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OPERE A-Z
Vasco Pratolini

Le ragazze di San Frediano (1948)

Vasco Pratolini tra divertissement e tradizione novellistica
(Sarah Malfatti)

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Da subito considerato una produzione minore, "Le ragazze di Sanfrediano", romanzo che Vasco Pratolini scrive nel 1948, presenta invece caratteristiche che lo associano alla tradizione novellistica trecentesca e ne fanno un prodotto nuovo e peculiare all'interno della bibliografia pratoliniana.

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a sempre Le ragazze di Sanfrediano, racconto che Pratolini scrive nella seconda metà del 1948, viene considerato un’opera minore all’interno della sua produzione. L’opinione, ampiamente diffusa tra pubblico e critica, si fonda su diversi aspetti dell’opera stessa, su alcune sue caratteristiche che la pongono su un altro livello sia rispetto ai grandi romanzi come Cronache di poveri amanti, Metello, Il Quartiere, sia rispetto alle prime pubblicazioni, alle prime prove memorialistiche, quali Il tappeto verde e Via de’ Magazzini.

Pur non staccandosi dagli scenari che gli sono tanto cari, cioè le vie e i quartieri della Firenze popolare, lo scrittore sceglie come sfondo, e con un ruolo del tutto particolare, un quartiere a cui non è troppo legato, un quartiere che non custodisce, come Santa Croce, le sue più intime memorie. La scelta di Sanfrediano è il primo passo verso l’evidente cambiamento di registro: il suo sguardo è adesso più distaccato, più libero, se vogliamo, da costrizioni autobiografiche, e permette uno sviluppo divertito e giocoso della vicenda che vuole raccontarci, uno sviluppo lontano dai toni drammatici delle altre opere.

Il racconto è stato a lungo valutato come un gioco letterario senza spessore alcuno, grazioso ma vano, ed è nato davvero senza grandi pretese da parte dell’autore; tuttavia, con tutte le sue caratteristiche e le novità che introduce, ci accorgiamo presto che Le ragazze di Sanfrediano non è solo uno sfogo stilistico e intellettuale dell’autore, ma raccolgie invece aspetti che ne fanno una produzione specifica, ricca di elementi nuovi e continui rimandi alla tradizione letteraria toscana, nascondendo con la facezia una cultura che affonda le sue radici nel Trecento.

Solo pensando alla novella boccaccesca si capiscono l’impostazione di fondo e insieme l’ispirazione de Le ragazze di Sanfrediano: una favola moderna, ma dall’ossatura molto antica, i cui protagonisti appartengono solo superficialmente alla contemporaneità, visto che il loro è un ruolo scritto da secoli.

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Stavolta Pratolini si appiglia alla tradizione in maniera diversa, inconsueta, adottando un tono burlesco che prima sembrava essergli estraneo: l’impronta che l’autore dà alla narrazione lo distoglie anche dall’impegno politico e sociale intrinseco al neorealismo.

Gli aspetti che fanno de Le ragazze di Sanfrediano un’opera caratteristica e unica nel corpus pratoliniano non sono però solo quelli finora elencati: troviamo qua infatti un finale che non ha molto in comune con gli altri, in particolare con quelli de Il Quartiere e delle Cronache, e i personaggi che animano la vicenda seguono un’impostazione del tutto particolare, hanno ruoli da commedia e rispecchiano dei tipi ben precisi.

La novità più evidente è di certo la scelta del tema, scelta che ancora una volta rispecchia l’interesse per i classici, e ancora una volta per Boccaccio in particolare, chiaro ispiratore della maliziosa beffa finale e della chiara impronta femminile della vicenda.

Il racconto, che Pratolini inizia nel 1948 spinto da urgenze economiche, si compone di 14 brevi capitoli, modellati con sapienza ed incastrati tra loro con una sequenzialità, non necessariamente causale, che ricorda in più di un’occasione il montaggio di un’opera cinematografica: i capitoletti, veri e propri quadri scenici, sono puntualmente introdotti da un titolo a volte fortemente allusivo, come ad esempio il titolo del capitolo VII, Il bacio e la parola, a volte gnomico, o semplicemente introduttivo, ma sempre dal tono ironico, quasi come se l’autore, narratore divertito, spostasse di volta in volta la sua macchina da presa per far concentrare il lettore-spettatore sul personaggio o sull’episodio che vuole analizzare.

Nel capitolo d’apertura Pratolini ci introduce nel quartiere, componente fondamentale a sua volta, che fa da vera e propria scenografia, ma non solo, alla narrazione: la descrizione ci offre una panoramica della città in cui l’occhio del narratore e quindi del lettore si posano su quel mucchio di case situate «di là d’Arno», e chi legge comincia a conoscere Sanfrediano in quei suoi caratteri che lo renderanno vero e proprio personaggio del racconto. Come se l’inquadratura si restringesse, dal quartiere si passa a descrivere la gente che lo popola, il suo spirito e la sua schiettezza, quelle caratteristiche di cui tanto vanno fieri i sanfredianini, caratteristiche secolari, tra le quali una fierezza che si perde nelle cronache antiche.

Il breve capitolo introduttivo si chiude accennando, come in un gioco di scatole cinesi, dapprima alle donne, ragazze e fanciulle del quartiere, belle e audaci, proprio come le protagoniste della storia letteraria, delle novelle e le cronache, con la stessa intatta castità e la stessa sfrontatezza, poi ad una di loro in particolare, Tosca, colei che sarà il motore dell’evento, della beffa già annunciata tra le righe, dell’avventura che, dice l’autore stesso, «merita di essere raccontata».

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E il racconto comincia proprio da Tosca, la prima tra i protagonisti ad essere introdotta e descritta.

Il taglio dei capitoli è piuttosto netto, come fossero atti di una commedia: quasi a tutte le protagoniste sono dedicate alcune pagine nelle quali l’autore descrive sommariamente il carattere e il rapporto che ognuna di loro ha, ha avuto o potrebbe avere con il dongiovanni.

Alle vicissitudini dei giovani protagonisti Pratolini alterna alcuni capitoli digressivi, pagine che sembrano rispondere ad una tentazione folkloristica e popolareggiante, come l’accenno alla proverbiale bellezza delle mani delle sanfredianine, i «ferri del mestiere», come li chiama lui, o la lunga digressione sull’uso del «frontino».

Il racconto quindi della vita amorosa di Bob, delle sue tante, troppe conquiste e della sua abilità nel tessere questa rete occupa quasi due terzi dell’intero libro, relegando negli ultimi tre capitoli le vicende che porteranno al gran finale, pure annunciato più o meno esplicitamente durante tutto il racconto, e reso inevitabile agli occhi del lettore già dalle prime pagine: è comunque sul finire del racconto che Bob comincia la sua discesa, il suo epilogo, seguito dalla congiura delle ragazze e dalla tremenda beffa, seguita da un finale che tenta bonariamente di riportare tutto alla normalità, salvando, certo in modi diversi, un po’ tutti i protagonisti della vicenda.

Mentre lo spodestato dongiovanni deve chiudere forzatamente la sua carriera sposando proprio la meno desiderata tra le sue conquiste, nonché la più crudele e motivata tra le sue aguzzine, tra le strade del quartiere la storia si ripete. Con un abile e ironico rimando Pratolini ci ricorda che le persone, le abitudini, e tutte quelle caratteristiche che fanno dei sanfredianini la parte più schietta e becera dei fiorentini non cambieranno certo adesso, non finiranno col bel Bob: le ragazze continueranno a tormentarsi per il rubacuori del quartiere, solo che questo avrà cambiato nome e volto.

Quella de Le Ragazze è un’idea di ripetizione che non comprende il cambiare dei tempi e degli sfondi storici, e non lo fa perché non è questo che interessa all’autore: quello che vuole è raccontare una storia, un’avventura che abbia un inizio e una fine, un’avventura che ha fra i suoi tratti salienti anche quello di ripetersi, ma che nel nostro caso è solo l’avventura di Bob, «Casanova di suburbio», e delle sue ragazze.

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Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato da questo brano:



NOTE
Le immagini in questa pagina sono © di Tatiana Murzin



BIBLIOGRAFIA
BIBLIOGRAFIA DELL’AUTORE:
V. PRATOLINI, Le ragazze di Sanfrediano, Milano, Mondadori - (Edizione Oscar Scrittori del Novecento), 2005.
Lettere a Sandro, a cura di A. PARRONCHI, Firenze, Edizioni Polistampa, 1992.
BIBLIOGRAFIA DELLA CRITICA:
C. BO, Inchiesta sul neorealismo, Torino, Edizioni Radio Italiana, 1951.
D. BARBONE, [ Recensione a ] Le ragazze di Sanfrediano, Firenze, Vallecchi 1952, in «Il Ponte» Firenze, IX, 2, febbraio 1953, p.117.
F. TERNI CIALENTE, Le ragazze di Sanfrediano romanzo breve di Vasco Pratolini, in «Noi Donne», Roma, VIII, 14, 5 aprile 1953, p.4.
P. CITATI, [ Recensione a ] Le ragazze di Sanfrediano, Firenze, Vallecchi 1952, in «Belfagor», VIII, 3, 31 maggio 1953, pp. 105-107.
W. MAURO, Vasco Pratolini, in AA.VV., I contemporanei, II, Milano, Marzorati, 1963, pp. 1639-1654.
G. PULLINI, Il Romanzo italiano del dopoguerra ( ’40-’60 ), Padova, Marsilio, 1965.
A. ASOR ROSA, Scrittori e popolo: il populismo nella letteratura italiana contemporanea, Roma, Samonà e Savelli, 1971.
S. MATARRESE, Il primo Pratolini, in Profili linguistici di prosatori contemporanei, Padova, Liviana Editrice, 1973.
C. VILLA, Invito alla lettura di Vasco Pratolini, Milano, Mursia, 1973.
F.P. MEMMO, Pratolini, Firenze, La Nuova Italia, 1977.
A.G. COSTANTINI, Apprendistato e arte di Vasco Pratolini, Ravenna, Longo, 1986.
G. BERTONCINI, Vasco Pratolini, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1987.
Vasco Pratolini a cura di L. LUISI, Taranto, Mandese editore, 1988.
F. P. MEMMO, Vasco Pratolini: Bibliografia 1931-1997, Firenze, Giunti, 1998.

Milano, 2007-06-06 14:58:54

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«E le difficoltà con cui sono talvolta alle prese, nell'esprimermi, non provengono certo dall'inosservanza delle famose regole del bello scrivere, ma da una coscienza che stenta a rimarginare alcune nascoste ferite, forse inguaribili, e che tuttavia, ostinatamente, esige la propria integrità. Poiché per essere veri non basta evidentemente essere sinceri. Non è dunque senza sforzo che, rinunciando alle parabole, mi sono accinto anche a questo racconto.»

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