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OPERE A-Z
Elena Ferrante

L'amore molesto (1992)

Il primo romanzo di Elena Ferrante
(Luca Gabriele)

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Nell'incipit de L'amore molesto, il corpo di una donna galleggia nella risacca del litorale di Spaccavento. Inizia così l'indagine retrospettiva della Ferrante nell'immaginario di una ragazzina raggomitolata sulla soglia di tormentosi ricordi che si intrecciano a fantasie infantili lontane nel tempo...

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n una delle rare interviste rilasciate (per «L’Unità», nel settembre del 2002), alla domanda sul perché avesse deciso di non diventare mai un personaggio pubblico, Elena Ferrante rispondeva:

«Per un desiderio un po’ nevrotico di intangibilità. La fatica di scrivere tocca ogni punto del corpo. Quando il libro è finito, è come se si fosse stati perquisiti senza rispetto, e non si desidera altro che riacquistare integrità, tornare ad essere la persona che comunemente si è, nelle occupazioni, nei pensieri, nel linguaggio, nelle relazioni. Pubblica del resto è l’opera: lì c’è tutto quello che abbiamo da dire. Oggi a chi importa veramente della persona che l’ha scritta? L’essenziale è il lavoro fatto».

È possibile legarsi con un laccio al cuore ad un libro di cui non si conosce il volto? È possibile ancor di più essere presenti con la propria parola scritta ma senza mai attribuire ad essa una voce, una presenza? Ci chiediamo noi lettori, soggetto collettivo ed anonimo, di fronte alle squisite pagine di Elena Ferrante. Scrittrice raffinata ed elegante, ma lontana dagli ambienti letterari. La grande assente del nostro paese, che dopo aver vissuto a lungo a Napoli, ha fatto bagagli per la Grecia, in cerca d’altra vita, in cerca di nuova gente. Autrice misteriosa e schiva, di cui si avverte la mancanza, di cui le nostre città si sentono spoglie.

Antonio D’Orrico la considera la «massima narratrice italiana dai tempi di Elsa Morante» (Sette/Corriere della Sera). Il grande pubblico l’ha apprezzata per il successo letterario prima e cinematografico poi de I giorni dell’abbandono. Qui la celebriamo invece per la grandezza della “prima pietra” che ci ha rivelato il suo talento, L’amore molesto, a nostro giudizio uno dei romanzi più importanti ed originali degli ultimi anni, da cui ha tratto Mario Martone l’omonima pellicola. «Una storia sofisticata e complessa, crudele e intelligente» ne ha scritto Dacia Maraini, altra grande voce della nostra migliore letteratura. Una trama incalzante e inconsueta, tracciata con la lama più affilata dell’inchiostro, che indaga e scava con durezza acuta in un rapporto madre-figlia, nel rapporto tra Delia e una madre scomparsa nella penombra, Amalia.

*

Delia è una donna bambina. Vive sola a Roma, vive di poco, del suo lavoro di fumettista e dei suoi risparmi. Non è madre, non è moglie. È solo una figlia che la mattina del suo compleanno scopre il corpo svestito e livido di sua madre, Amalia, galleggiare in mare.

«Mia madre annegò la notte del 23 maggio, giorno del mio compleanno, nel tratto di mare di fronte alla località che chiamano Spaccavento, a pochi chilometri da Minturno».

È l’incipit del romanzo che mozza il respiro dell’attesa. È l’inizio d’una indagine, d’un lungo percorso a ritroso nel tempo per ricostruire gli ultimi momenti di vita d’una madre dimenticata, mal voluta, non coscientemente amata. Delia torna ad essere d’un tratto una ragazzina raggomitolata sulla soglia di tormentosi ricordi che si intrecciano a fantasie infantili lontane nel tempo. Storie di inganni e tradimenti inventati che da bambina attribuiva a sua madre. Una madre per tanti versi sconosciuta, oggetto dell’ossessione d’un marito violento e sospettoso, che le imponeva di chinarsi ai suoi ordini, di non ridere in presenza d’atri uomini, di non vestirsi con cura, di non truccarsi, di dimenticare d’essere donna prima ancora che moglie, che madre. Una donna soffocata, che ha vissuto in punta di piedi col terrore di insospettire un marito opprimente e violento. Una donna divenuta per scherzo del destino oggetto dell’ “amore molesto” d’un altro uomo, il signor Caserta, amico di famiglia distinto e carezzevole che continuerà a tallonarla negli anni fino alla vecchiaia, quando il capriccio si sarà trasformato in una insana mitomania, in ossessione. Una madre oggetto anche delle recriminazioni della figlia, che nel buio d’un ripostiglio senza finestre o dal fondo d’uno scantinato polveroso la osservava, la studiava, la rivestiva di fantasie viziose e la emulava negli atteggiamenti scandalosi e sensuosi che la sua mente rancorosa le attribuiva.

Ma cosa è avvenuto ad Amalia la notte del 23 maggio? Chi l’ha portata lontano da casa, svestita e poi spinta nell’acqua gelida? La storia prende allora il passo d’un lungo viaggio d’una figlia in cerca della madre perduta. Un cammino verso un mondo dimenticato, in cerca d’una verità da riscoprire sotto le ceneri di memorie sfuggenti e insincere, armata della sola fioca luce d’un cerino che le faccia largo nell’oscurità. Un treno da Roma per Napoli, la città di Amalia, la città dell’infanzia di Delia. Un’infanzia ingombrante, per lungo tempo volutamente sepolta e rimossa. Un’infanzia di pochi giochi, di sospetti, di violenze familiari e di rancori parentali. Un’età che le appare ormai lontana, sconosciuta come sconosciuto le appare l’appartamento di Amalia, in cui piomba dopo anni, da adulta e da straniera. Come se quel sentore di vita quotidiana, di cui sono unte le pareti della sua prima casa, le parlasse d’una altra esistenza e non della sua. Come se oltre la soglia del portone s’aprisse un mondo di fantasmi, lo scenario d’un racconto che ricorda ancora d’aver udito ma che rinnega d’aver vissuto.

*

«Quando si entra nella casa di una persona morta di recente, è difficile crederla deserta. Le case non conservano fantasmi ma trattengono gli effetti degli ultimi gesti di vita».

Ma è oltre quella soglia che si stende la verità. È da quegli ultimi gesti di vita che potrà ricostruirne l’epilogo. Delia allora dovrà ricacciarsi il coraggio di smascherare le menzogne del passato, a volte affrontando la vecchiaia in cui tutto sembra improvvisamente essere piombato scoprendo dentro di sé il racconto degli avvenimenti, a volte nascondendosi nell’ombra della ritrosia come faceva da bambina. A poco a poco i brandelli della memoria verranno ricuciti, con la stessa maestria e pazienza con cui Amalia, quand’era ancora in vita, si chinava sulla Singer e da scampoli di tessuto tirava fuori abiti e guanti, involucri e maschere per il corpo. E come calandosi in un vestito che le calza perfettamente, la figlia si calerà in un personaggio, quello della madre. Penserà con la sua testa, percorrerà con lo stesso passo una città plumbea e volgare. Come le torneranno alle labbra le parole d’un dialetto d’infanzia disimparato e deposto per imposizione, così le arriveranno agl’occhi le ultime facce che gl’occhi di sua madre hanno memorizzato, le ultime parole che la sua bocca ha pronunciato, gli ultimi pensieri che ha avuto prima di scivolare nell’acqua. Un lavoro di attenta ricomposizione, di immedesimazione che porterà ad una unità inattesa. Quel che negli anni Delia ha tentato di lavarsi di dosso sforzandosi a diventare diversa da Amalia, decisa a non volerle assomigliare, se lo ritroverà stampato sul viso, impresso nelle viscere come un marchio, una identificazione profonda. Si ritroverà, senza sapere come, d’improvviso con le vesti di sua madre indosso, con la sua acconciatura sulle spalle, antiquata ma che stranamente le dona. Gli stessi occhi, gli stessi capelli, lo stesso tratto di mare davanti agl’occhi, la stessa acqua gelida alle caviglie. Scoprirà d’aver vissuto una vita uguale e parallela a quella di Amalia. D’aver condiviso con quella madre annegata la stessa trama di destino. E allora le parrà chiaro che Amalia in lei c’era sempre stata. Amalia era lei.

In conclusione, è allora possibile, come ci chiedevamo in principio, legarsi ad un libro senza conoscerne il volto? Alla parola d’inchiostro senza conoscerne il suono, la voce?

Il grande libro di Elena Ferrante sembra volerci dimostrare proprio questo: che per comunicare emozioni e condividere una piccola sfera del proprio essere coi propri lettori, l’immagine, la voce,la presenza non sono necessari. Perché la vera letteratura è quella che si semina sulla pagina bianca, non quella che si consuma in chiacchiere di salotto.

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Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato da questo brano:



NOTE



BIBLIOGRAFIA
Elena Ferrante, L'amore molesto, Edizioni E/O, Roma, 1992.

Milano, 2008-03-13 13:13:28

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«Nel mestiere di scrivere la strumentazione e i segnali d’allarme sono rudimentali: non c’è neppure un equivalente affidabile della squadra e del filo a piombo. Ma se una pagina non va se ne accorge chi legge, quando ormai è troppo tardi, e allora si mette male: anche perché quella pagina è opera tua e solo tua, non hai scuse né pretesti, ne rispondi appieno.»

(Primo Levi, La chiave a stella)

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