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OPERE A-Z
Sergio Corazzini

Desolazione del povero poeta sentimentale (1906)

Centrale la tematica del "fanciullino rovesciato"
(Redazione Virtuale)

*
Chi, scrive Sergio Corazzini, è veramente malato muore un poco ogni giorno, come le cose. Egli non è poeta, un vate non muore mai. Egli invece è un piccolo fanciullo che sa soltanto di morire. La poesia, negazione di se stessa, è sempre più simile al silenzio. Questa dichiarazione, più di una confessione, è l'esito di un rassegnato raccoglimento

*

la prima poesia della raccolta poetica di Sergio Corazzini (la quarta) pubblicata nel luglio del 1906 dal titolo Piccolo libro inutile contenente anche dieci liriche di Alberto Tarchiani.

«Nei pochi anni della sua brevissima, tragica carriera, – scrive Idolina Landolfi – la poesia di Sergio Corazzini subisce un'evoluzione tanto rapida quanto vistosa [...] Col progressivo ripiegarsi sulla propria anima triste, avviene che il poeta cominci a dubitare del significato della poesia: così essa perde gradatamente ogni riferimento al concreto, imboccando quella strada dell'astrazione che porterà a Piccolo libro inutile [...] Ecco dunque la svolta decisiva della breve opera corazziniana, essa sta nel passaggio da una situazione di fiducia nella poesia a quella, al contrario, di completa sfiducia nei propri mezzi espressivi… la poesia, negazione di se stessa, è sempre più simile al silenzio, nella riduzione estrema dei suoi elementi formali, in un contesto esclusivamente metaforico, allusivo».

All'alba del secolo, quando in Europa grazie all'opera di Sigmunt Freud si diffondono le prime nozioni di psicoanalisi, Sergio Corazzini imbocca vie che esplorano immagini e temi interiori e inconsci; sceglie il verso libero e si libera dalla poesia della tradizione aulica della poesia ufficiale, condizionata dalla figura di Gabriele D'Annunzio.

Il clima culturale dell'Italia di quel periodo è dominato dalla “triade trimurti”, così Marino Moretti chiamava la triade Carducci - PascoliD'Annunzio. Corazzini attinge molto ai provinciali Francesi: Jammes, Samain, Guérin, Maeterlink, Rodennbach, Laforgue, poeti che, importati dal D'Annunzio medesimo, spopoleranno tra crepuscolari.

Sentirsi “poeta” è un tema ripreso da questi, sui quali Corazzini innesta la poetica del fanciullino del Pascoli, con un spirito del tutto nuovo e un afflato religioso, quasi mistico, che trasforma questi versi in una preghiera salmodiante, lenta e triste. Nel finale tragico «Non sfugga il valore del termine “detto”: tra l'esser e "l'essere detto" poeta, ci corre! E il Corazzini è, forse, consapevole di esserlo, più di quanti venivano "detti" poeti. Comunque, leggendo questi versi viene spontaneo il confronto - che certo il Corazzini avvertiva - tra la vita esteriore splendida di un poeta che era allora modello e idolo, D'Annunzio, e la sua, così grigia e squallida» (Poeti italiani del XX secolo, nota a pagina 185).

*

    DESOLAZIONE DEL POVERO POETA SENTIMENTALE

    I
    Perché tu mi dici: poeta?
    Io non sono un poeta.
    Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
    Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
    Perché tu mi dici: poeta?


    II Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
    Le mie gioie furono semplici,
    semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.
    Oggi io penso a morire.


    III
    Io voglio morire, solamente, perché sono stanco;
    solamente perché i grandi angioli
    su le vetrate delle cattedrali
    mi fanno tramare d'amore e d'angoscia;
    solamente perché, io sono, oramai,
    rassegnato come uno specchio,
    come un povero specchio melanconico.
    Vedi che io non sono un poeta:
    sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.


    IV
    Oh, non maravigliarti della mia tristezza!
    E non domandarmi;

    io non saprei dirti che parole così vane,
    Dio mio, così vane,
    che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire.
    Le mie lagrime avrebbero l'aria
    Di sgranare un rosario di tristezza
    Davanti alla mia anima sette volte dolente,
    ma io non sarei un poeta;
    sarei, semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo
    cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme.


    V
    Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù.
    E i sacerdoti del silenzio sono i romori,
    poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio.


    VI
    Questa notte ho dormito con le mani in croce.
    Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo
    Dimenticato da tutti gli umani,
    povera tenera preda del primo venuto;
    e desiderai di essere venduto,
    di essere battuto
    di essere costretto a digiunare
    per potermi mettere a piangere tutto solo,
    disperatamente triste,
    in un angolo oscuro.


    VII
    Io amo la vita semplice delle cose.
    Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco,
    per ogni cosa che se ne andava!
    Ma tu non mi comprendi e sorridi.
    E pensi che io sia malato.


    VIII
    Oh, io sono, veramente malato!
    E muoio, un poco, ogni giorno.
    Vedi: come le cose.
    Non sono, dunque, un poeta:
    io so che per essere detto: poeta, conviene
    viver ben altra vita!
    Io non so, Dio mio, che morire.
    Amen.

*

Il poeta, riprende temi poetici dei simbolisti a lui cari e spunti dell'amico Corrado Govoni. Descrive i propri sentimenti in maniera diretta e immediata, lasciandosi trasportare da suggestioni oniriche e da sentimenti inconsci, cadendo anche in un vittimismo un po’ di maniera, ma efficace nel riscrivere il dramma esistenziale che vive come giovane e come poeta.

Egli rivolge il suo canto a Dio, per il quale conta più essere fanciullo che poeta. Dio salverà i piccoli e dolci fanciulli più che i grandi poeti che vivono «ben altra vita».

Il riferimento letterario più pregnante riguarda la tematica del "fanciullino". «Tale dunque il senso della felice definizione di "fanciullino rovesciato" di Edoardo Sanguineti: il «fanciullino» pascoliano riassume infatti le qualità poetiche originarie dell'uomo, è il «garrulo monello» grazie al quale un «novello mondo» assurge agli allori della poesia; che, «in quanto è poesia, la poesia senza aggettivo, ha una suprema utilità morale e sociale”. In Corazzini è avvenuto esattamente l'inverso: la parola ha perso a grado a grado ogni significato, ogni sua funzione: “Io mi comunico del Silenzio”». (Idolina Landoldi)

Dio giudica gli uomini e non le loro realizzazioni. Questo motivo di fondo, autobiografico, esistenziale, metafisico e quasi mistico della poesia si eleva come soluzione di un terribile problema di cui il poeta elenca i termini lungo lo sviluppo dell'opera, intrecciandoli e riprendendoli dall'inizio fino alla fine, dove ribadisce l'incipit, negando di riconoscersi nei panni del poeta, piuttosto in quelli di un piccolo fanciullo che piange. Il poeta ribatte al suo alter ego, l'anima e il suo io ideale, pieno di speranze e di illusioni.

Il suo io reale e concreto risponde che le tristezze sono tristezze comuni e le sue gioie furono molto semplici. Ma ciò che più tormenta è il pensiero della morte che egli vede rappresentata nelle immagini degli angeli disegnati sulle pareti delle cattedrali; figure che lo fanno tremare d'amore e d'angoscia e che lo mettono in comunicazioni con Dio.

Rivolgendosi alla propria anima, il Poeta l'esorta a non meravigliarsi della tristezza delle sue parole e delle lacrime che gli conferiscono l'aria affranta e piena di desolazione di un povero poeta sentimentale. Egli è solamente un dolce e pensoso fanciullo a cui avviene di pregare così come canta e dorme.

*

A questo punto la confessione più sincera: il poeta ha compreso che attraverso il dolore ha dapprima cercato e poi trovato Dio. E' in atto una regressione ad uno stadio precedente in cui immagini simboliche tratte da situazioni ipnagogiche si frappongono a pensieri onirici tratti dai sogni. Scivola in un vittimismo puerile. «Qui il dolorismo del Corazzini non può decisamente leggersi in chiave autocritica-demistificatoria, ma al limite di un misterioso trauma in cui fa gorgo l'angoscia esistenziale» (Poeti italiani del XX secolo, nota a pagina 184), intraprende un processo fenomenologico autobiografico e auto-descrittivo.

«Ma, d'altro canto, assumendo il concetto di silenzio, Corazzini compie una dichiarazione di poetica (meglio sarebbe dire di Impoetica): la rinuncia alla vita trascina con sé necessariamente quella alla poesia (è sempre valida la primissima affermazione d'identità vita-poesia de Il mio cuore)» (Idolina Landolfi)

    Il mio cuore
    è una rossa macchia di sangue dove
    io bagno senza posa
    la penna [...]
    .

Il colpo d'ala finale porta a un movimento a zig zag, creativo e liberatorio, in cui il poeta esce fuori da se stesso e ingloba nel suo eterno dolore anche le cose. Esse muoiono a poco a poco così come le passioni, (e questa consapevolezza della transitorietà della vita e del dolore lo rende più leggero e più razionale).

Egli sa che l'anima non lo comprende e gli sorride quasi per consolarlo nel suo male.

Chi è veramente malato muore un poco ogni giorno, come le cose. Egli non è poeta, un vate non muore mai. Egli invece è un piccolo fanciullo che sa soltanto di morire. Questa è «la dichiarazione che più di una confessione, è l'esito di un rassegnato raccoglimento: Io non so, Dio mio, che morire./amen. In chiusura. Non era stato così palese, il nostro autore, mai aveva cantato la sua morte in modo tanto diretto» (Idolina Landolfi).

Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato da questo brano:



NOTE
Le immagini rappresentano (dall'alto):
Roma, basilica di San Saba, vista dall'ingresso.
Perugia, Duomo, vetrata laterale.
Roma, basilica di San Saba, navata centrale.
Roma, basilica di Santa Sabina, altare.
Questo articolo è basato sugli appunti forniti gentilmente a ItaliaLibri da Biagio Carrubba



BIBLIOGRAFIA
Marziano Guglielminetti, Poeti e scrittori e movimenti culturali del primo Novecento in Enrico Malato, Storia della Letteratura italiana (Salerno Editrice 1999).
Emilio Cecchi, I crepuscolari: Gozzano e Corazzini, in Emilio Cecchi e Natalino Sapegno, Storia della Letteratura Italiana, (Garzanti Grandi Opere 2001).
Filippo Donini, Vita e Poesia di Sergio Corazzini (De Silva, Torino 1949).
Idolina Landolfi Poesie di Sergio Corazzini (Biblioteca Universale Rizzoli 1999).
Romano Luperini in Poeti italiani del XX secolo (Editore Palumbo) Maurizio Dardano, I testi, le forme, la storia : antologia italiana per il biennio delle scuole medie superiori - (Palermo! - stampa 1998).

Milano, 2007-05-03 23:35:06

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«Ci limiteremo dunque a ricordare che questo nostro tentativo di storia del romanzo cerca le sue ragioni di legittimità e di coerenza nel proporsi come una storia del personaggio narrativo, di quello che abbiamo convenuto di chiamare il personaggio-uomo, cioè il rappresentante di una particolare specie zoologica, non classificata né registrata dalla storia naturale, perché è reperibile solo in un folto, intricato continente, del quale non si trova cenno o figura in nessun atlante, o libro di geografia, dal momento che a formarlo concorrono unicamente le pagine dei romanzi e dei racconti.»

(Giacomo Debenedetti, Il romanzo del Novecento)

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Nato a Roma, Sergio Corazzini è precursore del crepuscolarismo di cui frequentava gli esponenti al caffè Sartoris. Influenzato dai simbolisti e dai decadenti europei fa da cerniera tra la poesia sublime e l'elegia alla semplicità del quotidiano, alla nuova poetica novecentesca. Minato da una tubercolosi ereditaria ne fa la propria ispirazione per una poesia intensa e originalissima (Redazione Virtuale)


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