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OPERE A-Z
Marco Travaglio

La scomparsa dei fatti (2006)

La libertà di un paese è proporzionale all'indipendenza dei suoi organi d'informazione
(Redazione Virtuale)

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La scomparsa dei fatti è il libro che Marco Travaglio ha dedicato alla mala-informazione. Se si è d'accordo che in democrazia comanda l’elettore, è cruciale – al di là del gossip, al di là del sensazionalismo a vanvera – rendersi conto di cosa succede davvero e rendersi conto fino a che punto si possa contare sui mezzi d’informazione. Ma soprattutto, su quali testate e su quali pseudo-professionisti non si possa davvero fare affidamento.

    «Bisogna capovolgere l’impostazione del problema e partire dalla tutela dei fatti. Chi racconta fatti veri dev’essere al riparo da ogni conseguenza penale e civile. Chi racconta il falso deve avere la possibilità di riparare subito con rettifiche proporzionate al danno causato ai diffamati: se è in buona fede lo farà; se è in malafede non lo farà e allora dovrà essere radiato dalla professione, impossibilitato a continuare a mentire, condannato duramente per diffamazione e obbligato a pubblicare la sentenza che lo sbugiarda con la stessa evidenza che aveva il suo falso. In tutti i casi, saranno i fatti a trionfare. Ma interessano ancora a qualcuno i fatti?» [Marco Travaglio]

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fatti possono essere scomodi, scrive Marco Travaglio (La scomparsa dei fatti, Il Saggiatore, 2006). Con il loro verificarsi i fatti possono mettere i bastoni fra le ruote proprio mentre si cerca di far passare, per esempio, un’iniziativa che avvantaggia gli amici, il partito, il nostro padrone o noi stessi.

Si comincia col tacere questi fatti scomodi e con l’amplificare quelli meno rilevanti e si finisce col confezionare fatti ad hoc, bufale che non hanno alcun riscontro con la realtà ma che con il loro rumore sensazionale coprono le cose che succedono davvero, nascondono le cose come stanno.

In democrazia la stampa ricopre un ruolo fondamentale nella vita pubblica, perché può orientare il demos nelle sue scelte, che si espletano essenzialmente nel confermare o nel sostituire i propri governanti. Una stampa malata compromette il processo democratico e trasforma il sistema politico in qualche altra cosa: plutocrazia, oligarchia, burocrazia. Qualcosa di diverso insomma. Da noi qualcuno pensa che le ingenti somme di denaro prodotte dalle attività criminali (droga, contrabbando, estorsione) abbiano finito con l’inquinare l’economia sana: acquistato aziende, finanziato banche, creato un partito trasversale composto di personaggi politici corrotti. Si pensa che i criminali siano entrati persino nel “salotto buono” degli affari e da lì controllino quelle stesse banche che controllano le aziende, che controllano le case editrici che producono l’informazione.

Una stampa sana riporta i fatti come stanno. “Questa” stampa, invece, indirizza – secondo un disegno politico-economico – le tendenze della gente verso questo o quel candidato, verso questa o quella scelta amministrativa, che eserciterà, quasi mai favorevolmente, un’influenza reale sulle vite degli stessi elettori che hanno esercitato il voto.

L’Italia, nonostante tutto, è e resta una democrazia, né potrebbe essere altrimenti, e in democrazia comanda l’elettore. Ecco perché è cruciale – al di là del gossip, al di là del sensazionalismo a vanvera – rendersi conto di cosa succede davvero. E rendersi conto fino a che punto si possa contare sui mezzi d’informazione. Ma soprattutto, su quali testate e su quali pseudo-professionisti non si possa davvero contare.

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Il libro di Travaglio persegue un duplice obiettivo: mentre illustra i meccanismi che vengono sistematicamente utilizzati per inquinare i fatti, cerca di “raddrizzare” alcune storture, instillate nel pubblico con un martellamento quasi quotidiano.

È opinione diffusa per esempio che alcuni personaggi politici di primo piano (1) siano stati prosciolti in giudizio dalle pesanti accuse che li inchiodavano alle loro responsabilità. E’ falso. Per questi soggetti è intervenuta la prescrizione a sottrarli a un’inequivocabile sentenza. Non sono stati condannati solo perché la prescrizione ha interrotto l’iter processuale. Eppure il vostro quotidiano continua a dare per scontata la loro assoluzione. Mente. Il giornale in questione, o all’occasione il canale televisivo, vi stanno disinformando. Perciò, se avete ancora un barlume di quali fossero le circostanze reali, quando qualcuno di questi personaggi miracolati dalla prescrizione, passa in TV a pontificare, ospite del conduttore compiacente di qualche programma d’approfondimento, pensate che dovrebbe trovarsi piuttosto dietro le sbarre, magari in regime di 41bis (carcere duro) perché ha aiutato la mafia ad appropriarsi del Paese. Pensate, come suggerisce Bruno Tinti (Toghe rotte. La giustizia raccontata da chi la fa) se lo invitereste a casa vostra. Subito dopo, pensate di cambiare canale.

«Il sistema più semplice di cancellare i fatti è quello, molto banalmente, di non parlarne». Fatti imbarazzanti, ancorché sensazionali, come le condanne di politici corrotti, una bocciatura al Consiglio europeo, un Governatore super partes colto con le mani nel sacco in intrallazzi con le banche il cui operato egli stesso sarebbe stato preposto a controllare; Alcuni avvocati e giudici romani intercettati mentre rivelano il proprio mercenario coinvolgimento nel pilotare la sentenza di una controversia miliardaria. Come tacere su questi fatti? Il TG sbatte in prima pagina il delitto di Cogne. Oppure il caso Telekom Serbia, inventato di sana pianta. Argomenti persistenti che, come gli zombie, sopravvivono a tutto, tra un pianto in diretta e un testimone a sorpresa (falso). Intanto i fatti autentici passano in secondo piano.

Oppure ci si inventa un complotto «anti-cattolico e anti-italiano», da parte del Parlamento Europeo, complotto sostenuto dalle più alte cariche dello Stato, compreso il leghista e dichiaratamente agnostico presidente del Senato del tempo, che «s’iscrive al partito dei teo-con, anzi ateo-con. Che, vista la disinvoltura con cui cambiano casacca ad ogni soffio di vento, possiamo chiamare tranquillamente meteo-con

Un secondo modo per nascondere i fatti o per distorcerli o per legittimare una tesi fantasiosa, é quello di passare la parola a qualcun altro: si organizza un dibattito, stando attenti che tutte le posizioni siano coperte (sì, no, nì), su argomenti crucialmente banali, come «il cappottino dei cani», ignorando quella che è davvero la notizia del giorno. O ancora ci si rivolge a un’esperto (sociologo, politologo, tuttologo) vero o improvvisato che sia, basta che sostenga la tesi giusta. Anche se le spara grosse. Tanto la gente non se ne accorge e per raddrizzare un’opinione infondata ci vorranno mesi, o anni, ad andar bene. Un consiglio. Se l’interpellato esordisce con la premessa di «non aver letto le carte» prima di avventurarsi in un discorso zeppo di ipotesi strampalate, tappatevi le orecchie, o cambiate canale.

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Oppure si fa un’intervista, in cui però «il giornalista-conduttore si riduce a reggimicrofono-cronometrista». Nell’intervista senza domande l’intervistato la fa da padrone, può dire quello che gli pare, anche perché dopo la prima domanda non seguirà una replica che lo obblighi a rimangiarsi un’inesattezza o, peggio, una falsità.

In certi programmi d’approfondimento, se si parla di giustizia, ci si assicura che la presenza di un giudice sia controbilanciata da quella di un corrotto pregiudicato, le cui opinioni per un malinteso senso di obiettività vengono poi presentate sullo stesso piano. Se l’ospite, magari un professore universitario, si dimostra “troppo” informato, un altro, di solito un politico, interrompendolo lo aggredisce verbalmente, mentre s’inventa qualcosa per delegittimarlo: che la sua formazione accademica non gli consente di entrare nel merito... o che è pagato da qualcuno per dire quelle cose. E lo lascia senza parole, sotto gli occhi impassibili del conduttore.

Un esempio macroscopico di disinformazione è quello che da anni si conduce per distorcere la percezione dei fatti che riguardano il fenomeno di Mani pulite. Più specificatamente le operazioni che si compiono per riabilitare i corrotti e per screditare le Procure. E’ stato ripetuto per anni che l’obiettivo dei giudici era di distruggere un uomo solo: Bettino Craxi, tanto che gli altri furono tutti assolti.

Falso.

I fatti sono che il fenomeno di Tangentopoli aveva fatto lievitare i costi delle opere pubbliche in maniera esponenziale: «...la linea 3 della metropolitana di Milano costava all’epoca 192 miliardi di lire al chilometro, contro i 45 del Metrò di Amburgo...». I fatti sono che «le condanne e i patteggiamenti per Tangentopoli furono milleduecento» e che altre centinaia di indagati se la cavarono grazie alla prescrizione. I fatti sono che «il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo era al 60 per cento nel 1980, e nel 1983, alla fine del governo Spadolini, era salito al 70 per cento; nel quadriennio 1983-1987 (governo Craxi) raggiunse il 92 per cento, fino a toccare addirittura il 118 per cento nel 1992, anno del crollo della lira e del rischio d’insolvenza dello Stato.» Un danno enorme per i cittadini e per le imprese. A 15 anni di distanza il rapporto deficit-PIL è al 102 per cento e non si riesce a riassorbire. E sorge il dubbio, tra le altre cose, se la sofferta riforma della previdenza sociale non sia dettata proprio da questo disastro.

Eppure, prima progressivamente e poi persistentemente, sui quotidiani e alla TV si fa strada la tesi del “golpe” giudiziario, del “giustizialismo”, di una giustizia faziosa e assassina, attribuendo a Mani pulite il dramma del suicidio degli imputati arrestati. I fatti, ancora una volta, sono che «gli arresti di Mani pulite (circa 800, su oltre 3500 indagati) non furono seguiti da un solo caso di suicidio».

*

Il capitolo “Giornalismo transgenico” è dedicato a descrivere comportamenti devianti da parte di noti giornalisti e direttori di giornali, che da soli basterebbero a definire lo stato dell’informazione in Italia.

Il direttore di un foglio politico abbastanza noto si vanta di essere stato consulente del servizio d’intelligence di un altro paese. Un affermazione che negli USA o in qualsiasi altro stato occidentale avrebbe conportato gravi sanzioni e probabilmente il carcere. Non da noi.

Citiamo di sfuggita il conflitto d’interessi che dovrebbe impedire alla consorte di un personaggio politico di primo piano di esercitare la professione giornalistica in certi ambiti. Del resto un suo collega, direttore di un settimanale di recente ma intensa tradizione, si disturba a far ritoccare cosmeticamente la “pelata” del Primo Ministro in copertina, che è anche, incidentalmente, suo editore (processato dall’Ordine: archiviato).

Un altro caso: l’anchor woman di un TG privato, ascoltata nel corso dell’intercettazione di un indagato mentre contratta la sua tariffa per caldeggiare la pratica di un mafioso presso un politico amico, si giustifica di fronte ai magistrati adducendo il fatto di essere una “professionista”.

Ancora il caso, en passant del conduttore di un programma che va in onda in seconda serata sul servizio pubblico, ascoltato, anche qui nel corso dell’intercettazione di un sospetto, che pianifica per il suo ospite, segretario di un partito di maggioranza, i dettagli del programma: concorda la scaletta, le domande e persino la scelta degli altri ospiti.

Ci soffermiamo invece, perché emblematica, sulla vicenda del vicedirettore di un quotidiano minore (ma non per quanto le spara grosse) colto sul fatto mentre, il 19 maggio 2006, sfruttando la propria copertura professionale, intervista i procuratori del caso Abu Omar, non per informare i propri lettori, ma il Sismi (2), che si trova da questi indagato per il sequestro dell’egiziano (poi dato in pasto ai colleghi americani). L’agente “Betulla” risulta sul libro paga del Sismi dal 1999, prima quindi di quel fatidico 11 settembre, ma si difende affermando di essersi arruolato per combattere il terrorismo islamico in difesa della «civiltà occidentale ebraico-cristiana». Scrive Travaglio:

    «[...] a quanto emerge dalle indagini, [l'agente Betulla] fu pagato dal Sismi con decine di migliaia di euro non per segnalare pericolosi bombaroli mediorientali, bensì per pubblicare dossier-patacca contro Prodi e De Gennaro, per seminare panico ingiustificato svelando e preannunciando attentati inesistenti e per controllare le mosse della procura di Milano che indagava sull’imam Abu Omar, sospettato di collusioni col terrorismo. Insomma, l’infeltrito 007 non spiava i terroristi: spiava i magistrati che indagano sui terroristi, aiutando a sottrarre alla giustizia prima un presunto terrorista e poi i suoi rapitori. Lasciamo stare la questione morale (un giornalista non prende soldi se non dal suo editore), penale (un giornalista non viola la legge) e deontologica (un giornalista non pubblica notizie che sa false), troppo difficili da spiegare in Italia. E limitiamoci alla logica: Che cosa ha mai fatto Betulla contro il terrorismo per passare da militante, magari un po’ sventato, dell’antiterrorismo?»

In conclusione, l’agente Betulla viene condannato dall’Ordine per aver «violato pesantemente le prescrizioni deontologiche fissate negli articoli 2 e 48 della legge professionale» nonché «l’articolo 7, primo comma, della legge 801/1977 che vieta ai giornalisti di collaborare con i servizi segreti». E la pena? Un anno di sospensione dalla professione, la stessa pena inflitta a chi «con la sua condotta abbia compromesso la dignità professionale».

«Ma la vera domanda – scrive Travaglio – è un’altra: Che deve fare un giornalista per essere radiato dall’albo e costretto a cambiare mestiere?»

La lista delle aberrazioni genetiche si conclude, con dovizia di particolari, nel calderone di uno scandalo in cui sono state implicate le peggiori penne del giornalismo sportivo nazionale, e non solo sportivo: Calciopoli. E qui si conclude anche il libro.

La scomparsa dei fatti, che compie frequenti excursus in terra straniera, per tracciare impossibili paralleli con i comportamenti dell'informazione di paesi più civili e che si apre e si chiude con due citazioni di Leo Longanesi, (3), è pieno di frasi che sintetizzano un malessere attribuibile, non solo allo stato dell’informazione, ma allo stato del Paese.

Frasi che, per la loro pregnanza, si vorrebbero ricopiare e fare proprie per recitarle consolatoriamente a se stessi.

Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato da questo brano:



NOTE
(1) Nel corso di questo articolo eviteremo di nominare i diretti interessati con nome e cognome, non per timidezza, ma perché ci interessa qui soffermarci sul fenomeno e sui meccanismi ad esso collegati, più che sui personaggi coinvolti. Nel libro di Travaglio questi signori e signore sono tutti nominati, e possono essere localizzati tra le pagine, grazie a un utile indice dei nomi in coda alla pubblicazione.

(2) Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare.

(3) Leo Longanesi, grafico, pittore, letterato, editore, Bagnacavallo (Ravenna) 1905 - Milano 1957.



BIBLIOGRAFIA

Milano, 2008-01-28 17:29:01

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