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CONTRIBUTI
Thomas Bernhard

Il fuoco dentro

Uno sfacelo

(Redazione Virtuale)

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La parola 'Estinzione' evoca l'immagine di un incendio esaurito, per quanto, nel romanzo di Thomas Bernhard, si riferisca anche alla scomparsa di una discendenza, un casato nobiliare colluso con il nazismo, che possiede terre, immobili, personale, ed ha accumulato rancori, incomprensioni, inimicizie. Di certo c'è che la prosa esagerata di Bernhard infiamma le pagine di questo romanzo e brucia indomabile dalla prima frase all'ultimo imprevedibile epilogo

    «Voglio cominciare a mettere per iscritto tutto ciò che, riguardo a Wolfsegg, non mi da pace, tutto ciò che riguarda Wolfsegg.»

    «Quel giorno ho detto a Gambetti che l’arte dell’esagerazione è un’arte del superare, superare l’esistenza così come l’ho in mente io, ho detto a Gambetti. Sopportare l’esistenza, ho detto a Gambetti, renderla possibile con l’esagerazione, infine con l’arte dell’esagerazione.»

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l protagonista di Estinzione ha quarantotto anni e vive a Roma, che «per la testa dell’antichità [...] è stata la città ideale, per la testa d’oggi è di nuovo la città ideale e, nella caotica situazione che oggi regna qui, a maggior ragione», ed è la città dove ha scelto di vivere.

Vi svolge una professione antica, emblematica, come insegnante di tedesco ma, in realtà, come precettore del suo unico allievo, rampollo di una ricca famiglia della borghesia cittadina. Come il suo autore – Thomas Bernhard (1931-1989), nato in Olanda da genitori austriaci – proviene dalla vicina Austria, che mostra di detestare.

La verità è che riceve per il proprio mantenimento, dalla natia Wolfsegg, la casa che ha lasciato e alla quale non vorrebbe mai più fare ritorno, una «somma spropositata», più volte rinfacciatagli dai famigliari, rimasti a governare l’immensa proprietà e ostili al suo stile di vita intellettuale e cosmopolita («La parola Italia è sempre stata anche per i miei sinonimo di situazione caotica, del paese dalla situazione caotica per eccellenza, e spesso mi hanno chiesto perché io mi sia per così dire trasferito proprio in Italia, dove da decenni regna la situazione più caotica in assoluto»). Una somma che gli permette di vivere in uno dei più bei palazzi romani, in un appartamento prospicente il Pantheon, in piazza della Minerva. «Se i miei genitori sapessero quanto Lei è ricco», gli confesserà l’allievo, «non le pagherebbero nulla, non mi permetterebbero di prendere lezione da Lei».

L’autore ci rivela l’identità del suo protagonista con una di quelle acrobazie letterarie che gli estimatori di Thomas Bernhard hanno imparato a conoscere. Nella proposizione che dà inizio alla narrazione scrive: «Dopo il colloquio con il mio allievo Gambetti, col quale mi sono incontrato il ventinove al Pincio, scrive Murau, Franz Joseph,...». Un artificio che costringe subito il lettore a un passo indietro logico, come una parentesi graffa all’inizio dell’equazione; una presa di distanza – che è prima di tutto dell’autore – da una narrazione in prima persona, uno stream of consciousness che caratterizza i due capitoli del romanzo dall’inizio alla fine, senza soluzione di continuità e senza andare mai a capo! “Bernhard scrive che Murau scrive che...”. Alla fine del romanzo, la parentesi verrà puntualmente richiusa con un altro «... scrive Murau (nato nel 1934 a Wolfsegg, morto nel 1983 a Roma)...».

*

Un incipit e una conclusione che si presentano, nella loro formulazione burocratica, con la fredda formalità di un memoriale estratto dallo scaffale di uno studio notalile, in perfetta sintonia con il titolo, di cui vedremo tra un momento.

A parte questo, la narrazione ci travolge con l’impeto di una piena che trascina ponti e ogni cosa che incontra porta con sé: famiglia, religione, società, cultura... Come con l’ultimo fiotto di una corrente sanguigna, generato da un estremo battito cardiaco, in un ultimo infinito istante davanti agli occhi ricompare tutta una vita, il flusso della coscienza fa i conti con i conflitti irrisolti che il protagonista da sempre coltiva nei confronti degli affetti, del paese in cui è nato, nei confronti della religione e persino della propria cultura linguistica.

Un testamento spirituale, quindi, che nomina pochi eredi, ridimensionando alquanto la quota spettante ad altri legittimi aventi diritto.

    «Io non sono propriamente uno scrittore, sono un mediatore di letteratura, per la precisione di quella tedesca [...] Gli scrittori, tutti quanti, sono le persone più repellenti che esistano [...] che poi i miei scritti siano stati pubblicati qui e là, è una cosa di cui mi pento. [...] Nessuno tranne Maria è in grado di farmi capire che i miei manoscritti non valgono nulla, che sono da buttare nel fuoco.»

Insomma, Estinzione si presenta come un immenso falò, un gigantesco incendio appiccato da un piromane lucidamente pazzo, che fa piazza pulita di tutto quanto può bruciare, risparmiando solo pochi monumenti e lasciando alquanto anneriti anch’essi. Il titolo suggerisce proprio questo: l’esito di un rogo che si risolve estinguendosi da sé, quando ormai non è rimasto più nulla da bruciare, lasciando un panorama desolato. Estinzione significa anche l’esaurimento di un ceppo di discendenza, la scomparsa simultanea, nel caso specifico, dei genitori e di un fratello “grande” e scapolo, erede designato, che lascia sopravvissuti «proprio coloro che mai si è pensato potessero sopravvivere»: un uomo di mezza età minato nel fisico (e nello spirito, verrebbe d’aggiungere) e due sorelle ormai sterili. L’Estinzione lascia dietro di sé un patrimonio, inutili rimpianti e irredimibili rancori.

    «L’infanzia è stata usata e consumata da me fino in fondo, pensai, svenduta per due soldi, pensai. Ho sfruttato l’infanzia fino all’ultimo. Cerchiamo dappertutto l’infanzia e dappertutto non troviamo altro che il famoso vuoto assoluto pensai, quando entriamo in una casa in cui nell’infanzia abbiamo trascorso ore o addirittura giorni tanto felici, crediamo di guardare dentro quell’infanzia, e invece guardiamo dentro quel famigerato vuoto assoluto, pensai.»

*

Si salvano pochi amici: l’allievo Gambetti, rivoluzionario in erba, bombarolo in potenza; Eisemberg, compagno di studi, «fratello nello spirito», nonché rabbino di Vienna; Zacchi, «eccentrico filosofeggiante», mentore del protagonista; Maria, personificazione della poetessa Ingeborg Bachmann, nella cui opera l’autore riversa un’illimitata considerazione; Spadolini, «lo splendente», il vescovo gigolò, il «pericoloso» Spadolini, che va a letto con la «spudorata» madre di Murau e da lei si fa offrire viaggi tropicali e abiti sofisticati. L’ambiguo Spadolini possiede una mente brillante e una connaturata disposizione alla diplomazia, il che gli permette di girare il mondo e fare una carriera fulminante in Vaticano.

    «Spadolini non è una persona a cui si possa rinunciare, quale che sia la nostra opinione di una persona simile noi non vogliamo farne a meno, poco importano i danni che quella persona provoca, così io a Gambetti»

Forse perché Spadolini è talmente spregiudicato, si può permettere delle opinioni obiettive e originali, andreottiane, come quelle che elargisce sulla «gravissima» situazione italiana negli anni Settanta. «Un’epoca inquieta, spaventosa» ma anche «la più interessante che l’Italia abbia mai conosciuto».

E rimangono, ancora più defilati e “decimati” i parenti graditi: l’idealista cugino Alexander, fuoriuscito a Bruxelles, la zia di Titisee, esiliata nella Foresta Nera, oltre al ricordo dell’insostituibile e mai abbastanza compianto zio Georg, uomo libero, padre spirituale del protagonista e segreto edificatore della sua educazione liberale. Tutti quelli che valgono qualcosa, per Murau-Bernhard, si sono sottratti all'influenza nefanda di Wolfsegg.

Quindi ci sono i libri, che nel corso della narrazione, con la loro discreta ma significativa presenza occupano un ruolo da comprimari. Contribuiscono a caratterizzare la scena, colmano di contenuto il messaggio che l’autore sembra voler trasmettere al lettore, un lascito che si desideri impreziosire con qualcosa di unico e imperdibile.

Così la vicenda prende avvio dopo un colloquio tra il precettore e Gambetti, nel corso del quale il protagonista consegna al giovane cinque libri. Si tratta di Siebenkäs, di Jean Paul; Il processo di Franz Kafka; Amras di Thomas Bernhard (sic); La portoghese di Musil; Esch o l’anarchia di Brock. Si capisce che non si tratta di titoli sparati a caso, ma di una cinquina di libri da salvare, tanto più che in prospettiva si delinea l’opportunità di discutere con l’allievo di due o tre altri titoli, che insieme ai primi cinque – e ad altri successivamente (tra cui Il mestiere di vivere di Pavese) – ricompaiono tra le pagine di Estinzione: Le affinità elettive di Goethe e Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer, Effi Briest di Fontane, Malattia mortale di Kirkegaard, la poesia di Heine e della Bachmann...

*

E’ così dopo questo colloquio, rincasando dal Pincio in Piazza della Minerva, che il protagonista trova il telegramma che lo informa della tragedia avvenuta. Notizia che necessita di qualche ora per depositarsi pienamente nella coscienza dell’uomo, tempo che egli trascorre nella contemplazione, alternativamente, dell’impareggiabile paesaggio che gli si offre dalla finestra di casa e nell’esame di tre fotografie raffiguranti i genitori nell’atto d’imbarcarsi, in perfetta tenuta Burberry, alla Stazione Vittoria di Londra, sul treno diretto a Dover; una seconda ritrae il fratello sulla sua barca a vela sulle rive del Wolfgangsee; la terza riproduce una smorfia «beffarda» sulle labbra delle sorelle, immortalate di fronte alla villa di Cannes dello zio Georg («Non ho sorelle, mi dissi, ho soltanto le loro facce beffarde»).

L’osservazione di queste istantanee, che occupa tutta la prima parte di Estinzione, darà adito a una serie di considerazioni «esagerate», che rappresentano la cifra stilistica più genuina di questo autore, assai poco amato in patria. Mentre la seconda parte sarà passata da Murau nei preliminari e nello svolgimento del coreografico funerale, in cui egli farà i conti vis à vis con tutto ciò che, del paese in cui è nato e cresciuto, detesta maggiormente, fino all’imprevedibile epilogo.

Pensandoci bene, con Estinzione Thomas Bernhard ha anche prodotto un'opera nel canone della più pura Neoavanguardia. Il romanzo è scritto in prima persona; le riflessioni che contiene oscillano, tra una trama cronachistico-cinematografica, la critica letteraria e la teoria del romanzo; manifesta un approccio marcatamente multidisciplinare, tra letteratura, filosofia, musica, arti figurative, scienze sociali e teoria dell'informazione. Inoltre, il binomio costruito tra il "precettore" e il "giovin signore" suggerisce una strizzata d'occhio a una figura tra le più care ai componenti del Gruppo 63: Giuseppe Parini. Il cosmopolitismo che pervade la personalità del protagonista è un elemento a sostegno di questa prospettiva.

La stesura del romanzo precede di qualche anno l'ultima opera dell'autore – A colpi d'ascia. Una irritazione (Holzfällen. Eine Erregung), che determinerà la clamorosa e risentita ostilità della comunità intellettuale viennese al suo completo nei confronti dello scrittore – ma ne rappresenta il testamento letterario e verrà pubblicato successivamente, dopo un periodo di più profonda valutazione.

    «E la mia arte dell’esagerazione io l’ho sviluppata fino a vette incredibili, avevo detto a Gambetti. Per rendere comprensibile una cosa dobbiamo esagerare, gli avevo detto, solo l’esagerazione dà alle cose forma visibile, anche il pericolo di essere presi per pazzi non ci disturba più, a una certa età. Non c’è nulla di meglio, a una certa età, che essere dichiarati pazzi.»

    «Il segreto della grande opera d’arte è l’esagerazione, ho detto a Gambetti, il segreto del grande pensiero filosofico altrettanto, l’arte dell’esagerazione è, in assoluto, il segreto dello spirito, ho detto a Gambetti, ma poi abbandonai quel pensiero, senza dubbio assurdo, che a un esame ancora più attento, senza dubbio, doveva per forza rivelarsi il solo giusto, mi allontanai dalla casa dei cacciatori in direzione della fattoria, e mi avviai verso la villa dei bambini, pensando intanto che era stata la villa dei bambini a farmi venire in mente quegli assurdi pensieri.
    Estinzione, ho pensato mentre dalla villa dei bambini tornavo alla fattoria, perché no.»


Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato su questo autore:



NOTE
Ritratto di Thomas Berhard, (Herleen, Olanda 1931 - Ohlsdorf, Austria 1989).
Vista dalle alture di Wolfsegg
Wolfsegg am Hausruck, Austria, Castello.
Roma, Piazza della Minerva.



BIBLIOGRAFIA
Thomas Bernhard, Estinzione. Uno sfacelo (Auslöschung. Ein Zerfall 1986) Adelphi, 1989

Milano, 2008-06-13 20:30:37

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