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CINQUANTESIMO ANNIVERSARIO DELLA CONQUISTA ITALIANA DEL K2 DELLA SCUADRA DI ARDITO DESIO. LETTERATURA DI MONTAGNA
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Dobbiamo aspettare il Rinascimento per cambiare prospettiva. Luomo è ora al centro delluniverso, e la Natura, e dunque anche la montagna, oggetto di studio e osservazione. Leonardo da Vinci (1452-1519) con una descrizione del Monte Rosa si fa voce del novello spirito scientifico osservando che «questa si leva in grande altura, che quasi passa tutti li nuvoli, e rare volte vi cade neve, ma sol grandine di state, quando li nuvoli sono nella maggiore altezza; e questa grandine vi si conserva in modo che se non fosse la rarità del cadervi e del montarvi nuvoli egli vi sarebbe altissima quantità di diaccio, innalzato dalli gradi della grandine. Il quale in mezzo Luglio vi trovai grossissimo». Un punto dosservazione diverso, più attento alle condizioni morali e sociali delle popolazioni di montagna nel Cinquecento è quello dei resoconti delle visite pastorali di Carlo Borromeo (1538-1584), arcivescovo di Milano, che riesce a spingersi fino alle più distanti valli lombarde e ticinesi. Per il 600 letterario, la montagna è spesso ispiratrice di immagini poetiche e sfondo bucolico, ma i pochi che sono obbligati ad avvicinarle nella realtà, come testimonia una lettera di Giambattista Marino (1569-1625), letterato napoletano alla corte di Carlo Emanuele Savoia, ne colgono soprattutto lasprezza e il senso dincombente pericolo: « Le balze del monte eran sì canute che parevano cariche di latte rappreso, e il verno, divenut anchegli accademico imbiancatore, le aveva tutte quante ingessate e sparse di biacca. Que pochi alberi che non erano del tutto sepolti sotto la neve si vedevano pur sì bianchi, che ciascuno avrebbe detto essersi rispogliati in camicia e che perciò tremassero più del freddo che del vento.. I passeggeri parevano tanti monachetti di Monteoliveto che andassero cantando » Fino a Ugo Foscolo che, un secolo dopo, osserva: «Alfine eccomi in pace! Che pace? Stanchezza, sopore di sepoltura. Ho vagato per queste montagne. Non vè albero, non tugurio, non erba. Tutto è tronchi: aspri e lividi macigni; qua e là molte croci che segnalano il sito de viandanti assassinati La Natura siede qui solitaria e minacciosa, e caccia via da questo suo regno tutti i viventi.» Siamo oltre la metà del 700 quando, con lo svizzero Horace de Saussure (1740-1799) inizia la stagione dellalpinismo. Instancabile esploratore, sappiamo da un suo zio che si allenava prima di intraprendere un viaggio, salendo più volte al giorno le scale di casa. Dice di sé: «Ho traversato quattordici volte la catena intera delle Alpi per otto passaggi diversi;ho intrapreso sedici escursioni al centro di esse; ho traversato il Jura, i Vosgi, le montagne svizzere, una parte di quelle tedesche, inglesi, italiane, siciliane e delle isole adiacenti; Tutti questi viaggi con la piccozza da minatore in mano, senzaltro fine che lo studio della Storia Naturale, scalando tutte le vette accessibili che promettessero qualche osservazione interessante e riportando campioni da miniere e montagne, soprattutto da quelle che mi avevano presentato fatti importanti per la Teoria.» (da Voyages dans les Alpes ).
Nellagosto del 1863, Quintino Sella e alcuni amici scalano il Monviso. E in questa occasione che lo scienziato e statista biellese esprime lidea di radunare gli italiani appassionati dalpinismo in un club. Nasce nellottobre dello stesso anno il Club Alpino Italiano (Cai), che sarà da allora la maggiore associazione di amanti della montagna e che vedrà tra i propri associati alcuni tra i più forti scalatori al mondo. Tra i meriti del Cai non si può dimenticare quello di aver incoraggiato e pubblicato molti tra gli autori di letteratura di montagna.
Due di questi eroi ricorda anche Fosco Maraini nel suo autobiografico Case amori universi. Lo scrittore, diciannovenne, aveva base estiva sul lago di Misurina. «Tita aveva ormai risalito tre quarti della ributtante, truce muraglia nera e arancione [la parete Nord-Est della torre Winkler]. L'uomo era legato a due corde, una più nuova e più grossa, una più vecchia e più sottile. Con due corde poteva fare uso di più chiodi e moschettoni, senza il timore che gli attriti lo frenassero da dietro e gli rendessero difficile innalzarsi». «Emilio era piccolo, mingherlino. Nessuno incontrandolo per strada lo avrebbe giudicato un alpinista d'eccezione, un fortissimo della montagna. Bastava però vederlo seminudo (per esempio quando si tuffava nell'acqua gelida del lago di Misurina) per capire come stavano le cose: rispetto al peso del corpo possedeva una muscolatura assolutamente eroica; per questo, sollevandosi su due dita che facessero presa su di appigli minuscoli e sfuggenti, riusciva ad avanzare elegantemente in qualsiasi parete, dando l'impressione di volare, di possedere poteri magici.» Queste frequentazioni alpinistiche d'eccezione gioveranno allo scrittore che, laureatosi in Scienze Naturali, facendosi assumere come documentarista dal mitico Giuseppe Tucci, padre di tutti gli orientalisti moderni, affronterà nel 1937 la sua prima spedizione in Tibet, sul Tetto del Mondo, alla scoperta di una civiltà quasi perduta, e della sua vera vocazione.
Ma Rigoni Stern è anche unacuto osservatore di monti e boschi, e in Uomini, boschi e api risuona qualcosa dinedito per la letteratura di montagna. E la commozione che ci prende quando pensiamo allinfanzia, un tempo passato per sempre. E la consapevolezza che un certo mondo se ne sta andando per sempre. Ed è lo stesso tono di un altro, più giovane, narratore di montagna: Mauro Corona (1950), scultore, scalatore e apritore di numerosissime nuove vie sulle dolomiti. Tono afflitto e ammonitore di unuomo che ha visto il proprio paese distrutto dalla cecità e dalla criminale leggerezza di altri uomini (Le voci del bosco).
Landare per montagne, scalando una parete di sesto grado (ma anche semplicemente seguendo un sentiero di rifugio in rifugio), è spesso una discesa dentro se stessi, una sfida alle proprie capacità umane, fisiche, psichiche e morali, una ricerca del limite che, impresa dopo impresa, si sposta impercettibilmente verso l'impossibile e a volte a grandi passi ci avvicina a quellessenza che Reinhold Messner (1944) ha descritto efficacemente con queste parole: «In quelle ore dazione, passo dopo passo, specialmente nei momenti di pericolo, io sono la risposta a tutte le domande. anche oggi, quando minerpico o attraverso il bosco, avverto spesso limpressione di sapere tutto. Allora sono, per così dire, il buon Dio. Anzi, non il buon Dio, ma tutto e nulla». Milano, 24 Marzo 2004
L'etica del sentire pone laccento sullafficere del sentire, come un essere affetti dalle cose e insieme un reagire affettivo sulle cose, appunto, con il cuore Secondo Roberta De Monticelli (ospite a Il giardino d'inverno il 1 febbraio 2005) leudaimonia, il buon demone che alberga in fondo a tutti noi, nellordine del cuore moltiplica gli orizzonti del sentire. E ci fa crescere (di Roberto Caracci).
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