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OPERE A-Z
Paulo Barone

Spensierarsi. Raimon Panikkar e la macchina per cinguettare (2007)

Uscire dal pensiero pur continuando a pensare
(Roberto Caracci)

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Paulo Barone (Spensierarsi. Raimon Panikkar e la macchina per cinguettare) interpreta il maesto. La vera sostanza dell’Induismo e del Cristianesimo - dice - non è duale. La vera sostanza delle ‘religioni’, di quelle stesse che come roccaforti si scontrano dimenticando i mille cunicoli sotterranei che le uniscono, non è legata alla differenza, ma alla comunanza, alla co-appartenenza.

    «Dio è colui meno del quale non si può pensare»

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n diverso modo di vedere, un vedere come sentire, percettivo e anche paradossalmente acustico – il vedere di chi ascolta. Questo suggerisce il pensiero di Panikkar. Una rieducazione al vedere le cose, che non le tenga a distanza attraverso lo sguardo, che non le rap-presenti semplicemente, non ne faccia teoria, quintessenza, eidos, come dai tempi di Platone il pensiero occidentale prova a fare, ma si apre alla loro presenza, al loro essere qui ed ora, ad esserci ‘accanto’, come già ci sono accanto prima ancora che noi le pensiamo o le vediamo.

1. VEDERE CIO’ CHE CI E’ INFINITAMENTE ACCANTO

Vedere bene è un ri-vedere, un ri-conoscere. Ma non come forma prensile di percezione che inglobi le cose e le metabolizzi nella rappresentazione logica, ma come attenzione alla loro vicinanza, al loro essere con noi e attorno a noi (e anche noi siamo una parte di loro), fondata su quello che Baroni definisce l’ethos dell’infinitamente accanto.

2. SENTIRE UN VOLTO

Anche quando noi vediamo un volto, il volto dell’altro – rivolto al guardante che noi siamo – che cosa vediamo? Possiamo vederne semplicemente la superficie, la maschera, quel coacervo di tratti muscolari, nervosi, di rughe, di contrazioni che mutano il ritratto nel tempo e lo sformano come «guanti portati in viaggio» (Rilke). Ma vi è poi un altro volto, al di là di quello visibile, che offre se stesso come «ritratto sensibile» e che viene colto da un altro approccio percettivo, dove il vedere è appunto un sentire: ed ecco emergere dinanzi a questo sguardo fatto di senso, di aderenza, di ascolto, una mappa fatta di passioni e disillusioni, di amori e di lutti, di scelte e di fughe, che fanno di noi ciò che siamo, che siamo stati e che saremo: personalità e non semplicemente individui. I pittori sanno bene cosa è un ritratto sensibile, offerto a questo ri-guardare diverso, a questo trapassare la maschera semplicemente visibile.

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3. AL DI LA’ DELLA LOGICA DELLA DIFFERENZA

Ma per Panikkar non è solo questo rivolgimento dello sguardo, dove la luce deve essere lasciata libera dalla vista e il terzo occhio ci aiuta ad armonizzare gli altri due, che dobbiamo realizzare. Dobbiamo anche, lentamente, imparare ad abbandonare quel cardine del pensare, del conoscere e del rappresentare su cui ha ruotato gran parte del logos occidentale dai tempi di Parmenide: il principio della differenza, che fa sì che tutto ciò che è, è perché non è qualcos’altro, e nessuna cosa può essere identica a se stessa se non è diversa, se non si distingue, se non è una determinazione che suppone una negazione. Questo è il filo rosso che intride la logica degli opposti, delle polarità e delle sintesi, delle dicotomie e delle dialettiche. In Oriente, afferma Panikkar, domina invece il principio dell’identità, quella di un dettaglio sufficiente a se stesso ad esempio, o di un punto senza dimensioni né determinazioni, che non ha bisogno di distinguersi da nient’altro per essere il punto che è. Non che l’Occidente debba all’improvviso rinunciare alla differenza in nome dell’identità, ma almeno arrivare alla consapevolezza che il processo delle separazioni, dei distinguo e delle dialettiche che lo hanno nutrito è a fine corsa e si tratta di cambiare pagina: di ritrovare cioè, attraverso quella seconda vista ‘innocente’, una nuova identità in ogni cosa del creato insieme a una nuova co-appartenenza di tutte le cose del creato (e le idee e le fedi).

4. PENSARE L’ESSERE SENZA COGLIERLO

Parmenide, padre della filosofia occidentale, è colui che ha segnato la strada affermando l’identità di essere e pensare: lo stesso, dice, sono il pensiero e l’essere. In realtà la coincidenza di pensiero ed essere è stata più nominale che reale, dal momento che la perentoria identificazione è stata letta più spesso nel senso «l’essere non è altro che pensiero», che in quello inverso «il pensiero non è altro che essere». Alla fine è stato l’essere a venire racchiuso nel logos, pensato, concepito, rappresentato. Ma, dice Panikkar, l’essere di per sé non ‘puo’ essere pensato, se parliamo di essere e non di essere come essere-rappresentato. L’essere può essere presente (presentificato), non rap-presentato, e quando lo è se ne va, sfugge, non colto, in-colto. E se nessuna forma di pensiero o di logos potrà mai esaurire l’essere o anche semplicemente un ente come un filo d’erba, nessuna teoria potrà esaurire la vita, nessun pensiero potrà esaurire il mito, e nessuna personalità sensibile potrà essere letta alla luce della individualità visibile. La sfera liscia e autoreferenziale dell’essere-pensiero parmenideo, è destinata a sbriciolarsi nel momento stesso in cui il logos rinunci a monopolizzare l’essere e venga –dice Barone- tra-passato o perforato da un vedere sensibile: in nome di un dialogo che non dialettizzi le cose ma le lasci manifestare proprio dopo che la visione sia passata attraverso (dia’) il logos (logo). Perché un vero vedere penetra le cose, vede ‘tra’ le cose, e riconosce al di là delle sfere del pensiero olistico e totalizzante, le briciole di cui quel pensiero è composto: e solo le briciole, non quelle sfere, resistono.

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5. COSA RESTA DI UNA GOCCIA D’ACQUA CHE MUORE?

Spensierarsi. Uscire dal pensiero pur continuando a pensare. Pensare senza dare al pensiero il monopolio degli enti, della esperienza, della nostra vita. Svezzarsi dal pensiero come da una madre pur standogli accanto. Dissipare il pensiero per strapparlo alla sfera dell’essere totalitario – e viceversa- e renderlo così fluido, plastico, invisibile, discreto, da farlo aderire alle cose che già ci sono accanto e attendono di essere s-velate, di essere riviste. Questo ci suggerisce il titolo del libro di Paulo Barone, che ci parla di Panikkar ma non solo di Panikkar: anche il grande teologo-filosofo può essere un pretesto, un pretesto per questa passeggiata brillante e s-pensierata come quelle che realmente l’autore ha fatto con il Maestro. Lo Spensierarsi passa anche attraverso il ridimensionamento, o meglio la detronizzazione, dell’individualità, quando si presenta centrale, fulcro del creato. Noi siamo gocce, dice Panikkar, ma siamo anche l’acqua della goccia. Cosa resta della goccia che cessa di esistere? Niente: essa ricade nell’acqua di cui è fatta. Come acqua, e solo come acqua, la goccia resta. È immortale. Ogni monismo è assurdo: la goccia non può fare a meno dell’acqua come di se stessa, ma neanche l’acqua può fare a meno della goccia. E questo rende assurdo anche ogni dualismo: una goccia che resistesse contro l’acqua resisterebbe contro se stessa. E come l’acqua stessa non può fare a meno della goccia, il Dio della kenosis non può fare a meno di noi, dell’umanità in cui si incarna; così come noi non possiamo fare a meno dell’acqua ‘divina’ che ci intride. C’era una volta un Dio antropomorfo che puniva e premiava, dice il racconto kairologico di Panikkar. Poi, a partire dal sesto secolo a.C., Dio ha cominciato ad assurgere al regno non antropomorfico ma assoluto, eterno, incontaminato dell’Essere e del Pensiero come Essere; infine, il Dio che si dà come Persona. Poi Dio comincia ad assottigliarsi, con la secolarizzazione, con la laicizzazione, con gli attacchi dell’ateismo, fino ad essere dichiarato ‘morto’. Ma anche di Dio si può dire quello che si racconta delle particelle dei cadaveri cremati in India, trascinate dal Gange o dal vento: che sfuggono alla completa consunzione, continuano a viaggiare in questo mondo, ‘infinitamente accanto’ a noi. Non c è bisogno – anche perché non è più credibile – di dimostrare con Anselmo l’esistenza di Dio con la capacità della nostra mente di pensare qualcosa di così perfetto (che più perfetto non si può’). Il fatto è che, al contrario, non possiamo pensare qualcosa di meno che Dio: «Dio è colui meno del quale non si può pensare», è quel tanto che basta. Un pizzico di Lui, come la cenere dei cadaveri, c’è in ogni zolla e in ogni goccia. E non è panteismo.

6. IL DUALISMO INTERNO ED ESTERNO COME CONDANNA DELLE RELIGIONI

La vera sostanza dell’Induismo e del Cristianesimo, sostiene Panikkar, non è duale. La vera sostanza delle ‘religioni’, di quelle stesse che come roccaforti si scontrano dimenticando i mille cunicoli sotterranei che le uniscono, non è legata alla differenza, ma alla comunanza, alla co-appartenenza. La religione in fondo re-liga, non disunisce. Per esempio nel cristianesimo il divino non si separa dall’umano nel momento in cui Dio si incarna e l’uomo scopre il Cristo in sé. Ancora una volta l’identità va riscoperta alle radici della differenza. Quando chiesero a Panikkar se era induista, lui capì che la domanda gli era rivolta dal punto di vista cristiano, quello tuttavia sbagliato di chi ritiene che se non stai con Dio stai con il diavolo: tu non puoi essere questo senza non essere quello, tu ‘devi’ schierarti. Ma proprio la tendenza alla classificazione porta a dividere e a trasformare la fede in un mero ‘credere’, e tenere nascoste e seppellire sotto cumuli di terra le radici comune nascoste.

*

7. L’INFINITESIMALE RESIDUO CHE RESTA

Siamo in una civiltà in cui tutto si sbriciola, e lo stesso cadavere di Dio si sparge in scorie e frammenti. Il tempo si velocizza, il carattere impermanente e transeunte delle cose si rivela brutalmente. Che cosa resta? Barone, sulla scia di Panikkar, parte proprio da qui, da ciò che resta: scoria, residuo. Perché paradossalmente, come per la cenere dei cadaveri, ciò che resta è tanto piccolo, tanto infinitamente frantumato, puntiforme e quasi invisibile, quanto inossidabile, resistente a tutto, a noi, al pensiero, al fuoco del logos. Ma se questo residuo fisso continuiamo a chiamarlo frammento o particolare, osserva Barone, noi presupponiamo ancora un tutto o un universale (la famosa sfera di Parmenide) di cui frammento o particolare fanno parte. Presupponiamo una totalità di significato, una enorme sineddoche in cui il tutto e la parte sono speculari alla maniera hegeliana. Si tratta invece di de-totalizzare la realtà e di trasformare il frammento o il particolare in ‘dettaglio’: un dettaglio che non ha bisogno dell’intero e come un punto adimensionale è sufficiente a se stesso, è organismo ‘vivo’. Ed ecco, a conforto di questa immarcescibile dettaglio e dell’inossidabilità del residuo fisso, la stupenda fiaba di Andersen, adorata da Tagore, in cui una pianta di lino muore e rinasce tante volte, sotto forma di abito, di carta, e di scintille rosse di cenere, senza morire praticamente mai: come se ciascuna sua particella fosse venuta al mondo per cantare una eterna infinita canzone. Il Dettaglio, come ciò che resta di Dio, è un ‘quasi nulla’, ma questo quasi nulla ci salva dall'onninvadenza del tutto e dall’angoscia del nulla: è ciò che rimane del fuoco acceso della vita e ci induce a credere nell’immortalità del reale.

8. RENDERE IRRICONOSCILE IL NOSTRO QUOTIDIANO: LA SEMPLICITA’ DEL MIRACOLO.

La riscoperta del ‘mistico quotidiano’ parte da questi ‘dettagli’ che non muoiono, e viaggiano come particelle attorno a noi e come segnali che non rinviano ad altri trascendenti significati. Il sacro è immanente alla vita e non ha bisogno di essere venerato, solo vissuto. Vibrazioni e risonanze attorno a noi presuppongono un ascolto che riparta del silenzio. Lo sguardo ‘rivoltato’ è un lampo che fa risorgere una realtà quotidiana che ha già la sua luce –che è poi la nostra luce- in sé. A volte questo miracolo semplicemente accade, ma Panikkar sembra credere alla possibilità di un miracolo continuo, quando ciò che vi è più di comune nel quotidiano viene ri-visto e d’improvviso decontestualizzato, irriconoscibile. Anche da questa irriconoscibilità del nostro quotidiano bisogna ripartire: un azzeramento dei significati indispensabile al sorgere della nuova ‘innocente’ conoscenza e della stessa parola. E allora potrebbe accaderci più di una volta ciò che Montale descrive in una ‘perturbante’ poesia con versi che raccontano il miracolo di una piccola epifania:

    Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
    arida, rivolgendomi, vedrò compiersi il miracolo:
    il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
    di me, con un terrore di ubriaco.

    Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di getto
    alberi case colli per l’inganno consueto.
    Ma sarà troppo tardi; ed io me ne andrò zitto
    tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Talvolta, per liberare il mistico quotidiano in noi – spensieratamente – basta voltarsi.

Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato da questo brano:



NOTE
Le immagini: Raimon Panikkar, foto © Ilvio Gallo.
Cremazioni al Tempio di Pasupatinath a Katmandu (Nepal).



BIBLIOGRAFIA
Paulo Barone, Spensierarsi. Raimon Panikkar e la macchina per cinguettare, Diabasis 2007

Milano, 2008-05-21 15:34:07

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(Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 22 luglio 1940)

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