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OPERE A-Z
Anna Maria Ortese

Il cardillo addolorato (1993)

La realtà parallela di Anna Maria Ortese
(Redazione Virtuale)

*
Quando apparve Il cardillo addolorato fu subito un bestseller. Ancora oggi i tre amici giunti a Napoli da Liegi, nel loro incontro con la popolazione ci aiutano a scoprire una città avviluppata nel mistero e nella propria inerzia. A Napoli - scrive Anna Maria Ortese - retorica e letteratura da strapazzo sono già tutte depositate nel costume, rifulgono nei modi civettuoli e vani delle dame, e scintillano nelle sale da ricevimento, nelle chiese sfarzose...

    «[...]di pescivendoli, ortolani, fioriste, acquafrescai – insomma, tutta la vita traboccante di suoni di quella città libera, selvaggia, oscura e beata insieme, nota in tutta Europa per la sua gioia, di cui dava esca, talora, un ignoto quanto insensato dolore, giustificato, presumiamo, dalle precarie quanto strane sue condizioni politiche: di capitale di un regno senza fondamento di bontà o ragione, e perduto nello sfrenato Immaginario.»

*

omanzo fuori dal comune, questo Il cardillo addolorato. Fuori dalla tradizione del romanzo italiano – come prima ancora L’iguana (1963) – elementi di un serraglio stravolto, sognante e insieme lucido e reale, ambientato questa volta in una Napoli settecentesca, soffusa di una nebbia magica, diradata la quale però la stessa Anna Maria Ortese invita ad aspettarsi il realismo più prosaico, freddo e materiale.

Atmosfere barocche e colori pastello e oro, di quella grazia estrema ed elegante, a un passo dal kitch, che troviamo nella squisita ceramica dei gruppi di Capodimonte: preziosi, fragili, effimeri.

La bella Elmina, la minore di lei sorella Teresella, la gabbietta vuota del cardillo, i tre eleganti amici di Liegi e, un po’ nascosto, il folletto piumato, sono elementi di una scultura elaborata che è anche un rebus tridimensionale che si ripropone, capitolo dopo capitolo.

Cambiano le figure, si mescolano, si aggiunge ora il guantaio Mariano Civile, ora la serva Ferranta, ora il duca-mago polacco Benjamin von Ruskaja, ora il notaio Liborio; assumono pose enigmatiche che lasciano indovinare – con l’aiuto di una lettera misteriosamente sospesa tra i personaggi – significati che nulla hanno a che fare con i loro significanti. Il personaggio centrale, la bella Elmina, a complicare il rebus, sfugge a qualsiasi soluzione.

    «E pure lacrime di assenza, vorremmo dire di dissennatezza, pari almeno a quelle del suo innamorato belga, sì dicendo – o farneticando – scorrevano sul viso della bella Elmina, tracciavano non so quale parola incomprensibile, oscura su quell’anima radiosa di soli sedici anni: ma non oscurandola, bensì illuminandola, come l’aurora illumina talvolta, prima ancora di levarsi con un palpito rosa, gli oscuri giardini del mondo.»

*

Muta, altezzosa, insensibile, madre, umile lavoratrice, imprenditrice, camiciaia, elemosiniera, subito dopo serva spiantata e, infine, soltanto una donna disperata, Elmina quasi mai si presenta in prima persona, e quando lo fa dice per ulteriormente nascondere, più che chiarire il suo segreto. Sfugge. Quel che sappiamo ci viene comunicato dalle figure di contorno. Parole smozzicate, mezze verità, pettegolezzi confidati a mezza voce da personaggi che millantano conoscenza e affetto, quando non addirittura, come il “mago” Ruskaja, poteri magici: lenti prodigiose che permettono di scrutare dalla Reggia di Caserta, direttamente nella stanza, a Napoli, della casa del Pallonetto.

Ecco la realtà parallela di Anna Maria Ortese, una realtà cangiante, “magica” e inconsistente, pura creazione di chi svelandola la ri-vela subito dopo con riluttante e indiscreto trasporto. Pura invenzione che fa dire a Monica Farnetti – curatrice dell’edizione dei romanzi dell’autrice nella lussuosa collana «La nave argo» di Adelphi – che «anche il fantastico è per suo statuto proposto, per quanto assurdo ciò possa sembrare, come un effettivo realismo.»(2)

Pertanto, ciò che rimane, tra il fumo rosato e azzurro di mille congetture, unica realtà autentica in una città cadente, miserabile, stracciona e sporca, è proprio l’invenzione, il delirio, la mistificazione e il dolore che vi si nasconde e scorre al livello più basso, come acqua di scolo che, dopo aver tutto attraversato, filtra negli anfratti più infimi e dimenticati: «glu-glu».

I tre amici giungono a Napoli, un po’ per affari, un po’ per avventura e un po’ perché attratti dalla bellezza leggendaria delle figlie del guantaio. Ed ecco che la realtà di un’attività artigianale rinomata, di una famiglia fortunata e di una casa felice, subito si dissolve. Perché la moglie, malata, risulta essere ricoverata (forse esiliata) altrove. L’attività del guantaio è minacciata dai debiti e dall'età del titolare, i figli maschi dispersi per il mondo e la bella Elmina, bella sì, ma algida, silenziosa, marchiata da un segreto, forse di intima crudeltà. Il cardillo lasciato morire e offerto al gatto è forse una sorellina “volata” fuori dalla finestra, perché prediletta dalla madre. La madre stessa forse allontanata da casa perché "smascherata", frutto illegittimo, si sussurra, dell’attenzione del Re per una sguattera.

Così i tre amici forestieri giunti dall’Europa, sorpresi di fronte a una situazione che trovano “alterata” rispetto all’idea leggendaria che sono stati indotti a immaginare, non rassegnandosi alla realtà, si attivano immediatamente per ristabilire le cose come pensavano di trovarle. Atteggiamento patetico che sovente le persone venute da “fuori” assumono, al primo contatto con la città: Aiutare. Salvo trovarsi progressivamente invischiati psicologicamente, emotivamente e anche materialmente in un’impresa impossibile, come chi, per qualche artificio, introdotto su un palcoscenico teatrale dove si rappresenta un dramma borghese, cercasse davvero di far sposare i fidanzati o risolvere i debiti del protagonista.

*

«Dagli amici mi quardi Iddio...». Lo scultore Dupré sposerà Elmina, assisterà impotente alla morte del figlio primogenito e soccomberà al vaneggiamento. Il pragmatico Nodier, dopo essersi offerto di prendere Elmina in seconde nozze, sceglierà invece la sorella di lei Teresa, integrandosi perfettamente nello spirito della città. Saranno lui e la moglie, alla fine, disfacendosi dell’incomoda scatola che contiene il folletto Hieronymus Käppchen, a determinare la rovina finale di Elmina. Quanto al principe Neville, dopo aver intrallazzato per tutto il libro – sebbene con le migliori intenzioni – in maniera meno che nobile, si ritirerà nuovamente a Liegi a tentare di «scrivere i suoi Mémoirs – in tre tomi – come usava allora.»

Questo è quanto Anna Maria Ortese ci racconta, in questa favola «dalla stralunata dimensione di Romanzo storico» (3). Quando, nel 1993, Il cardillo addolorato apparve sugli scaffali delle librerie, fu accolto dal favore della critica e del pubblico che velocemente lo spinse verso le vette maestose delle classifiche di vendita.

Il significato della storia si trova forse incastonato, criptato nel cuore dell’opera. Per interpretarlo, occorrerà giungere al capitolo dedicato a I morti. Un'altra caratteristica tutta napoletana questa di scomodare i defunti, sconfinando nel temuto "Aldilà", e aggiungere un pizzico di macabro a una realtà già fortemente artefatta e stravolta da fantasiosi racconti, a loro volta riferiti in maniera approssimativa e ri-portati con accurata imprecisione.

Ricostruire questa accozzaglia di elementi discordanti, andare al nocciolo della questione, significa smontare il castello delle fantasiose ipotesi, come si sfoglia un fiore, fino a ottenerne la nudità del talamo. Si scopre allora una realtà di miserie, di rancori, di rappresaglie e di dolore.

Quando la situazione precipita, della casa di Elmina – che non fu mai pagata – viene richiesta la restituzione, i mobili vengono pignorati.

Ancora una volta, ci vorrà un suggerimento dall'esterno, quello della vecchia serva-fattucchiera Ferrantina Pequod, un'altra testimonianza non richiesta, ma adesso finalmente chiarificatrice, per gettare un raggio di luce sull'intera vicenda e darle un senso.

    È penoso compito del narratore di storie sotterranee, legate a città sotterranee, crudeli storie di fanciulle impassibili, di Folletti disperati, di Streghe sentimentali e di Principi Squilibrati, oltre che di Fantasmi – benché fantasmi non siano, ma solo povera gente del bel mondo euro-napoletano, prima e dopo il ’93; è penoso compito di tale narratore preparare il suo ipotetico Lettore a una tranquilla delusione e insieme cauta speranza... In che cosa? Che il viaggio istruttivo di Bellerofonte e i suoi amici verso il Sole del mondo mediterraneo riprenda, e sorprendentemente sia la sua felicità, giù nei sotterranei dell'essere...»

*

La situazione quindi è irredimibile e l'unica speranza è che si faccia tesoro dell'esperienza vissuta e si continui a vivere, occupandosi d'altro. Con tante scuse da parte dell'autore. A Napoli, tutto continua come prima, come sempre...

L’autrice de Il mare non bagna Napoli sembra, dietro alla favola del Cardillo, ritornare a scrivere sui problemi di Napoli, per riproporre un'immagine della città in cui nel finale appaiono al lettore separate, come in una maionese impazzita, da una parte la realtà oggettiva e dall'altra il castello di mistificazioni, di finzione, che la dissimulano; da una parte le feste, i matrimoni, le processioni, il “colore”, dall'altra i debiti, i ricatti e i compromessi umilianti, la vergogna; da una parte l'inerzia egoista e incosciente della società civile, dall'altra i problemi e le miserie della popolazione.

Quarant'anni prima, le accuse contenute ne Il mare non bagna Napoli determinarono l’ira e, in seguito, l’ostracismo della classe dirigente d’allora, con il PCI e l’intelligentia cittadina, chiamata in causa per nome e cognome, in testa. Nel 1998, tornando sull'argomento in concomitanza con la morte dell'autrice, lo scrittore napoletano Raffaele La Capria scriverà:

    «Il problema è semplicemente questo: può uno scrittore (poteva lei) appropriarsi del nome, del cognome, delle angosce, dell’indirizzo, dei connotati, dei tic, dei difetti fisici, delle angosce, della famiglia, della casa, dell’aria che si respira, e insomma di tutto ciò che attiene all’intimità, alla sfera privata di un amico, e con bello stile e penetrante sguardo trattarlo come se fosse un insetto sotto un microscopio, offrendone le miserie vere o presunte, e comunque interpretate, in pasto al pubblico dei lettori?»(4)

Questa volta la Ortese dissimula il suo j’accuse nel fitto della trama di un’opera monumentale, rendendolo indecifrabile, subliminare.

Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato da questo brano:



NOTE
1. Anna Maria Ortese, Il cardillo addolorato, in Annamaria Ortese Romanzi, Vol II, La nave argo, Adelphi, 2005
2. Monica Farnetti, Introduzione in Annamaria Ortese Romanzi, Vol I, La nave argo, Adelphi, 2002
3. ibidem
4. Raffaele La Capria, Due storie dal vero, Annamaria Ortese ed Ermanno Rea in La Capria Opere Meridiano Mondadori, 2003

Le immagini (dall'alto):
Porcellana di Capodimonte.
Napoli, via Benedetto Croce.
Napoli, vico dei Giganti
Bagnoli, spiaggia.



BIBLIOGRAFIA

Milano, 2008-02-05 17:01:51

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«E le difficoltà con cui sono talvolta alle prese, nell'esprimermi, non provengono certo dall'inosservanza delle famose regole del bello scrivere, ma da una coscienza che stenta a rimarginare alcune nascoste ferite, forse inguaribili, e che tuttavia, ostinatamente, esige la propria integrità. Poiché per essere veri non basta evidentemente essere sinceri. Non è dunque senza sforzo che, rinunciando alle parabole, mi sono accinto anche a questo racconto.»

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