Da questo colloquio con Moni Ovadia cerchiamo di ricostruire il percorso che ha portato il musico-teatrante all'insegnamento dell'umorismo ebraico all'Università di Padova, le emozioni e la lezione che lui stesso ha ricavato da questa esperienza e che condivide con noi.
«Quindi bisogna che l’insegnante non abbia scelto la materia che insegna come una delle cose che poteva fare nella vita, ma che abbia una passione nei confronti di quella materia.»
utto l’apparato educativo, didattico e scolastico ha fatto capire la valenza di quegli incontri che Ovadia teneva in qualità di docente. Il suo approccio culturale ha finito per interessare l’università di Padova che gli ha offerto di tenere un corso sull’umorismo ebraico come professore a contratto.
Dalla capacità degli insegnanti di materie tecniche e scientifiche che riescono ad emozionare e a coinvolgere gli studenti, Ovadia ha compreso l’importanza della passione, dell’emozione nella trasmissione del sapere che attribuisce senso ultimo e significato attivo alla storia collettiva ed individuale. L’insegnante deve innescare nel giovane la passione per il sapere in modo che il suo cammino riveli ambiti creativi inediti e perfino stupefacenti. Il “maestro” deve sapersi ritrarre per lasciare al discepolo la sua stessa dignità e libertà nella ricerca della conoscenza per dare al processo conoscitivo un futuro di autonomia.
L’ispirazione di essere insegnante.
Francamente mi sono ritrovato in qualche modo in questo ruolo di insegnante, senza sceglierlo deliberatamente, ma perché sentivo di incontrare sempre più giovani che apprezzavano quello che dicevo e professavo, per cui capivo che tutto ciò aveva una ragione e una valenza didattica. Mi sono spesso ritrovato nelle scuole, nelle università, a tenere corsi sulla musica, come mia prima attività. In seguito ho cominciato a lavorare nell’ambito della cultura ebraica, sul teatro, fino ad arrivare all’università ed essere professore a contratto, presentando un corso sull’umorismo ebraico per la cattedra di storia del cinema.
L’identità dell’insegnante. I modelli educativi e pedagogici dell’insegnare.
Non ho un’esperienza specifica in campo didattico: le mie esperienze d’insegnamento sono state episodiche, ovviamente perché svolgo un altro mestiere, ma ritengo che l’obiettivo principale dell’insegnamento debba essere la formazione dell’essere umano e la trasmissione di sapere tecnico e critico, vale a dire la capacità di capire il fenomeno e comprendere lo specifico delle materie, la capacità di inventare, di orientarsi con le proprie forze critiche, perché altrimenti un sapere tecnico può produrre anche forme di asservimento.
Per la passione del sapere, l’insegnante è mosso dalla disciplina che insegna.
Per la passione del sapere, l’aspetto chiave per trasmettere sapere è di avere una propria passione per il contenuto di quella data disciplina che rappresenta l’insegnante. Quindi bisogna che l’insegnante non abbia scelto la materia che insegna come una delle cose che poteva fare nella vita, ma che abbia una passione nei confronti di quella materia. Per esempio, personalmente, sono sempre colpito e commosso soprattutto dalle materie scientifiche e dagli scienziati che quando parlano coinvolgono lo studente in uno straordinario mondo e riescono a suscitare emozioni anche in queste discipline, apparentemente “aride”.
L’insegnante, con tattiche didattiche e per svariate difficoltà, si fa carico della passione dello studente.
La passione per l’insegnamento è soprattutto passione per l’essere umano. La passione vera del giovane a cui si trasmette il proprio sapere deve essere caratterizzata dal fatto che lui raccolga questo sapere e lo trasformi in qualche cosa di più ricco che nemmeno ci si aspettava. Le difficoltà consistono soprattutto nell’essere generosi, nel sapere tirarsi indietro quando è necessario e nel lasciare spazio a colui che impara perché colui che insegna e chi recepisce l’insegnamento abbiano la stessa dignità e per fare questo spesso bisogna mettersi in gioco e in questione costantemente e questo è faticoso.
La scuola non è più interessante.
La scuola oggi tende ad essere meno interessante perché viviamo in una società complessa e agita da molte forze che comunicano informazione tra cui la più devastante e la più perniciosa è la televisione e certe forme di Internet perché è uno strumento poderoso. Il problema è quello di ingenerare la cultura verso l’interesse della trasmissione di sapere, mentre, al contrario, si predilige la trasmissione di informazione economica e tecnica per guadagnare quattrini. Attualmente la questione più importante non è possedere sapere per la bellezza del sapere, ma avere sapere solo quel tanto che serve a fare quattrini. Già all’interno della famiglia il giovane non riceve un’educazione basata su valori forti, quali l’apprendimento, la lettura, lo studio, ma riceve una costante relazione con il mezzo mediatico. Nel mondo ebraico i bambini venivano educati e avviati allo studio all’età di tre anni e si comunicava la passione per lo studio, per il ragionamento, per l’argomentare e il conquistare la ricchezza del pensiero. Oggi nessuno fa questo con i propri figli. Allora la scuola deve adeguarsi alla società e quindi impoverirsi.
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NOTE
BIBLIOGRAFIA
Moni Ovadia, L' ebreo che ride. L'umorismo ebraico in otto lezioni e duecento storielle, Einaudi, Stile libero, 2008. 224 p., € 11,00
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