Lidia Ravera racconta il percorso che l'ha portata fino a noi, a partire da 'Porci con le ali' fino alla finale del Premio Strega, con uno sguardo in prospettiva a un nuovo romanzo fiume, che sta scrivendo, che toccherà i punti salienti che costituiscono l'esperienza di vita di tutta una generazione di uomini e di donne.
idia Ravera è una ragazza grande, una donna impegnata che ha scritto alcuni libri che hanno lasciato il segno, per aver scandalizzato una generazione e averne divertita un'altra, facendola anche riflettere. Abbastanza intelligente da non lasciarsi sclerotizzare da quell'iniziale successo, che la catapultò giovanissima sulla ribalta della notorietà, oggi ha scritto un piccolo libro, pubblicato con un piccolo editore indipendente, che si è distinto inserendosi nella cinquina dei finalisti del premio Strega. Luca Gabriele l'ha intervistata.
D. Le seduzioni dell’inverno, suo ventunesimo romanzo, si è candidato quinto tra i dodici finalisti al Premio Strega. Quali emozioni le ha fatto vivere questa candidatura e come ha vissuto l’attesa?
Le emozioni che mi ha fatto vivere sono quelle di un cantautore raffinato che si trova buttato sul palcoscenico del Festival di San Remo. Ero da un lato in ansia e contenta, dall’altro allibita da questa specie di carrozzone dove tutti si agitano, con le grandi case editrici che fanno pasticci. Ero in lizza per il quinto posto e al quinto posto sono rimasta, perché ai primi quattro andranno certamente Mondadori, Rizzoli e Feltrinelli.
D. Si tratta comunque di un ottimo riconoscimento per lei e per questo romanzo che rappresenta anche un esperimento editoriale, in quanto pubblicato dal piccolo editore come Nottetempo…
Certamente, sono contenta perché si parla del libro, perché il libro comincia o continua a vendere. Io non sono assolutamente snob, scrivo per i contemporanei e voglio che mi legga il maggior numero possibile di persone. Dopodichè, raramente al Premio Strega vince il libro migliore, quindi è anche difficile sentirsi sottoposti a giudizio con la qualità del proprio libro. Si sa bene che i fattori sono tanti, e la qualità è solo uno dei tanti fattori e quasi mai il preponderante. Con questa consapevolezza, sono contenta però non è che annetta all’evento un valore esagerato.
D. Parlando ancora del romanzo, credo che la novità assoluta stia nel fatto che per la prima volta lei abbia inserito un protagonista maschile, Stefano, per la prima volta la narrazione è svolta da un punto di vista diverso, non femminile. C’è una motivazione?
Non è proprio la prima volta. Già nel romanzo Nessuno al suo posto il protagonista era maschio, un ragazzino di quattordici anni. Diciamo piuttosto che questo è il mio primo maschio adulto, anche se i miei romanzi sono quasi tutti in oggettiva, uso molto raramente la prima persona. I protagonisti sono in realtà tre in questo libro, Stefano, Sophie e l’altra donna, però è vero che abbraccio il punto di vista maschile e ricostruisco la mappa sentimentale di un uomo.
D. Quindi è dovuta uscire dallo sguardo femminile per abbracciare quello maschile…
Sì, ma io cerco sempre di dividermi tra tutti i miei personaggi, perché credo che dentro uno scrittore ci sia tutto: il maschile e il femminile, il vigliacco e il coraggioso, il povero e il ricco, il bravo e il cattivo, lo stupido e l’intelligente, il giovane e il vecchio, quindi anche l’uomo e la donna. Dentro uno scrittore c’è tutto, allora io faccio sempre questa pesca miracolosa e cerco di trovare qualcosa dentro di me e trovo parecchio.
D. Volgendosi indietro, guardando alle pubblicazioni passate e al suo curriculum di scrittrice, si trovano molte donne raccontate e spesso si associa la sua narrativa ad una narrativa femminile. Ha mai sentito il peso di questa etichetta, come una riduzione al valore del suo lavoro?
Ma io penso che nessuno con un poco di cervello in zucca mi consideri una scrittrice femminile. Personalmente credo che la scrittura femminile non esista. Esistono donne che scrivono e uomini che scrivono. È ovvio che ogni scrittore lavori con il proprio corpo, con la propria mente, il proprio sguardo e il suo punto di vista ed aver vissuto per cinquant’anni in un corpo femminile logicamente mi ha consentito di passare attraverso certe esperienze e di guardarne altre. L’esperienza dell’erezione in presenza di desiderio sessuale io la descrivo avendola guardata, l’esperienza invece di partorire un figlio la descrivo avendola vissuta. La differenza è nel vissuto e nello sguardo, non nella scrittura. Quindi, credo che uno scrittore neutro, cioè che non sia segnato dall’essere vissuto in un maschile o in un corpo femminile, sia in realtà solo un cattivo scrittore. I bravi scrittori lavorano con tutta la loro vita, con tutta la loro esperienza, dunque sono tutti sessuati, le donne sono donne, gli uomini sono uomini. Quelli che non sono né uomini né donne non sono scrittori, quelli che scrivono solo con il cervello non sono dei bravi scrittori.
D. Parlando ancora dei precedenti romanzi, risalta subito agli occhi del lettore la forma attraverso la quale lei li ha spesso intessuti, ovvero quella sobria e compatta del racconto. Sto pensando ad esempio a Sorelle o a Due volte vent’anni. Tiene molto a questa misura della narrazione che molti altri scrittori contemporanei sembrano invece aver dimenticato?
Sì, devo dire che i miei romanzi hanno la forma di quelle che una volta si chiamavano novelle, perché non sono racconti brevi, parliamo sempre di cose di cinquanta o sessanta pagine. Anche i trittici che tu ricordavi sono composti da racconti lunghi o romanzi brevi. Sono di quel tipo di misura che altri scrittori meno prolifici chiamano tranquillamente romanzi. Io considero che anche Le seduzioni dell’inverno sia un racconto, una novella e non un romanzo. Quello che sto scrivendo adesso è un romanzo. Mi piace molto questa forma perché mi ricorda le sonate e la differenza tra una sonata e una sinfonia, ma anche un quartetto di archi. Ecco, questo è Le seduzioni dell’inverno, come pure Sorelle e Due volte vent’anni che sono altre sonate, mentre un romanzo è una sinfonia, perché ha vari temi che ricorrono, ci sono più strumenti, più personaggi, più storie. Il romanzo che sto scrivendo adesso, per esempio, è un simpatico esperimento in questo senso, perché è un grande romanzo che quando sarò arrivata alla fine misurerà non meno di quattrocento pagine, forse di più. Una storia che si svolge in quaranta anni, dal sessantasette ai giorni nostri, eppure costruito come un insieme di racconti chiusi, in cui vengono considerate annate nodali per i personaggi e anche per la vita dell’Italia in generale, come il Sessantasette appunto, il Settantasette, l’Ottantasette, il Novantasette. Tutti questi anni vengono raccontati attraverso racconti, sempre con gli stessi protagonisti, in momenti diversi della loro vita. Quindi questo libro è una fusione di racconto e di romanzo, è come se si arrivasse nel pieno di una sinfonia passando attraverso l’esecuzione di tante sonate. Quindi, sì, mi piace moltissimo questa forma, perché è una forma che costringe all’essenzialità, ma allo stesso tempo mi piace anche il romanzo, che invece è un grande contenitore accogliente, in cui possono stare dentro più cose, anche le digressioni. Io trovo che il racconto costringa la narrazione a una sobrietà, ad una economia per la quale cadono i superflui e questa possibilità di costruire un romanzo anche attraverso tanti racconti mi sta appassionando molto.
D. È inevitabile, quando si parla di lei, non parlare anche del suo esordio, di Porci con le ali. Come lei stessa ha altrove affermato, “un libro di cui si è detto tutto e di cui tutto si sa”. Quel che le domando, ha mai avvertito il peso e la riduzione di essere riconosciuta sempre, anche a distanza di più trenta anni, come “quella che ha scritto Porci con le ali”?
Ma sì e lo sento tuttora questo peso, come sento che c’è stato un ritardo di attenzione critica notevole legata al fatto che ero considerata un fenomeno di costume e non una scrittrice. Questo è stato piuttosto ingiusto. Sono dovuta arrivare a Le seduzioni dell’inverno per avere una recensione di un critico importante come Pacchiano sul «Sole24ore». Infatti, lui stesso iniziava la sua recensione molto positiva scusandosi di avermi sempre sottovalutata. E questa sottovalutazione critica è sicuramente collegata a Porci con le ali, ad un successo considerato un successo popolare. È lo stesso motivo per cui non ero mai stata presentata al Premio Strega in trentadue anni di lavoro e con ventuno opere di narrativa pubblicate sempre da grandi editori come Mondadori e Rizzoli, pur avendo fatto libri sempre di successo che vendevano le venti o venticinque mila copie. Nonostante tutto questo non ero mai stata candidata fino ad oggi a questo premio che è un po’ un premio laurea letteraria. E tutto ciò è sempre stato un effetto collaterale di Porci con le ali, quindi certo cha mi ha pesato. Ma sono anche contenta di averlo scritto, perché è un libro che è durato attraverso gli anni, che non ha venduto due milioni e mezzo di copie subito, ma le ha vendute a diverse generazioni e ancora parla ai giovani di adesso, a quelli della tua età che sono distanti quasi due generazioni da me. E il fatto che questo libro parli ancora ai ragazzini di sedici anni, ai nati dopo il 1990, è sicuramente una cosa di cui sono orgogliosa.
D. Per concludere, vorrei che mi parlasse del suo rapporto con il pubblico. Lei che cura personalmente il suo sito Internet, dove trovano spazio le sue riflessioni letterarie e i suoi commenti all’attualità e attraverso il quale dialoga con i lettori, quanto è importante per lei questo scambio e questo ascolto continuo e quotidiano?
Io trovo Internet un mezzo straordinario e ne sono una frequentatrice assidua. Passo ore e ore a rispondere alla posta e ci passerei anche più tempo, se ne avessi. Anche il sito lo nutro molto di meno di come vorrei, perché lavoro molto. Internet è una maniera di comunicare straordinaria per chi come me ritiene la comunicazione scritta superiore rispetto a quella orale e si hanno gli stessi vantaggi della comunicazione orale sul piano della relazione. Io ho delle vere e proprie amicizie in internet con persone che non vedo mai ma con cui mi scrivo da molto tempo e quasi non si sente la necessità di vedersi, tanto si è appagati dallo scambio di scrittura, perché si ha proprio lo stesso piacere affettivo ed emotivo della relazione usando però la parola scritta, quindi una parola già selezionata e senza la sciatteria della comunicazione orale. Se invece di risponderti a voce io ti avessi risposto per iscritto ne sarebbe venuta fuori una cosa migliore, molto più interessante, perché la parola scritta è una parola durevole e quindi c’è già un processo di selezione che aiuta anche ad approfondire il pensiero. Io trovo che questa possibilità che dà Internet di basare una relazione sulla parola scritta sia eccezionale.
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NOTE
Nella foto, dieci dei dodici autori in gara per la sessantaduesima edizione del Premio Strega. Lidia Ravera è in centro al gruppo, con la giacca bianca.
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