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INTERVISTE
Paolo Valesio

La letteratura nel cinema

Intervista al fondatore dell'«Italian Poetry Review»

(Maria Antonietta Trupia)

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Paolo Valesio insegna da trent’anni nelle università americane, dove la letteratura italiana suscita sempre un certo interesse. Più la narrativa che la poesia, più i contemporanei che i classici, grazie anche al collegamento tra cinema e letteratura, ovvero all’illustrazione cinematografica di movimenti letterari...

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ondatore e direttore di «Italian Poetry Review», Paolo Valesio, critico, poeta e narratore di origini bolognesi, opera ormai da un trentennio negli Stati Uniti.

Definito da Giorgio Luzzi «testimone postsessantottesco, inquieto e sorpreso, e comunque sempre consapevole di un punto cruciale di incontro con la storia delle idee», Valesio si è da poco trasferitosi da Yale University (dove ha insegnato per un lungo periodo) alla Columbia University di New York, dove è titolare della prestigiosa cattedra “Giuseppe Ungaretti”.

Tra le numerose pubblicazioni, oltre ad alcuni volumi di narrativa, figurano saggi e opere di critica. Tra questi ultimi: Strutture dell’allitterazione (1968), Novantiqua (1980), GabrieleD’Annunzio: The Dark Flame (1992) e, insieme a Luigi Fontanella e Mario Moroni, Dal Po al Potomac: esperienze di poesia e poetica italiana in America (1998) . Una quindicina i testi poetici pubblicati (alcuni dei quali editi, oltre che in lingua italiana, in versione inglese e spagnola), tra i quali: Prose in poesia (1979), Analogia del mondo (1992), Nightchant (1995), Piazza delle preghiere massacrate (1999), Dardi (2000), Every afternoon can make the world stand still (2002), Il cuore del girasole (2006).(*)

A richiamare la peculiare definizione di “dardi” attribuita da Paolo Valesio ai propri componimenti poetici, è ancora, nella sua veste critica, Giorgio Luzzi per il quale essi assurgono al ruolo di «dardi-iaculi-giaculatorie-preghiere brevi iterate e itineranti, ma itineranti anche in senso proprio per via della loro connessione veicolare con la scelta diaristica.»

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Il “mito” americano e l’attrazione che da almeno due secoli gli States esercitano nei confronti del “vecchio” continente si è, tra l’altro, concretizzata in una aggiornata proposta delle Accademie d’Oltreoceano di arte, lingua e letteratura italiane.

Ma quali sono, oggi, le peculiarità di tali insegnamenti negli USA? Prevale l’interesse per i classici o c’è un maggiore dinamismo indirizzato a seguire l’evolversi, in Italia, della produzione contemporanea? E in che modo vengono veicolati ai giovani americani le contestuali tendenze poetiche e narrative italiane?

Incontrando Paolo Valesio, critico, poeta e docente presso la Columbia University (giunto in Italia, nel giugno scorso, per partecipare alla Rassegna Internazionale di Poesia di Pozzolo Formigaro, durante la quale ha presentato alcuni suoi testi poetici), indaghiamo sugli elementi di specificità della scuola americana, in cui emerge tra l’altro l’attenzione per «la connessione tra studi cinematografici e letterari, cioè l’illustrazione cinematografica di movimenti letterari».

D. Qual è oggi l’impatto dello studio della letteratura italiana nelle Università americane? Come a loro volta, gli studenti se ne fanno divulgatori, con riferimento particolare alla poesia a cui è dedicata la rassegna in corso?

Esiste un contrasto che credo sia generale nell’Accademia americana. Da un lato, infatti, si sviluppa lo studio e l’interesse per la cultura italiana, non tanto per la poesia, quanto per la letteratura. Interesse che sta crescendo. Così come crescono la qualità e la quantità degli studenti e degli studiosi. D’altro canto tutta la letteratura come genere (quella inglese, italiana…) è oppressa ed emarginata dagli studi che si chiamano (anche in Italia) cultural studies. Quindi c’è una certa debolezza della letteratura come tale negli studi accademici, ma quella italiana regge bene con attenzione non solo, naturalmente, verso i classici che, come Dante, attraggono molti studenti alle lezioni, ma anche verso il moderno e contemporaneo.

Come lei sa le cattedre americane hanno spesso un nome che le simboleggia. La mia è intitolata a Giuseppe Ungaretti, a mio giudizio il simbolo della poesia moderna e contemporanea.

Inoltre c’è un forte e rinnovato interesse, ad esempio, per il futurismo. Parlerei, dunque, di una buona situazione all’interno della letteratura italiana e degli studi letterari nell’Università americana.

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D. Rispetto alle Università italiane, in quelle americane è presente una maggiore attenzione per la poesia e per la narrativa contemporanea? C’è maggiore vivacità?

Dipende molto dall’iniziativa personale. Per quanto mi riguarda, certo, me ne occupo molto ma, ripeto, dipende dal singolo docente in un’atmosfera di grande libertà. Ogni professore si costruisce il suo curricolum, il suo piano di studi per il corso, con numerose (e democratiche) discussioni, all’interno del Dipartimento.

Personalmente ravviso che il numero degli studenti e degli studiosi che si occupano di contemporaneo è in crescita anche perché appare sempre più coltivata la connessione tra studi cinematografici e letterari, cioè l’illustrazione cinematografica di movimenti letterari, per esempio del neorealismo e del neorealismo cinematografico.

d. Ritiene proficuo il rapporto tra le Università americane e gli Istituti italiani di cultura all’estero?

Sì. Quello che, però, trovo un po’ triste è il bilancio estremamente ristretto che gli Istituti italiani di cultura hanno a disposizione e che, credo, debba essere nettamente migliorato. Debbo anche dire che, pur con questo limite, gli Istituti italiani di cultura fanno, direi, dei miracoli. Mi riferisco soprattutto a quello di New York che con un budget modesto riesce a costruire un programma molto dinamico.

E, a proposito di contemporaneo, farei riferimento anche a quello che io chiamo l’iper contemporaneo, cioè registi, scrittori di oggi nella loro attività quotidiana…

D. E’ maggiore la trasposizione cinematografica di alcuni personaggi o testi letterari italiani negli Stati Uniti rispetto a quanto è avvenuto in Italia negli ultimi decenni?

A mio parere ci sono alcuni classici che dovrebbero stimolare. Essendo particolarmente interessato all’opera di D’Annunzio, continua a stupirmi il fatto che non si realizzino film sulla vita di questo straordinario personaggio. Quando con i miei studenti ci siamo recati a visitare il Vittoriale a Gardone Riviera, mi preoccupava il fatto che i ragazzi potessero considerare il sito assurdo o ridicolo. Al contrario, invece, ho percepito come fossero sedotti dall’atmosfera un po’ magica. Questo episodio mi ha convinto che ciascun messaggio può essere trasmesso a patto di essere spiegato, aggiornato e contestualizzato.

D. Esiste una rivista scientifica pubblicata a cura del suo Dipartimento?

Sì. Mi sono appena trasferito da Yale University alla Columbia University dove dirigo la rivista «Italian poetry review», aperta non solo ai grandi contributi e ai grandi poeti (nel prossimo numero pubblicheremo un inedito di Amelia Rosselli con traduzione inglese della stessa autrice), ma anche al lavoro dei dottorandi, che costituiscono una sorta di mix, con una mescolanza tra quelli di formazione americana e italiana, che si animano a vicenda.

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Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato su questo autore:



NOTE
* Nota bio-bibliografica a cura di Maria Antonietta Trupia

Le immagini (dall'alto):
Paolo Valesio
La statua dell'“Alma Mater” alla Columbia University
Il campus dell'Università sotto a neve



BIBLIOGRAFIA

Milano, 2008-01-22 18:50:15

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«Ciò che conta, oltretutto, non è la prima domanda: quella è di prammatica, sono capaci tutti di farla. Ciò che davvero conta è la seconda domanda, quella che serve a incalzare l’intervistato, a inchiodarlo ai fatti, a costringerlo a non scantonare, a smascherare l’evasività della prima risposta, a far notare che le cose stanno diversamente.»

(Marco Travaglio, La Scomparsa dei fatti)

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