MORANTE, GINZBURG, ROMANO, ORTESE, RASY. LE MADRI DELLA LETTERATURA ITALIANA RACCONTANO LE MADRI.
Notizie ItaliaLibri
Ricevi gratis i notiziari periodici con le novità librarie e le notizie di italialibri.net.
Gratis!
Agosto-Settembre 2003
Voci materne nelle pagine di autrici italiane
(Morante, Ginzburg, Romano, Ortese, Rasy, Vinci).
Sacrificio materno
Nella simbologia nordica, la figura della madre è rappresentata dal pellicano, che in periodi di magra, strappa brani di carne dal proprio petto sanguinante per nutrire la prole affamata. Ne Il pellicano, di August Stindberg (1907) alla morte del capofamiglia segue un chiarimento che mette in luce inaspettati retroscena. Emerge che la madre, che non manca di paragonare se stessa al maestoso uccello marino, dopo aver tradito il marito con un amante, si è spinta a combinare il matrimonio di questi con la figlia.
Alleandosi con il fratello, la giovane donna, doppiamente tradita, giura di non dar tregua al rancore e il dramma si conclude nel più tragico dei modi, con i fratelli, nel rogo della casa in fiamme, avvinghiati in un fatale abbraccio. Per fuggire all'incendio, la madre-pellicano si getta nel vuoto da una finestra, con un urlo che agghiaccia la platea.
Strindberg era manifestamente misogino e soffriva di schizzofrenia. Il delirio lo portava a sospettare costantemente che la moglie lo tradisse con i migliori amici, il che lo portò ad allontanarsi da questa e da quelli.
Ciò non gli impedì di scrivere dei testi stupendi. Fino alla fine fu il magistrale cantore delllalienazione delluomo moderno, disperato e solo in un universo desolato e senza speranza.
iconoscila con un sorriso. Il tema è infinitamente frequentato: la madre, le madri. La madre che è la terra, dominio della terra; madre bella e traditrice che è il mare; un dio-madre; la Madre, Maria; e ogni nostra piccola o grande madre, riconosciuta da un sorriso, o con un sorriso, come vuole Virgilio. Pane e latte, mani odorose di basilico o di lavanda; il cuore come un abisso, secondo il geniale Balzac. Madre Filumena Marturano; o la sora Ghita, alla quale Gioachino Belli domanda insidioso: «Desidera li fiji? [ ] / Sì, pe le belle gioje che ve danno! / Prima, portalli in corpo guasi un anno: / poi, partorilli a risico de vita: / allattalli, smerdalli: a gni malanno / sentisse cascà in terra tramortita: / e quanno che sò granni, oh allora è ita: / pijeno sù er cappello, e se ne vanno». Madre da cui aspettare ogni sera il bacio della buonanotte, e piangere se non arriva; e, nel nostro Novecento, madre di cui innamorarsi, da scoprire come corpo, come donna; madre che «vagava, sola, nella casa», come nel romanzo più bello e disperato di Carlo Emilio Gadda. La madre di Saba, «Madre che ho fatto / soffrire»; la madre di Pasolini, «lodoletta, madre / fanciulla»: «Tutta la mia infanzia / è sulle tue ginocchia»; la madre di Giorgio Caproni: «Porterà uno scialletto / nero, e una gonna verde». E molte altre madri. E poi le madri delle madri.
Elsa Morante dice «beati, come prima delle madri, quando tutto il sangue terrestre è ancora una vena del mare», ma i personaggi dei suoi romanzi sono spesso in cerca di madre. In Menzogna e sortilegio (1948) cè lamore deluso di Elisa per sua madre Anna. Ne Lisola di Arturo (1957), che pure è il romanzo del padre, affiora prepotente il desiderio di un corpo di donna materno e amoroso.
Ma la ricerca della madre è più disperata nellultimo libro di Elsa Morante, Aracoeli (1982). «Mia madre era andalusa»: il romanzo comincia così, ed è un viaggio, è linseguimento di una voce tenue e dolcissima dal sapore tenero di gola e di saliva, voce di nenie di culla, di canzoncine speciali nelle sere di plenilunio, di una piccola età felice. «Luna lunera cascabelera los ojos azules la cara morena».
Molti ricordi di mia madre racconta Natalia Ginzburg erano così: «semplici frasi che aveva sentito». Lessico famigliare (1963) è soprattutto qui, nelle frasi scambiate in famiglia, fatte di candore, ironia affettuosa, frasi leggere e a volte infantili, frasi-reperto attraverso cui ricostruire un microcosmo unico e irripetibile, luogo fermo del cuore. Tutti i nostri ieri, insomma, nelle voci di chi li ha attraversati con noi.
Ai figli, dice Natalia, bisognerebbe insegnare le grandi virtù, non le piccole, come siamo abituati a fare. Ma è così difficile e doloroso. Ginzburg descrive in alcune splendide e suggestive pagine la fatica di essere genitori, di essere padre e di essere madre, con una partecipazione e una carica emotiva assoluta. Nascono i figli e, assieme a loro, infinite paure in chi li ha messi al mondo: «Non sapevamo che ci fosse nel nostro corpo tanta paura, tanta fragilità. [ ] Amiamo i nostri figli in un modo così doloroso, così spaventato, che ci sembra di non avere mai avuto altro prossimo, di non poterne avere mai altro. Siamo ancora poco abituati alla presenza dei nostri figli sulla terra: siamo ancora stupefatti e sconvolti per la loro comparsa nella nostra vita». E quando cominciano a crescere li si sente sempre più estranei, e si ha paura di perderli. Li si perde, quando vanno via, in un paese lontano, come fa Michele, che sua madre piange e continua ad amare, pur senza capirne, senza poterne capire i segreti, i bisogni, i dolori che lo accompagnano (Caro Michele,1973).
Lalla Romano conosce bene il timore della perdita, e il dolore. Lo racconta da figlia, quando pensa a ciò che era e non è più, e quindi a un mondo, il suo, quello dellinfanzia mondo grande quanto una camera di bambina, «tinta di un giallo feroce» e, anche questo, pieno di voci: del maestro Mutto, di zia Carlotta, di Ciota, di una madre che è la bellezza, giusta e assoluta come la bellezza della montagna; e voci di altre mille, vivide comparse di un viaggio nella memoria che riporta al naso gli odori di grosse scatole di biscotti, ma non indulge mai troppo alla nostalgia. Romano racconta però il timore di una perdita ancora più dolorosa, lo dice da madre, in un libro «insopportabilmente vivo», come lei stessa lo definiva, e coraggioso: Le parole tra noi leggère (1969), che è un tormentoso scavo dentro se stessa, alla ricerca delle ragioni di un legame difficile con il proprio figlio.
Anna Maria Ortese vive e scrive «laspirazione impossibile (ostinatamente adolescenziale) a una felicità libera e sicura, a una bellezza assoluta, a unarmonia segreta in cui si riscatti il senso pieno del mondo» (G. Ferroni). In un racconto de Il mare non bagna Napoli (1953) è proprio questa, in fondo, laspirazione inconfessata di Anastasia Finizio, una donna non più giovane rassegnata a una vita di solitudine, costretta a mantenere la famiglia con il proprio lavoro.
Ma quante voci può avere una madre? La voce egoista e perentoria della signora Finizio, finemente descritta da Anna Maria Ortese; una voce allegra e canterina come quella che racconta, di sua madre, Natalia Ginzburg; la voce spezzata, dolente o ironica di Lalla Romano che narra il suo amore sbagliato; la voce «dal sapore tenero di gola e di saliva» di una madre perduta, voce vagheggiata e ricordata amaramente nellultimo disperato romanzo di Elsa Morante. Quattro madri della letteratura contemporanea raccontano le madri, non solo le proprie, ma anche le madri degli altri, inventate, cioè scoperte, rinvenute nella realtà e quindi tanto più vive e vere. Per raccontare una madre non si può non partire dalla voce, la prima voce che ciascuno ascolta affacciandosi al mondo. Voce di culla, di ninne nanne, voce-grido di un rimprovero, di un abbandono, di parole sorridenti o paurose o cariche di affetto.
In Autobiografie altrui (2003), Antonio Tabucchi ricorda che «la voce umana, con la sua musica, gode di una specificità che appartiene allindividuo che la possiede: una voce umana è quella e non unaltra, e non può essere uguale a quella di unaltra persona», e aggiunge che letimologia del verbo evocare è ex vocare, cioè chiamare fuori; e Orfeo chiama fuori Euridice dagli Inferi acquietando con la sua voce gli dèi mostruosi. Evocare, dunque, è anche convocare, sostiene Tabucchi: limmagine di chi non cè più «appare, si materializza grazie alla voce».
In una bella pagina del romanzo Tra noi due (2002), Elisabetta Rasy scrive: «Le lingue, capii, cambiano aspetto e suono e colore a seconda degli individui che le parlano, non ci sono lingue brutte e lingue belle, ci sono solo bocche e voci». La scrittrice, infatti, dà estrema importanza alla voce: tanto a quella che sceglie per raccontare, morbida e accogliente, tanto a quelle dei personaggi che vuole far rivivere sulla pagina. In Posillipo (1997) si assiste ad affascinanti serate di canto, e le città narrate rivivono come in un bisbiglio corale: così trovi voci fredde o voci appassionate, e persino una voce «straordinariamente priva di sottintesi, paga di se stessa e di conquistarsi una porzione di spazio nellaria».
Come prima delle madri è il titolo, tratto dal brano di Elsa Morante citato poc'anzi, di un romanzo che Simona Vinci colloca storicamente nel periodo della guerra civile in Italia. Il regime fascista si va sgretolando, in questo contesto punti di vista incrociati disegnano una prospettiva che proclama la vanità del diventare grandi, specialmente quando si è figli di una madre tragicamente bambina, in balia di incommensurabili e incomprensibili eventi umani e storici.
La letteratura per adolescenti e pre-adolescentiSulla scia del fenomeno della saga di Harry Potter possiamo affermare che i bambini costituiscono una porzione di mercato importante. In realtà ci piace pensare che scrittori anche già affermati si cimentino nella letteratura per l'infanzia per stimolare positivamente i piccoli lettori in modo che, adulti, possano diventare persone migliori di noi. (Buzzati, Calvino, Collodi, De Amicis, Rodari...)
Liguria, terra di poesia e di culturaIl Parco Culturale della Riviera dei Fiori e delle Alpi Marittime è un luogo della mente, uno spazio all'interno del quale ritrovare l'atmosfera e i luoghi che hanno saputo ispirare grandi scrittori e pittori che hanno trascorso un breve periodo o che hanno vissuto in questa parte di Liguria che è la Riviera di Ponente.
U. Piersanti
«Fare di un luogo uno spazio totale» Leopardi e Pascoli sono i suoi punti di riferimento. Ha pubblicato raccolte di poesie, è autore di due romanzi, di due opere di critica ed è coautore di un'antologia poetica. Ha realizzato un lungometraggio, tre film-poemi e quattro "rappresentazioni visive" per la televisione. Dirige la rivista «Pelagos». È il cantore di una terra dove la campagna e la vita contadina mantengono ancora una attualità surreale.
Corpo e anima nella scrittura di Pier Vittorio Tondelli La formazione letteraria di Pier Vittorio Tondelli va messa in relazione con alcuni autori che compaiono nellomaggio che Pier Vittorio Tondelli tributa nei ringraziamenti che chiudono la prima edizione di Altri libertini. (di Antonella Cilento)
«... Se metto una mano nell'acqua... Lei si immagina? Qualcosa che comincia qui e finisce al Cairo, o a Tripoli, o a Tangeri, dove potrebbe esserci qualcun altro sulla riva, anche lui con le mani in acqua... Sì, credo che sia questo il mio modo di viaggiare...»