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DAL ROMANZO ANTISTORICO ALL'ANTISTORIA, TRE OPERE SULLO SPIRITO ARISTOCRATICO E UN NOIR |
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E c'è chi, come l'economista Paolo Sylos-Labini, scomparso il 7 dicembre 2005, ha scientificamente indicato, già nel 1974, come fattore aggravante la burocratizzazione del proletariato agricolo del XX secolo, che ha permesso ad ampi strati di popolazione di elevarsi a una classe sociale superiore, ma che ha determinato, nel conseguente passaggio generazionale, la perdita dei valori e dei principî contadini, senza che venissero acquisiti, in sostituzione di questi, valori e principî della classe di destinazione (vedi Saggio sulle classi sociali).
Il primo scrittore a orientare nel 1894 il proprio interesse verso questo tema fu Federico De Roberto, che ne I vicerè descrisse lepopea duna potente dinastia, gli Uzeda di Francalanza, umanità difettosa, piena di tic, di idiosincrasie e di tare, campioni di trasformismo negli anni a cavallo della campagna garibaldina dei Mille in Sicilia. Un'opera faticosa per l'autore quanto difficile per il lettore, che nella accanita ironia di De Roberto, nel serraglio di personaggi paradossali, stenta a trovare una personalità un po' meno peggiore alla quale fare riferimento a cui accompagnarsi nella lettura. Quali motivazioni indussero Luigi Pirandello a riprendere in mano un modello fallimentare per scrivere un romanzo che non trova collocazione nella sua opera, nella quale ogni prodotto è collegato a quel che precede e a quanto seguirà, lo possiamo solo ascrivere a un diretto interessamento dovuto alla vicenda autobiografica dell'autore. Scritto nel 1899, ma pubblicato nel 1913, I vecchi e i giovani esplora le circostanze che hanno portato la promettente classe politica protagonista del Risorgimento, a invischiarsi nel primo di una lunga serie di scandali finanziari italiani (lo scandalo della Banca Romana) e a determinare poi la sollevazione e, contro i propri principî, la sanguinosa repressione dei moti dei fasci siciliani.
Neppure il più impegnato dei testi pirandelliani ebbe però molto successo. Forse perché nell'opera tutti risultano perdenti e la sottile distinzione, la regola non scritta nel gioco di contrapposizione tra gli aristocratici Laurentano e il borghese Salvo risulta essere un'arte sottile: la capacità di affrontare la sconfitta che, comunque vada, indipendentemente da tutto, viene sempre con un certo stile. Ma per cogliere lo spirito, l'eleganza e il fascino di una classe sociale al tramonto e per esprimere la vanità degli sforzi di infondere nella società una più equa giustizia, occorreva la mano di un vero aristocratico: Giuseppe Tomasi di Lampedusa, alias il Principe di Salina, il personaggio che impersona Il Gattopardo (1958), il romanzo che determinò in Italia il primo caso letterario del dopoguerra. Il segreto di Lampedusa sta nel raccontare una storia in cui protagonista non è un aristocratico, ma l'aristocraticità stessa, lo spirito aristocratico, così difficile da far proprio ma che tutti riconoscono come valore.
Che ci fa a questo punto del discorso un romanzo noir su una banda di balordi, dopo tre opere letterariamente blasonate che parlano di aristocrazia?
Inizia con il rapimento di un aristocratico: il barone Rossellini (alias Duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere). Qui l'aristocrazia entra e qui esce, perché sebbene il riscatto sia stato pagato, il corpo dell'ostaggio verrà trovato dopo qualche pagina, ormai privo di vita. Da questo punto in poi Giancarlo De Cataldo, uno scrittore-giudice di Corte d'Assise, al di là dei fatti e dei personaggi, quasi tutti riscontrabili nella cronaca degli anni 70-90 caratterizzata dagli scandali che coinvolgono il Vaticano, la mafia, i servizi deviati, banchieri, bancarottieri e palazzi del potere e dalle stragi si concentra sulla descrizione della zona grigia tra rispettabilità e crimine che prospera all'ombra del tribunale dell'Urbe: quel porto delle nebbie in cui sono cresciuti professionalmente alcuni avvocati e giudici aggiusta-processi processati a loro volta ai giorni nostri.
Quella sensazione di inadeguatezza, d'impotenza di fronte a un'impresa superiore alle proprie possibilità. Quel senso di sconfitta tutto italiano che è la sconfitta dell'indulgente a confronto con le proprie debolezze, dell'idealista di fronte al «senti a me, ma chi te lo fa fare», dello spirito aristocratico nei confronti dell'ambizione senzapudore... E la storia continua... Milano, 31 marzo 2006 |
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I nuovi cantastorie progressivamente abbandonano le formule tradizionali che caratterizzavano il regime dell oralità, per adottarne di nuove. E' necessario per ciascuno di loro cercare un incontro fra teatro popolare e spettacolo tout-court. (di Federico Berti)
«Vivo nelle emozioni e non le nascondo più. Prima, ero molto riservata e pudica gli anni che passano mi rendono più sensibile e aperta (per fortuna) e dunque ho scritto il libro immersa nei ricordi e nelle passioni». (Barbara Palombelli)
«Persino le loro vite per quanto con caratteristiche diverse ..luno aristocratico decaduto dallombrosa vita di giocatore dazzardo, laltro professore di Letteratura Inglese e misero traduttore, possono notarsi affini. Gli scritti a cui farò riferimento sono tutti quelli che gli autori hanno editato in Italia . Il saggio è strutturato in tre parti». La bugia di Tommaso Le inezie amorose di Manganelli Confraternita dei bugiardi (di Roberto Saviano) |
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