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OPERE A-Z
Dacia Maraini

Il gioco dell'universo (2007)

Dialogo immaginario tra un padre e una figlia non convenzionali
(Luca Gabriele)

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Nell'ultimo lavoro, Dacia Maraini (Il gioco dell'universo) ripercorre gli scritti del padre Fosco Maraini, un viaggiatore e ancor di più un libero pensatore, che divide il mondo in "esocosmo" ed "endocosmo", un giramondo laico che si interroga sulle religioni, tra le cui tante annotazioni s’insinuano tentativi di narrazioni più ampie, semi di racconti o di romanzi mai sbocciati...

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n padre e una figlia: eccoli impegnati ad intessere un dialogo, una carezzevole conversazione che supera le distanze ed il tempo. Un dialogo immaginario, ma vivo e vibrante sotto l’inchiostro. Sentivamo da sempre forte il bisogno d’una pagina scritta che riscattasse la figura di Fosco Maraini, etnologo orientalista, viaggiatore instancabile, scrittore e fotografo d'eccezione, da tempo emarginato da quella rosa delle grandi voci letterarie del nostro Novecento.

Ed il fatto poi che sia stata la mano stessa d’una figlia d’eccezione, dalla scrittura soave e la parola delicata, a liberarlo dalle ombre in cui era stato esiliato commuove l’animo del lettore. In questo senso, il ritratto attento di suo padre disegnato da Dacia Maraini, amorevole ma mai indulgente, mai velato dai pregiudizi filiali, costituisce un contributo definitivo.

Un uomo straordinario. Bello, eccentrico, curioso, avido di vita, di conoscenza, di esperienze. Un padre giovane, robusto, con un ciuffo ribelle che gli scivolava sulla fronte, come già lo ricordava la figlia nel romanzo Bagheria. Sempre in viaggio, di continente in continente, che poteva restare lontano da casa anche interi mesi. Che partiva carico di nulla, dell’essenziale, e tornava col grande bagaglio di fotografie di paesi magnifici e irraggiungibili, portandosi dietro odori sconosciuti: di luoghi lontani, remoti, di arie leggere, di stanze segrete e profumate. Un padre che appariva e scompariva nei giorni d’infanzia di Dacia, parlava delle bellezze e del mistero dell'universo sdraiato accanto alla figlia in indimenticabili sere estive; che la rapiva con le sue assenze e il suo affetto fluttuante. Non possono allora non tornare alla mente altre pagine dense di affetto e di ricordi leggeri.

    «“Papà quando torni?” “Presto, Dacina , presto”. E quel presto era come un mai. Perché innescava il difficile sentimento dell’attesa e delle attese, si sa, sono serpenti che si snodano nella nostra mente addormentata». (da Bagheria , Rizzoli 1993)

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Ma un viaggiatore non ha stabilità. È una persona che parte e non può garantire quando tornerà. Ed ecco allora le terre sconosciute sulle quali quel padre ha posato i suoi passi, ecco i cieli verso cui Fosco Maraini ha alzato gli occhi. Tutti affrescati attraverso la scrittura, asciutta ma sempre immune all’approssimazione linguistica, nei suoi taccuini di viaggio. Impressioni, visi scrutati, letti su cui ha riposato il corpo. Appunti inediti, eredità d’una padre pellegrino, recuperati dalla figlia e da lei commentati, brano per brano.

    «“Tutto quel che succede nel mondo mi riguarda”. Ecco un altro punto fondante del suo modo di essere. Il mio dolcissimo padre aveva la tendenza a cacciare il naso nelle cose che accadono, anche le più minute, per comprendere, per assimilare. Il mondo era il principio delle sue ricerche, delle sue speculazioni, delle sue scoperte. E il mondo lo accoglieva mostrandogli profonde ferite, spinose contraddizioni, grandiose bellezze».

Ed ecco allora che si delineano all’orizzonte le grandi albe delle sue partenze. Ora per il Tibet, a guadagnare la vetta. Ora per il Giappone, a studiare i costumi degli Hainu, popolazione in via d’estinzione. Ora verso sempre nuove “case, amori, universi”. Senza mai perdere la capacità di stupirsi e di incantarsi come un bambino davanti ad una arazzo di stelle, di fronte alla geometria insolita delle nuvole, al gioco sfuggente dell’universo.

Appuntava lo sguardo su popoli remotissimi, su geografie favolose, su lingue sconosciute a chiunque. Appassionato, innamorato delle montagne himalayane, dai confini, dalle geografie terrestri e dalle mappe astrali come da una donna. Spinto da una curiosità onnivora. Un viaggiatore e ancor di più un libero pensatore che divide il mondo in "esocosmo" ed "endocosmo", che si interroga sulle religioni, che sintetizza in elenchi studiando d'etnologia, d'antropologia. E tra le tante annotazioni di questo giramondo laico s’insinuano tentativi di narrazioni più ampie, semi di racconti o di romanzi mai sbocciati. E la più grande ed insanabile nostalgia la si avverte per quelle pagine mai scritte di straordinaria letteratura che il destino non ci ha restituito. Perché il tempo sottrae, perché la vita non paga, perché gli anni indietro non tornano.

Ed ecco allora il dialogo immaginario approdare ad un saluto, ad un congedo. Ed eccolo, quell’uomo di immenso fascino e sapere, imbarcarsi in ultimo per un nuovo viaggio, verso un porto ignoto, misterioso per quel mistero stesso che è l’esistenza. Eccolo quel «dolcissimo padre» raggiungere dopo la dovuta fatica della scalata una nuova vetta. Quella dell’immortalità delle sue parole e della nostra memoria.

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Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato da questo brano:



NOTE
Articolo precedentemente apparso sul blog Romantici Rottami

Le immagini (dall'alto):
Dacia Maraini, tra il padre Fosco e la madre Topazia a Sapporo, nel 1940
Fosco Maraini, spedizione sul Gasherbrum IV, Karakorum, 1958



BIBLIOGRAFIA
Dacia e Fosco Maraini, Il gioco dell'universo, Mondadori, Milano, 2007. Dacia Maraini, Bagheria, Rizzoli, Milano, 1993.

Milano, 2008-03-13 13:52:06

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«Signor mio! Continuate a credere all'età della gente! In genere, è una convenzione. C'è gente che non è nata mai – voglio dire non ha cervello – o è nata solo ora, che è lo stesso, oppure da trecento anni, ma non connette. Gente, poi, che vede solo la roba; e questa è la più vecchia di tutte... Può avere anche tre anni. In realtà ne ha mille e trecento. La vecchiaia è questo»

(Anna Maria Ortese, Il cardillo addolorato)

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