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INTERVISTE
Massimo Cacciari

La confusione dialogica

Intervista con Massimo Cacciari

(Laura Tussi)

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La logica della Shoah è del tutto straordinaria rispetto ad ogni genocidio commesso e perpetrato nel passato. La Shoah ha degli elementi e degli aspetti anche culturali e anche religiosi e filosofici assolutamente peculiari. Quindi la Shoah non è ripetibile e riproducibile: è qualcosa di unico, di estremo e irripetibile e non per la quantità di vittime, ma per aspetti meramente qualitativi, in cui il male si è presentato in una forma eccessiva, esclusiva e irripetibile.

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ato a Venezia il 5 giugno 1944 Massimo Cacciari, figura di spicco nel campo della politica quasi quanto in quello della filosofia, frequenta l’università a Padova. Si laurea con una tesi sulla Critica del Giudizio di Kant, divenendo presto assistente del professor Dino Formaggio presso la cattedra di Estetica.

Un interesse parallelo per gli studi di architettura gli aprono la strada verso la laurea honoris causa in Architettura conferita dall’Università di Genova, il 15 ottobre 2003. Nel 1990 pubblica la sua opera più importante, Dell’Inizio, Adelphi (nuova edizione nel 2001), in cui avvia la sistematizzazione della propria filosofia che troverà, dopo aver indagato, in Geofilosofia dell'Europa e nell'Arcipelago, l’irriducibile pluralità delle radici culturali presenti nel paesaggio europeo, nel volume Della cosa ultima, Adelphi, 2004, il proprio compimento.

Dal 1993 al 2000 è Sindaco di Venezia e deputato europeo. Sarà di nuovo sindaco dal 2005. Nel 2002 fonda la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, presso la quale è ordinario di Estetica. Nel 2004 istituisce a Milano un Centro di Formazione Politica.

Ha ricevuto dall’Accademia di Darmstadt il premio per la diffusione della cultura tedesca all’estero, la Medalla de Oro del Circolo delle Belle Arti di Madrid e il premio Hannah Arendt per la filosofia politica.

La sua ricerca filosofica prende avvio dallo studio del “pensiero negativo”, anti-dialettico, tra Schopenhauer e Nietzsche, ma nei suoi ultimi lavori, la problematica filosofica si intreccia con quella teologica.

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D. Come colloca la Sua storia di formazione rispetto al personale impegno politico, sociale e culturale?

L’impegno politico e culturale si è svolto insieme alla mia formazione e mi sono formato anche tramite l’impegno politico e culturale: vi è un’assoluta complementarità. L’impegno politico non è sopraggiunto, ma è stato intrinseco alle primissime letture, ai primi incontri, e ai giovanili interessi sia filosofici che culturali.

D. Come può il centro sinistra far fronte alle nuove ed incombenti sfide dettate da una società e da un mondo sempre più globalizzanti, segnati da diversità multiculturali e dalla coesistenza di variegate culture e differenti modi di essere e di pensare?

Il problema non è solo del centro sinistra, è di ognuno di noi, è anche del centro destra. E’ evidente che il mondo non è più semplicemente suddivisibile in civiltà, in classi sociali, ma il pianeta è sempre più un insieme confuso o apparentemente confuso di elementi, per cui occorre cercare di rendere questa confusione “dialogica”, perché altrimenti, prima o poi, catastrofizza e scade nel conflitto, così occorre che queste distinzioni di cultura, di linguaggio, di civiltà, di religione diventino elementi di un rapporto dialogico. Per ottenere questi risultati è necessario intendersi, comprendere le rispettive diversità di linguaggi, saper tradurre una lingua in un’altra, saper costruire analogie: il problema si affronta davvero con una vera cultura dialogica, altrimenti si ottiene o la guerra o l’omologazione universale, ed entrambe le soluzioni non sono adeguate.

D. Le ultime guerre in medio oriente fanno intravedere diverse tipologie di dittatura capitalista. Quali ne sono le caratteristiche e le negatività più salienti?

La dittatura è una categoria politica assolutamente occidentale. Nessun Paese islamico si definirebbe dittatoriale e propriamente, secondo le nostre categorie, nemmeno è tale. Gli elementi dittatoriali sono stati tutti importati da noi occidentali. Alcuni partiti politici di carattere estremistico, presenti in Siria e anche in Iraq, sono di matrice nazionalista, di stampo occidentale. Quando si ha a che fare con delle dittature, quasi sempre sono importate da modelli politici occidentali. Non è possibile definire “dittatura” quella dell’Arabia Saudita, anche se è repressiva, perché da un punto di vista politico e formale non è una dittatura, ma sono regimi del tutto peculiari, particolari, che non hanno nulla a che vedere con i regimi democratici occidentali: né la Giordania, né l’Egitto, né il Marocco, sono dittature, pur sussistendo alcuni aspetti che possono ricordare le democrazie liberali. Quindi sarebbe improprio parlare di democrazie liberali per quei paesi dove il sistema si basa su elezioni e parlare di dittatura per quei paesi dove sono presenti elementi assolutamente autoritari.

Dunque bisogna analizzare i vari regimi secondo i particolari principi, la loro storia e non tutto secondo i modelli occidentali.

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D. La Shoah ha precipitato l’umanità verso un abietto declino. Cosa occorre attualmente per esorcizzare ogni spettro di genocidio, stillicidio, di conflitto armato e di negazione di ogni tipologia di diversità all’interno del tessuto sociale? Esistono strategie politiche certe e determinate da parte dei partiti progressisti per far fronte a queste terribili evenienze?

La Shoah è un evento per tanti aspetti e motivi completamente straordinario. Non esistono esempi di genocidi comparabili. La logica della Shoah è straordinaria rispetto ad ogni genocidio commesso e perpetrato nel passato. La Shoah ha degli elementi e degli aspetti anche culturali e anche religiosi e filosofici assolutamente peculiari. Quindi la Shoah non è ripetibile e riproducibile: è qualcosa di unico, di estremo e irripetibile e non per la quantità di vittime, ma per aspetti meramente qualitativi, in cui il male si è presentato in una forma eccessiva, esclusiva e irripetibile. Per evitare genocidi o comunque politiche di sterminio è necessaria una cultura che sappia riconoscere nella “distinzione”, non un ostacolo o un impedimento o chissà quale grande unità o alleanza, ma un elemento che arricchisce ognuno dei partecipanti alla discussione. La distinzione è un elemento attraverso cui si elabora e si costruisce la propria specifica identità che non costituisce un ostacolo, ma è il processo attraverso cui definisco l’identità.

Questa è la cultura per sopportare e tollerare, nel senso più pregnante del termine, la complessità del mondo contemporaneo. Se di fronte a questa complessità ci si arrende e si propugna la strategia di ridurre il complesso, lo renderemo sempre più ingovernabile, perché la complessità è implicita e sussiste nelle cose, non è l’effetto di una cattiva politica o di una maldestra intenzione.

D. Quanto la Shoah è figlia del Cristianesimo?

Vi è una drammatica e tragica componente della storia e della teologia cristiana assolutamente, radicalmente e violentemente antigiudaica, prima ancora che antisemitica e questo caratterizza celebri passi di grandi Padri e Dottori della Chiesa, sia nel versante cattolico, sia nel versante protestante e ortodosso. Quindi sussiste un peccato profondo, radicale, di cui il Papa ha chiesto perdono. Sarebbe assolutamente sbagliato porre in lineare continuità questo antigiudaismo, che caratterizza ed è presente con forza in tanti momenti della storia della cristianità, con la Shoah. Sarebbe proprio un errore, un drammatico controsenso. Questo non per rimuovere o ridurre la colpa e il peccato che la cristianità ha commesso e di cui il Papa ha chiesto appunto perdono, ma per un altro motivo, ossia che non sussiste questa continuità. L’antigiudaismo di Hitler non ha affatto quelle stesse basi teologiche proprie dell’antigiudaismo della cristianità, anzi nel disegno di Hitler era chiarissimo che dopo la fase di soppressione e di eliminazione dell'elemento giudaico era necessario e si doveva passare ad una fase radicalmente e dichiaratamente di lotta alla cristianità e al cristianesimo. Le radici dell’antigiudaismo di Hitler hanno tuttaltre origini, ossia matrici di un certo gnosticismo, di un certo paganesimo gnostico, comunque assolutamente anticristiane. I grandi teologi e testimoni cristiani avevano avvertito immediatamente anche la Santa Chiesa, di fare attenzione alla guerra finale di Hitler che era proprio contro la cristianità. Quindi radicalmente e culturalmente è sbagliato porre una qualunque continuità tra cristianesimo e Olocausto. Certo, il fatto che sussistesse una tradizione antigiudaica ha facilitato i compiti di Hitler, senza dubbio, perché la società tedesca non era come quella italiana e francese, non avevano gli anticorpi contro il messaggio antigiudaico e questo è colpa della chiesa e della cristianità. Invece, l’antigiudaismo nazista o di certi fascismi dei Balcani, si colloca in un contesto razzistico, ma questo è l’opposto di tutta la tradizione cristiana che appunto è antigiudaica per il peccato commesso da Israele, ma nello stesso tempo i cristiani sono sempre stati per il melting-pot, sono i cristiani quelli che creano l’Europa medievale proprio mettendo insieme, come dice Agostino, uomini di tutte le razze, di tutte le lingue e questo dimostra che il cristianesimo non è mai stato razzista, assolutamente: il messaggio universalistico cristiano dice “bisogna andare alle genti”. La cristianità è responsabile dell’olocausto solo nel senso che non è riuscita a creare anticorpi e resistenze forti contro l’antigiudaismo nazista.

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NOTE
La foto di Massimo Cacciari è © di Baracchi, Campanini, Marchetti.



BIBLIOGRAFIA

Milano, 2007-07-23 16:01:18

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«[...] nessuna formula giuridica può garantire davvero contro l’eventualità di una “riconquista” cristiana dello Stato, contro i tentativi di instaurare lo “Stato cristiano” che era nei sogni del papato dell’Ottocento (mentre un analogo reciproco non potrebbe avvenire al contrario, nel rapporto dello Stato verso la Chiesa, fintanto che il primo si mantenga fermo ai suoi principî di libertà: un’assimmetria a tutto danno dell’autorità dello Stato).»

(Gustavo Zagrebelsky, Contro l’etica della verità, Later

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