destinate a perdere velocemente di attualità, eccetto che nelle analisi storiche e nelle statistiche a lungo respiro.

Il rapporto rileva in primo luogo una certa uniformità al rialzo nelle politiche di spesa pubblica dei governi di destra e di sinistra, con l’eccezione della voce relativa all’istruzione (scuola e università), ridotta in due anni del 3%. Da notare che contemporaneamente il ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni (centro-sinistra) ha ordinato la secretazione dei test Ivalsi sui livelli d’apprendimento degli allievi delle scuole elementari e medie e di un’ampia rappresentazione delle scuole superiori.

Due fattori rendono difficoltoso al sociologo la determinazione dei redditi delle famiglie: uno è l’endemico ritardo della Banca d’Italia nel fornire i dati dei bilanci delle famiglie; L’altro è l’estensione del fenomeno dell’economia sommersa, una porzione di società che sfugge a qualsiasi statistica, ostacolando l’analisi sull’evoluzione delle disuguaglianze tra le varie componenti della società italiana.

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Il dato più interessante non riguarda tanto la variazione della disuguaglianza “reale” tra le varie classi di reddito, che l’analisi restituisce praticamente invariata, quanto la percezione del fenomeno. Dall’analisi risulta che l’andamento tra il 2000 e il 2005 ha privilegiato lavoratori autonomi e dipendenti pubblici (bene) e pensionati (benino); ha mantenuto imprenditori, liberi professionisti e dirigenti su posizioni stazionarie (così e così), mentre ha visto penalizzati soprattutto gli impiegati privati (male) e gli operai (malissimo).

Ciò non ostante, se confrontato con l’allarme sociale che ha tenuto banco sui media in questi anni, il quadro potrebbe sembrare ancora positivo, se non fosse per il fatto che i provvedimenti fiscali adottati dal governo Berlusconi in favore delle classi medie e alte non rientrano ancora nello spettro statistico e che «i grandi arricchimenti intervenuti in questi anni» sfuggono all’analisi «stante la propensione dei ceti privilegiati a evadere le tasse e a svolgere attività illegali».

Una quantificazione dell’evasione può essere però valutata incrociando i dati delle dichiarazioni fiscali con i dati relativi alla vendita di auto di lusso; in questo caso il fattore più ottimistico è che «il numero di ricchi invisibili al fisco sia almeno pari a uno su tre».

La particolarità della situazione economica, sociale e politica trascende dalle categorie elaborate da Sylos-Labini e stimola Ricolfi a individuare una classificazione più adeguata alla attuale realtà del paese.

    «Abbiamo il terzo debito pubblico del mondo (dopo Usa e Giappone) e – insieme alla Grecia – il peggior rapporto debito/PIL fra i 25 paesi dell’Europa allargata. Una popolazione che compie il passaggio dalla famiglia al lavoro sempre più tardi e il passaggio dal lavoro alla pensione sempre più presto. Un tasso di fecondità fra i più bassi del mondo sviluppato. In sistema pensionistico (ancora) generoso con gli adulti di oggi e destinato a diventare avarissimo con i loro figli. Un tasso di occupazione tra i più bassi d’Europa dovuto soprattutto all’esclusione dal mercato del lavoro di donne, giovani, anziani. Una permanente frattura fra occupati forti e deboli, fra garantiti e non garantiti. Un sistema scolastico secondario (scuole medie inferiori e superiori) fra i peggiori dell’OCSE. una classe dirigente vecchissima e un ricambio generazionale bassissimo. L’evasione fiscale e contributiva più alta d’Europa. Infine siamo l’unico paese dell’Occidente sviluppato in cui oltre un quarto del territorio è economicamente e militarmente controllato dalla criminalità organizzata».

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Le tre società del titolo sono una felice (solamente in senso concettuale) rappresentazione delle componenti che esprimono la realtà italiana che emerge da questa vivida immagine del nostro paese.

La prima società, è rappresentata dall’Italia «delle garanzie»: pensionati, impiegati statali, operai delle grandi industrie e una piccola parte di impostori che percepiscono una pensione senza averne diritto. Lavori sicuri, redditi stabili, a volte insopportabilmente bassi ma garantiti. Al Nord dai sindacati, dalle associazioni di pensionati e, specialmente al Sud, da una vasta rete di clientele politiche. «Sul piano demografico, nella prima società prevalgono gli adulti e gli anziani e sono sottorappresentate le fascie deboli del mercato del lavoro, specialmente donne e giovani».

L’aspetto paradossale della seconda società – l’Italia «del rischio» – è che, pur interessando attività di produzione e servizi assolutamente legali (e un’importante porzione del prodotto interno lordo) essa si realizza in qualche misura in forma sotterranea o nell’illegalità che deriva da una diffusa evasione fiscale e da una corrispondente ed egualmente distribuita evasione contributiva. Questi due aspetti accomunano nel rischio, da una parte gli imprenditori e i professionisti, esposti alle conseguenze amministrative della loro irregolare pratica di lavoro e della loro carente condotta civile; dall’altra gli impiegati e gli operai, vittime di una precarietà occupazionale che si espande fuori dalla protezione dei sindacati e non può contare su alcuna forma di ammortizzatore sociale. Dal punto di vista geografico la seconda società si localizza soprattutto nel Nord, Nord-Est e nelle regioni del Centro e del Sud a bassa intensità criminale: Lazio, Sardegna, Abruzzo, Molise, Basilicata.

La terza società, l’Italia «della forza», si sviluppa in quattro regioni ad alta intensità criminale: «In Sicilia, Calabria, Campania, Puglia, lo Stato esiste nei limiti in cui le organizzazioni mafiose gli consentono di operare». Ricolfi scrive:

    «Quel che rende peculiari le regioni della terza società non è il particolare mix che in essa prende corpo fra i tre modelli, bensì la forma che in essa viene ad assumere la rappresentanza. Qui la forma fondamentale della rappresentanza è la politica, che essa lo voglia o meno. Perché è precisamente la rinuncia della politica a far valere le prerogative dello Stato la risorsa cruciale che fa funzionare la terza società. Clientele, favori, collusioni, contiguità, corruzione, voto di scambio non sono altro che manifestazioni del medesimo principio: dove è la criminalità ad avere il monopolio della forza, è la mera esistenza di un ceto politico che assicura la rappresentanza. Per questo diventa del tutto marginale chiedersi per chi vota la mafia. La domanda vera è un’altra: C’è un solo politico che, nella terza società, possa permettersi di far valere l’autorità dello Stato?»

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Il ritratto è realistico e lo scenario che rappresenta coerente con quanto contemporaneamente avviene: da una parte, sempre più esasperata, l’insofferenza degli elettori, dall’altra l’impassibile inerzia della classe dirigente, incapace, con le proprie divisioni e i propri interessi da difendere, di prendere quelle decisioni indispensabili, ancorché impopolari, nell’interesse di tutti. La voce di Ricolfi va a rinforzare il vento che per tutto il 2007 ha soffiato, alimentato dai pulpiti più tempestosi, come quello del comico Beppe Grillo, o quelli “minori” ma anche più autorevoli, delle tribune giornalisiche affidate alle menti più ragionevoli e inascoltate del paese.

    «Quel che andrebbe fatto è abbastanza noto. Ed è anzi così uniformemente condiviso fra le persone prive di paraocchi ideologici, che si prova fastidio a ripeterlo: ampliare le infrastrutture, liberalizzare i mercati, sfoltire la giungla legislativa, mettere in competizione scuole e università, ridurre il cuneo fiscale, abbassare le aliquote, limitare l’evasione, combattere gli sprechi, ristabilire la legalità, responsabilizzare gli enti locali, premiare il merito a scuola e sul lavoro, licenziare i nullafacenti, alzare l’età pensionabile, limitare il precariato, decentrare la contrattazione, creare un moderno sistema di ammortizzatori sociali.»

I pericoli ventilati dall’autore sono di «una lenta argentinizzazione» o di una semplice (si fa per dire) divisione dell’Italia, in quanto «coloro che producono nei territori d’elezione della prima e della seconda società – ossia nelle regioni centro-settentrionali – sono sempre meno disposti a farsi carico dell’80% dell’aggiustamento essendo responsabili del 20% dello squilibrio.»

Una cosa è osservare il cambiamento e tracciare delle tendenze e un’altra è predire il futuro. Quel che è certo è che quanto emerge dal III Rapporto sul cambiamento sociale in Italia è un’immagine cruda della stagione del nostro scontento e un ulteriore incoraggiamento ai cittadini sempre di più a far sentire alla classe politica la loro voce.

Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato da questo brano:



NOTE



BIBLIOGRAFIA
Luca Ricolfi, Le tre società. E’ ancora possibile salvare l’unità d’IItalia? (Guerini e Associati 2007)

Milano, 2008-01-10 11:28:06

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