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OPERE A-Z
Giampiero Neri

Giampiero Neri. Poesie 1960-2005 (2007)

Osservando il gran teatro del mondo
(Gavino Angius)

*
Il frammento di Giampiero Neri, colto tra le pagine della raccolta Poesie 1960 – 2005, ha la nobiltà del discontinuo. Visto attraverso un caleidoscopio senza fondo, il mondo non è meno grande e teatrale e in ogni siparietto locale è possibile vedere il tutto.

    Cercando la verità nel paradosso
    lo scrittore di provincia guardava
    alla figura di Giuda.
    Progettava un’opera teatrale
    ne aveva in mente la scenografia.
    In principio – diceva –
    si sentirà il rumore del mare.


    [Giampiero Neri, da Armi e mestieri, 2004]

*

a uno strano effetto, vedere pubblicata in unico volume l’opera poetica completa di Giampiero Neri, che adesso, allineata in prospettiva, con la blanda osservanza della cronologia, assomiglia un poco ai suoi prediletti filari d’alberi destinati a perdersi in chiazze offuscate, minacciose.

1. OSPITE

Versi di una vita, e, fin dalle prime composizioni, un effetto riepilogativo dove l’antecedente si salda al susseguente e lo assevera.

Il mondo di Neri, pur non bastando a se stesso, sta lì a far rilevare, con limpida meraviglia, che qualcosa c’è e val la pena, perché comporta pena, che vi sia un altro “qualcosa” dotato della facoltà di percorrerlo e commentarlo.

Stralcio un’intera composizione, breve come tutte quelle di Neri, e recente quanto a data di pubblicazione:

    Nel giardino

    Da quell’intrico di rami
    si tendeva il germoglio di un kiwi
    incontro al ramo di una betulla.
    Si formava un nuovo viluppo
    come un piccolo arco di trionfo
    che vede il kiwi prevalere
    la betulla vicina soccombere
    e l’ospite a meditare nel giardino.

La tragedia d’un conflitto nel mondo vegetale, e sia, tanto più inesorabile quanto più lenta e progressiva. Del resto la tragedia esige all’origine un ordine da turbare e mettere in crisi. Col trionfo del kiwi, la soccombenza della betulla, e la messa a fuoco finale sull’ospite, non altrimenti definito, presenza puntiforme nel tempo, potenziale messaggero se, all’uso classico, non si vogliono far comparire cadaveri in scena. Inutile cercare di sapere se sia giunto all’ultimo istante della catastrofe e l’abbia compendiata o se si trovi lì ab aeterno, partecipe, magari causa, del sistema su cui medita, sorta di motore immobile. Né indifferenza né intenzioni salvifiche in questa meditazione, né altro alla fine, ci è dato di sapere, solo una nota nuda e secca, importa che meditazione vi sia, e che sia un ospite a praticarla, appunto. Per altro la condizione dell’ospite, e già impiegare il termine, fondante, di “condizione” lo isola in un momento del suo transito, gli assegna una mansione (altro termine fondante). Nessuno più d’un ospite deve essere dotato di realtà, per poter stare come ospite, viaggiatore sedimentato provvisoriamente. Il viaggiatore rischia di perdersi, l’ospite d’essere assorbito. Nessuno è più elusivo, nessuno come l’ospite possiede la natura ibrida dell’estraneo e del familiare insieme. Ancora più ibrido se è un ospite meditante, sdoppiato da una grazia non richiesta o dall’esercizio assiduo in due stati compresenti, quello che medita e quello che si osserva meditare e osserva la propria meditazione. O se preferite quello che vive e quello che racconta, che dispone le parole, e si noti che il comporre si attaglia così alla parola come al giardinaggio. Entrambi mettono a nudo nervi, ricavano segni dov’è natura.

È la dannazione del classico prendere talvolta strade oblique, e invece che impadronirsi, o tendere a impadronirsi del mondo, di quel che è – quel che c’è – , della minutaglia che pretende di rappresentare il mondo, allaccia caute e sorprendenti intelligenze col sistema del mondo.

Neri lo mette fra parentesi, questo mondo che riempie di sé l’attenzione e non la soddisfa, lo addita attraverso segnali che di volta in volta sono strade urbane, stralci di natura, pesci di lago dall’ontogenesi dubbia e ancora volpi e farfalle maestre nel lanciare segnali mimetici:

    ……….
    All’origine di questi ornamenti
    si incontra una simmetria
    uno schema fissato in anticipo
    muove insieme chi cerca
    e chi ha interesse a non farsi riconoscere,
    una corrispondenza alla fine.


    (II – La Pavonia maggiore o Saturnia… da L’aspetto occidentale del vestito)

Perfino il mimetismo muta così di segno e si fa richiamo, attrattiva, Lo schema è dato, l’interesse del cercare e del non farsi riconoscere, anche questo fissato a priori, beffarda armonia prestabilita, fa collidere gli opposti su un piano assolutamente paritario che è inutile, o peggio, provare a eludere. Sfilano nei versi di Neri animali domestici e semidomestici, animali ridotti in cattività, prede virtuali come la lepre che fa scaturire un proverbio dalla saggezza rapace dell’assicuratore (Tante volte – diceva – la lepre si prende senza correre (1), e sarà stata una consunta metafora d’altre prede, o una rimescolante involontaria parodia di qualche sapiente greco immobilista), destinati a farsi cibo, come le lumache care al guardiano dello zoo. (2)

L’uomo, novello Adamo, è investito del dominio sul mondo? Neanche per sogno, il creato culminerà nei destini dell’asino (3), che, descritto vivo con un impasto di coloriti luoghi comuni, definizioni pseudoscientifiche e una lunga citazione omerica, ha diritto a una lapidaria necrologia che da specie lo rende individuo esemplare. Restasse sulla terra la sola memoria dell’asino, darebbe ancora conto in qualche modo dell’essere del mondo.

È un classico, Neri, agisce come un classico. Del classico ha l’insistenza, il discorso che preme, lo sdegno composto verso ciò ch’è pulviscolare, epigonico, smanioso di subentrare e soppiantare, e stenta a definirsi, ad acquisire uno statuto. Del classico, i versi di Neri hanno la nettezza, la perentorietà, e come tutto ciò ch’è perentorio adombrano più interrogativi che soluzioni. Ma questo è il crisma, e la stigmata di ciò che è classico, di ciò che s’interroga perennemente e s’offre all’interrogazione.

*

2. MONDO

La tassonomia del mondo si declina anche per nomi e fatti umani, ancora più sospetti. Nel luogo della poesia si ricordano i nomi:

    Quel giorno Messer Corso fuggiva
    verso la badia di San Salvi
    ma gli sgarigli lo presero e lo riconobbero


    (III – Quel giorno Messer Corso fuggiva… da L’aspetto occidentale del vestito)

Attingendo al linguaggio, al repertorio, alla concitazione statu nascenti della cronica medioevale, che sa dire l’essenza dei nomi più che ogni narrazione di secoli maturi. Così più in là, in altre composizioni, avviene dei soprannomi, Cremonese, Cuoco, Montagnola, Civetta, tutta una troupe di epifanie stranianti, che si affacciano alla ribalta per una battuta brevissima, un lazzo fuori chiave e fuori tempo, sangue e cartapesta, a volte puri flatus vocis, ma capaci di suscitare la meraviglia dell’elenco, l’ambiguità della lista, le tappe che si succedono, la liquidazione progressiva di ciò che viene costruito, coltivato, trasformato, secondo una prassi che è già in Omero (4).

Il legame è meno gratuito di quanto sembri. Neri attinge all’unica modalità omerica ancora consentita, non perché residuale, ma perché adatta a re-instaurare e declinare appropriatamente il reale che approda a processo, scudo d’Achille, zattera d’Ulisse. Del resto, non ce l’ha mostrato Melville, altro alunno di Omero, dispiegando nel Moby-Dick una zoologia e una tecnologia arcaiche, al limite del favoloso, ma pertinente, esatta, volontaria, nei passi zoologici, teratologici quasi, e in quelli dedicati alla lavorazione del cetaceo catturato,?

Sembra di sentire Neri, quando leggiamo: «Now the ambergris is a very curious substance, and so important an article of commerce, that in 1791 a certain Nantucket-born Captain Coffin was examined at the bar of the English House of Commons on that subject.» (5) C’è quel «now» peduncolo della frase, quel misterioso «ambergris» che centrifugato dalla natura si fa «article of commerce», suscita l’interesse del Parlamento Britannico che chiama a testimone un capitano dal nome parlante di «Coffin» (6). C’è chi di questi anacolutes, così li chiamerebbe Barthes (7), perisce, chi arriva a farne un uso trionfale. Melville, e Neri, appartengono alla seconda specie, da classici, mitografano il lazzo di natura nel linguaggio.

Avremo anche assunto l’abitudine di degradare a storia il mito, ma in Neri alberga uno spirito diverso, che infischiandosene tira dritto per la sua strada, e continua a ricantare l’epos, regesto di dissolvimento contro ogni apparenza, continua a insinuare sospetti di cosmogonie che pure devono finire in qualcosa. Magari in poesia, con una visione periferica e non assiale. Ma con una visione, sempre. È visionario, nell’accezione piena, lo scudo d’Achille che prende forma nella bottega rovente del dio, lo squartamento del capodoglio dopo la cattura.

Resta la possibilità che qualcuno evochi, faccia parlare le cose, e perché no, gli animali, riconoscendo loro una voce, seppur flebile e dolorosa come quando la lumaca fa udire un breve suono (Tracce). Le cose, soprattutto, parlano, anzi, constatano e sigillano. Sarà un caso che certe prose della serie Liceo, si aprano abbozzando un aneddoto umano, un conato spenzolante di memoria o pseudomemoria, e sprofondino due righe dopo in clausole come:

    L’aula della seconda liceo era in fondo al corridoio. (I)

Oppure:

    … l’insegna della società SIRIO.
    Qualche volta il sole passava per la rotondità di quelle lettere, illuminava la scena.
    (II)

E, ancora,

    Il viale alberato finiva in una grande macchia. (IV)

Un poeta come Ponge può vagheggiare oggetti di parole, quelli di Neri sono oggetti laconici, al limite dell’afasia. La parola in eccesso minaccia sempre di corrompere l’oggetto nel suo essere oggetto.

Poeta costruttore, Neri, non alla maniera di Ponge, che, moderno, atomista, paga talvolta un prezzo esagerato alla sintassi delle cose, e lascia impalcature montate davanti ai suoi edifici, mentre Neri ha sempre cura di ritirarle, le sue impalcature, o magari s’arrischia a farne senza.

Nella III composizione della breve serie Delle misure, dei pesi leggiamo:

    Del declinante mondo di Maria Signaroli
    che abitava da noi in campagna
    non si poteva domandare.
    Oscillava tra la finestre della stanza,
    qualche volta in giardino,
    finché non cadde sul pavimento.
    Era una mattina, se ricordo bene
    l’anno il ’32 o il ’33.

Ricorda benissimo, Neri, il peso di verità nella figura di Maria Signaroli, che ci viene facile vedere vestita di lunghe gonne, come lei enigmatiche, agitate in quel suo oscillare fra lo spazio non del tutto recluso, la stanza con finestre, e quello non del tutto aperto del giardino. E la caduta sul pavimento è solo un venir meno della voce che la racconta, una pausa pietosa, accordata a un evento a suo modo necessario, dettato e riconosciuto dalle leggi stesse di quel declinante mondo, sovrapersonali, ma non impersonali, prescrittive, ma al modo delle litanie o delle ricette mediche.

Perfino dove affiora una tentazione gnomica, che sarebbe obliquamente ottimistica, subito viene riassorbita nella superficie del dettato, eguale a se stessa, che non autorizza timori né speranze.

L’understatement è una mossa scelta con cura. Spenta ogni gesticolazione, scartati i balbettii dislalici come le eloquenze e antieloquenze programmatiche care a tanta poesia di scuola, Neri tira dritto. L’eco, da composizione a composizione, arriva quando non te l’aspetti più, o è già trascorso quando lo noti e tenti di riafferrarlo, l’inatteso coincide col troppo vanamente atteso.

*

3. METRO

In Neri anche la memoria si presenta con gli abiti della percezione immediata, con le sue punte che sfuggono al calcolo e alla mira – percezione che non arriva mai a domesticare il percepito, e men che mai il rammemorato. Ma è una percezione interessata, sentiamo Heidegger insinuare: «Inter-esse heißt: unter und zwischen den Sachen sein, mitten in einer Sache stehen und bei ihr bleiben.» (8) Inter-esse, percezione immediata trovano misura e voce in versicoli che non dichiarano centri tonali forti, non dispensano appelli di causalità, abbarbicati come sono a una pervicace incostanza tonale, oscillanti, altalenanti seppure d’un capello lungo l’asse della faticata piastrellatura (9) sillabica, più che misure, tentativi di misurazione.

I testi di Neri non cedono facilmente alla recitazione a voce alta, ma quando alla voce si riesce a inchiodarli, e dev’essere una voce sicura, che non si faccia scoraggiare da arresti improvvisi, giravolte brusche, slavine di silenzi, si rivelano per installazioni sonore minime, accenni di tropi: occorre incollare l’orecchio a terra per ascoltarli. Spesso li segna l’immistione di due o più ritmi irrequieti che si sovrappongono per piccole embricate impuntature, più che per scosse telluriche, e con un rubato quasi controvoglia si addossano al senso.

Versi dislocati in direzione di un conato prosastico non raggiunto né desiderato, piccole prose frenate da un azzardo metrico che le imbriglia.

Una politonalità spiegata a tratti senza dichiararsi, si pensi per converso agli endecasillabi cosiddetti atonali di Raboni (ma Schönberg aveva a disposizione l’intelaiatura cabalistica della serialità). Là una disciplina che più sfugge più ostenta, qui qualcosa di radicalmente diverso.

Dove gli scenari dell’uomo, non necessariamente quelli antropizzati, hanno un che di truce, il ruolo d’apparizione testimoniale che determina le scansioni è demandato a un animale-preda, animale da favole e apologhi:

    La colonna dei soldati saliva rapida il bosco. Avanzava in silenzio secondo gli ordini, quando una lepre scese fulminea a zig zag. Correva tenendo il sentiero, finché scomparve.

L’epifania crea il suo ritmo, ed è quello di un’arrischiata contaminazione. Nascoste dalla mancanza di a capo, trotterellanti percussioni di quasi-distici elegiaci, anch’essi con accenti in rincorsa, suoni vocalici mai troppo pieni.

Il cursus attutito, la scarsa fiducia nella risolvibilità della cadenza, che comunque mette in qualcosa, happy ending musicale garantito. No, quelli di Neri possono ambire ad assumere la veste di versi modali, privi magari della solennità d’una liturgia glagolitica o delle scale ubiquitarie di John Coltrane, ma stralunati, dal punto di vista dell’intonanzione, e con certa aspra grazia nel melos che impenna a denunciare l’illusorietà del centro, e subito si scurisce, come l’antica ballata di Willy O’Finsbury.

Nell’ultima sezione del libro, che ancora di più si concentra su variazioni e insistenze, dandoci piante spinose, filarmonici di provincia, un casto ricordo forse di cose familiari e di tempi bui, guerra, morti, chissà che altro, Neri si accosta a qualche speranzoso incipit, aperto alla forma dell’endecasillabo, per quanto scandito in maniera non rassicurante. Ma fuori da ogni lenocinio eufonico ed euritmico, con ben presente l’angustia del vocabolario, a caccia, si direbbe, di un fulcro tonale fantomatico che giocando su poche note si sposta sempre oltre, addirittura dopo la sillaba finale.

*

4. FRAMMENTO

Il venir meno della narratività asciuga i fenomeni da ogni esuberanza, Neri dismette anche quel poco, o troppo, di allusione a un mondo che permette, se non la storia, almeno l’aneddoto. I fenomeni, anche quando li riscatta e benedice un oblio parziale, conservano un residuo di dover essere, in poeti, seppur diversissimi, che hanno saputo raggiungere la frammentarietà, come Char o Sbarbaro. Il materialismo di Ponge, come tante filiazioni democritee, conserva un ineliminabile sottofondo discorsivo. Anche il dettato più musicale può tendere alla discorsività, perciò più si apprezzano le risalite controcorrente di Neri, che parte già con un patrimonio e un panorama in frammenti, derive rispetto al discorso. Sono assorbiti, in una familiarità ideale, se non storica, gli esperimenti sillabici di Marianne Moore, le pesature verbali di Novalis, originarie quanto il desiderio d’enciclopedia gli consente, l’onorevole resa di Baudelaire di fronte alla raggiunta impraticabilità del verso con gli a capo.

Coscienza infelice affiorata come arcipelaghi d’isole vulcaniche, quando ci si avvia a liquidare il moderno; non può che dare in frammenti, si sarebbe tentati di concludere, (e prima che qualunque Lyotard (10) abbia detto la sua).

Declinazione del dettato frammentario, quella di Neri, altra, quindi, rispetto a quella protonovecentesca. Il frammento non diviene tale per corrosione o asportazione, ma nasce frammento e reca le stigmate di questa nascita, porzione arbitraria, scheggia o tessera di un insieme maggiore non dichiarato, che non sarà mai perché non legittimato a essere un intero, unghia senza leone.

Quando il frammento agita il panno rosso delle storie che accenna e nasconde, l’inter-esse si realizza perfettamente, il superfluo è scacciato, come quando sul ring l’arbitro espelle i secondi e lascia ai pugili l’unica risorsa: avvinghiarsi ciascuno al destino dell’altro. Da Una guida indiana:

    V L’osservazione del tempo rivelò un lato oscuro della guida. Si manifestava in parte con pregiudizi, luoghi comuni senza fondamento. Una straordinaria cecità.

Strategie di presentazione apparentemente innocue, referenziali. Anche quando le prose poetiche di Neri assumono la veste dell’aforismo, evitano con uno scarto quanto di suasorio reca con sé l’aforisma. Ma è proprio qui, dove sembra più sgravarsene, più la poesia si arricchisce di carattere suasorio. La persuasione è un prendere parte, una modalità che non riconcilia, anzi, invita a tagliare in profondità.

Teatrale, il frammento di Neri ha la nobiltà del discontinuo, laddove la poesia che mima forme di continuum narrativo, discorsivo, storia o trattato, è, nella sua pretesa ingiustificata di pacificazione e normalizzazione, la negazione del tragico.

5. DOVE ANDARE

Scrive Neri:

    Lungo la strada provinciale
    Si riconosceva la casa
    Nell’incipiente oscurità della sera.
    Il grande terrazzo al primo piano era vuoto,
    la casa sembrava disabitata
    deserta di quelle care ombre
    che il tempo aveva cancellato.

La chiusa della raccolta Armi e mestieri, che sigilla l’intero volume, vede ancora luoghi virtualmente aperti, sottintende un moto attraverso i luoghi. Viaggiare è una teoria di dimore, viaggiare di casa in casa è un ossimoro. Dove andare, allora? Dove si va, lasciandosi la casa alle spalle, o fermandosi davanti alla facciata senza potere o voler entrare? Seguirà forse un’altra stagione di déplacement volontario. Per arrivare è essenziale conoscere l’origine, non la meta. Questa è secondaria, una virtualità, pur se luogo d’elezione, e forse fonte d’ulteriore inquietudine, perciò il viaggiare, e lo stare fra viaggio e viaggio, ingenera ritrosia nel viaggiatore consapevole. Chi viaggia e sosta deve farsi perdonare, come del resto chi scrive, con quella pretesa di presenza e di permanenza insita così nell’andare e nello stazionare come nella scrittura, che si amplifica quando viene letta.

Non è poeta di metafore, Neri: la metafora svia il senso dei luoghi, mentre Neri ostenta un’obbligata fedeltà ai luoghi, anche a quelli abbandonati e depredati, autentiche miniere di senso. Poeta in movimento: lo si osservi interpretare un topos abusato del ‘900 come quello della passeggiata, o delineare miniature imagiste, ma oltraggiosamente prive di smalti, con sequenze di tocchi preordinate, compulsive.

Ma nessuna metafora. La metafora istituisce e istituzionalizza le distanze, come prendere in mano due oggetti e raffrontarli, accostandoli e separandoli, ma sempre tendendoli ciascuno in una mano, distinguendoli, tagliandone i legami. Invece il desiderio incantatore della parola si ritira come dopo l’urgenza di una marea, in questa poesia. Guardare è dimenticare, riferire è cancellare. Lo si potrebbe sospettare d’indulgere all’allegoria, che con il suo continuum invece fonda l’abitudine. L’allegoria è andatura. Oggetti, luoghi abitati e abbandonati, memorie degli uni e degli altri, dubitative, ma arrestate e incise con una sicurezza che le trasforma in punti fermi, in stazioni, e che perciò eccita il desiderio di spostamento, di tras-loco. L’allegoria si assegna dimore successive, momenti di resistenza. Non si sa se da questi momenti si esca più spaesati o più consapevoli del cammino, o l’una e l’altra cosa, perché anche lo spaesamento insegna cammini possibili, non è detto che il senso di disorientamento non porti la pausa salutare, l’arresto senza rimorsi, il ripensamento e fors’anche la spinta a tornare sui propri passi. Chi è spaesato si ferma, anche se per un solo istante, si interroga, si esamina, fa memoria, diventa memoria, in qualche modo anche memoria dell’immediato futuro.

Lo spazio è un feticcio, se non si ha il coraggio di percorrerlo, di spostarsi, virare, esporsi, marcare il territorio. Così la fondazione dei luoghi autorizza o presuppone i ritorni, e i ritorni esauriscono i luoghi:

    Caffè di Inverigo

    Al convegno abituale
    Fra le colonne del Caffè
    Il professore di lettere teneva banco
    A una platea di sfaccendati.
    Arrivava da un paese vicino
    «perché non abita qui?» dicevano,
    «e dopo» rispondeva «dove vado?»

La botta sapienziale d’un maestro di verità, anonimo e per questo più attendibile. Intrappolato nell’itinerario vai-e-vieni, unica realtà esistenziale, trova una platea di sfaccendati, evangelicamente privi di cura, che in fondo al caffè gravido di odori imitano, come sanno e possono, gli uccelli dell’aria e i gigli di campo evangelici, sfaccendati, non occupati. E il professore, che distilla le sue persuasioni senza parere, dimesso, lo vediamo con la barba d’un giorno e le occhiaie, e un bicchiere di vetro spesso pieno a metà nella mano malferma, oracolo strano e stridente. Li trattiene, e intrattiene, quel tanto che possano essere presenti a se stessi, secondo una modalità di pura presenza – ma non l’aveva detto, da un versante totalmente altro, George Herbert: All things are busy; Only I… I am no link of thy great chain? (11) Consiglia un movimento a pendolo, il professore, per abolire la dialettica e non impazzire? Anche lui è un ospite, in fondo, questa è la sua vocazione.

Gl’incombe l’onere della testimonianza, e testimonianza verace perché casuale, come l’einsamer Mann o il Wächter (12) nella notte appartata di Hölderlin, ciascuno referente, di un tempo e di esseri umani nel tempo, un ruolo che non invoca dialettica, né per elevare un’opposizione, né per favorire una conciliazione. La notte stellata ci preoccupa, ma presumiamo la certezza che la notte stellata non si preoccupi di noi. Neri smonta questa presunzione: sì, la notte, e la casa disabitata, e la strada, i filari d’alberi si preoccupano di noi, secondo le loro leggi inattingibili, se non a patto di farci notte e casa e strada anche noi.

Si svela allora, almeno in parte, la legge segreta che governa luoghi personaggi cose nomi – già, anche i nomi, che sono più e meno che personaggi, o personae – nella poesia di Neri. Appaiono, e la loro epifania si rifiuta di farsi nucleo narrativo perché ha una missione più importante da assolvere. Non può attardarsi in storie, deve svelare, e svelando persuadere. Niente metafore, niente retorica.

Ciò non significa che la scrittura di Neri si tenga al minimo, semmai si attesta appena di poco sopra il minimo, scoraggiando gli approcci di lettura troppo ravvicinata perché essa stessa è una lettura ravvicinata. Osserva il gran teatro del mondo che non è meno grande e teatrale visto attraverso un caleidoscopio senza fondo. Siparietti locali, ognuno dei quali ambisce a essere il tutto, e forse in una certa qual misura s’accosta a esserlo, per concentrazione e dispersione. Nella dimensione teatrale, gli elementi mobili e quelli fissi s’avvicendano, persino i manufatti acquistano rilievo svincolandosi dalla messa in scena, diventando oggetti-mito, e non mi riferisco solo a orologi chiodi da maniscalco richiami per uccelli.

Anche il giardino, il paesaggio ideale di Neri, è un manufatto, e penso alla campagna lombarda che mi è capitato di scorrere in questi ultimi giorni, compunta, con le fioriture nei frutteti, i filari di peri tagliati a candelabro, i canali esatti, le arature giallobrune, anche in fazzoletti di terra così piccoli che li penseresti esentati da qualunque disciplina.

La saldatura fra antecedente e conseguente è avvenuta, su un unico piano, senza sbavature, ciò che ne risulta è forse un ibrido, ma nuovo, dotato di vita. Chi con Neri avrà avuto la pazienza d’andare e di sostare, apprenderà la lezione di mimetismo impartita dalla farfalla, quella di pervicacia perinde ac cadaver offerta dall’asino. Ma gusterà l’ansia dei ritorni, sfiorando le dimore abbandonate non meno che la circolarità degli orologi, oggetti nostalgici per eccellenza.

Questo concede la poesia.

Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato da questo brano:



NOTE
Queste poche note non erano previste nella redazione iniziale, e non sono certo che schiariscano l’argomento. Non vogliono essere, né sono dotte, tanto meno esaurienti, hanno giusto una funzione di servizio.

1 Delle misure, dei pesi, II – p. 70. L’assicuratore ritorna, sempre ammantato di ambiguità, nella prima composizione di “Armi e mestieri”: L’anziano assicuratore era un amico, pag. 193
2 V rivederlo non era stato piacevole – pag. 23
3 “Pseudocavallo” – pp. 32-36
4 Dei cataloghi nell’Iliade, dello scudo d’Achille ancora nell’Iliade, della fabbricazione di una zattera da parte di Odisseo nell’Odissea – inventari e descrizioni di processi: enumerare fonda e rassicura, ma è un fondare troppo in alto, nella sfera del numero.
5 È l’incipit del Cap. XCII, “Ambergris”: «Ora, l’ambra grigia è una sostanza assai curiosa, e un articolo commerciale di tale importanza, che nel 1791 un certo capitano Coffin, nativo di Nantucket, venne interpellato nel recinto della Camera dei Comuni inglese su tale argomento»
, ma un’incursione ai capitoli XXXII, LV, LVII, CV può dare più ampia misura di quest’idea.
6 Coffin: tra gli altri significati, ha quello di “bara”, “cassa da morto”.
7 Lapidariamente, Barthes dichiara: L’anacolut introduit en effet à une poétique de la distance («L’anacoluto introduce in effetti a una poetica della distanza»; cito da: Chateubrand: «Vie de Rancé», in Le degré zero de l’écriture, ma tutto il saggio insiste sull’anacoluto, approccio specioso al mondo, di natura più logica, e in fondo, esistenziale, che non grammaticale.
8 Traduco con qualche licenza: «Inter-esse, significa: essere fra le cose, in mezzo ad esse, o essere al centro di una cosa e starvi solidalmente.» Tutto il passo di Was heißt denken che segue, e che non riporto, è di una strana, rassegnata levità.
9 Uso il termine in senso geometrico, di tassellatura d’un piano.
10 Forse la questione fondamentale sta nel digerire l’arcaico, non nel liquidare il moderno appendendogli il prefisso post-.
11 «Tutte le cose sono affaccendate; io solo… non sono un anello della tua gran catena?» Poeta religioso, evangelico, e sacerdote della Chiesa d’Inghilterra, Herbert avrebbe avuto meno d’altri il diritto di lamentarsi in modo così accorato.
12 l’ uomo solitario e il guardiano notturno, personaggi, quasi due polarità dell’immaginario, dell’ode di Hölderlin Brot und Wein (Pane e vino).



BIBLIOGRAFIA
Giampiero Neri, Poesie 1960 – 2005, Oscar Mondadori, Milano, 2007, pp. XIX + 203

Milano, 2008-05-12 16:01:28

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«Nell’abbassarsi, l’aria infuocata e viola, liquefacendosi dentro il cristallo posteriore della macchina, gli si schiacciò dentro gli occhi. Allora, per evitare lo sbattito, girò la testa. Ma s’incontrò di nuovo nell’incendio dei riflessi che, da Roserio, i vetri rimandavano su tutto l’orizzonte.»

(Giovanni Testori, Il dio di Roserio)

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Essere senza domani
Le parole estreme di Antonia Pozzi
La vita di Antonia Pozzi in cui tutte le congiunture sembrano all’inizio favorevoli, o addirittura privilegiate, condivide, tra il 1930 e il 1938,lo stesso ambiente, esistenziale e culturale, di una generazione che s’incontra nelle università milanesi sotto la guida di Antonio Banfi. Eppure, dentro di lei, è aperta una ferita che non può richiudersi, che probabilmente neppure la possibilità di realizzare il suo sogno giovanile d’amore avrebbe rimarginato. Parte I. (Tiziano Salari)

L’energia delle città.
Percorsi e ipotesi di ricerca muovendo dal caso di Napoli
Da tempo, tra i temi evocati dalla storiografia ambientalista vi è il ruolo svolto dal sistema energetico e dalla straordinaria crescita urbana nell’indurre i cambiamenti degli assetti ambientali. La legge 9 gennaio 1991, n. 10, ha imposto ai comuni con oltre 50.000 abitanti di predisporre un piano energetico comunale che prevede una specifica attenzione per l’uso delle fonti rinnovabili di energia. Napoli detiene un primato in termini di densità abitativa che la rende dipendente da un flusso di energia in entrata molto elevato e ne fa un caso emblematico nell'ambito del panorama nazionale. A partire dal caso di questa città, si sollevano dunque alcuni interrogativi e si presentano alcuni primi risultati di una ricerca sulla storia dei consumi di energia nelle città italiane in età contemporanea. (Silvana Bartoletto)
Ritorno a Baraule
Una Sardegna senza compromessi né filtri
L'indagine di un cardiologo condannato dal male è pretesto per far parlare i personaggi e la scrittura, con Salvatore Niffoi, diventa personaggio essa stessa. Il lettore di “Ritorno a Baraule” avverte così gradualmente l'importanza di attraversare le vite degli altri per capire la propria. (Antonio Fiori)
Il giudice mite
Il pensiero, tra verità e dubbio
Gustavo Zagrebelsky, piemontese, è uno degli spiriti più brillanti della magistratura, un sostenitore convinto delle potenzialità di sviluppo della democrazia, uno strenuo difensore della carta costituzionale e della laicità dello Stato. (Redazione Virtuale)


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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Mer, 15 mag 2008