VIAGGIO NEL MONDO DI THOMAS MANN - IL ROMANZO PEDAGOGICO – LA MONTAGNA INCANTATA

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Viaggio nel mondo di Thomas Mann

Il viaggio significa separazione, e ricerca di significati e di risposte
Di Annamaria Fabiano

Tra la visione di un’origine felice e l'esperienza della solitudine, il romanzo pedagogico si focalizza sul secondo: il momento della separazione. Chi è rappresentato è il giovane che lascia la casa e va nel mondo, incontro a seduzioni fisiche, morali e intellettuali, per ricercare significati e risposte. Il pensiero dell’educazione è per Mann l’espressione più alta dell’amore dello spirito verso la vita.

Thomas Mann allo scrittoio
(Monaco, 1903)
l romanzo pedagogico solitamente inizia con un viaggio, perché il viaggio significa separazione da qualcosa e, conseguentemente, ricerca, di significati e di risposte.

Durante il viaggio, ogni avvenimento anche piccolo si riveste di importanza, perché diventa esperienza. Fuori dal proprio ambiente, distaccato spiritualmente e psicologicamente dal proprio terreno, colui che “è” fuori si trova in una particolare situazione interiore: è disposto ad accogliere, a ricevere informazioni, a lasciarsi trasportare da situazioni nuove. Naturalmente il viaggiatore/allievo tende ad assorbire quanto può far presa sulle sue attitudini particolari: diventa così il primo agente di trasformazione di se stesso e dunque è più corretto parlare di autoeducazione o autoformazione.

Secondo quanto Mann scrive nel suo saggio su Goethe, la tendenza autobiografica dello scrittore, giungendo attraverso la confessione alla autoeducazione dell’individuo, si volge all’esterno, diventando educativa. «La vocazione educativa del poeta scrittore può definirsi come una problematicità che vuol confessarsi, come qualche cosa di non comune, e che tuttavia è destinato a diventare un’espressione tipica di ciò che, dal punto di vista umano, è universale […]. Brevemente formulando potrebbe dirsi: lo scrittore è l’educatore che si è formato per mezzo delle più singolari esperienze e la cui educazione va di pari passo con la lotta contro se stesso. È un confluire della vita interna con l’esterna, un contrastare con il proprio “io” e nello stesso tempo con il mondo. Un’educazione che voglia essere puramente obiettiva, che parta dal presupposto della propria formazione, non è invece che vuota pedanteria» (Thomas Mann, Goethe scrittore in Nobiltà dello Spirito).

Il pensiero dell’educazione è per Mann l’espressione più alta dell’amore dello spirito verso la vita. Lo scrittore si confessa: al suo personaggio, che viaggia simbolicamente, offre le esperienze intellettuali e umane che lui stesso ha potuto fare, prestando le proprie convinzioni ora all’uno ora all’altro dei pedagoghi, così come lui stesso scrittore la ha attinte da svariate fonti, nel corso della sua vita formativa.

Il “suo” personaggio volge il capo qua e là come lui stesso faceva: prova a scegliere e prova a rifiutare, è trascinato e subito dopo respinto; è affascinato e poi indispettito dal sofistico relativismo delle dispute di cui è testimone. Ma nessuno di coloro che tentano di guadagnarlo alla propria causa riesce infine ad avere la meglio: il personaggio principale è lui, che sta formando se stesso e che ha diritto alla scelta finale, o alla non scelta.

Il viaggio, che significava separazione da qualcosa, può anche concludersi con una non soluzione, accompagnata dalla certezza che le possibilità di riflessione esistenziale sono infinite.

Lo scrittore confessa la sua vicenda spirituale, racconta come è diventato tale, e lo fa in chiave simbolica: è naturale che in tal modo le cose, i fatti, le persone, gli avvenimenti siano accarezzati dal tocco leggero dell’ironia, l’assurdo e il grottesco giocano ruoli fondamentali, i paesaggi si modellano in maniera pregnante agli umori e preparano le novità; le ripetizioni di concetti e frasi o parole assumono valore, così come nelle sinfonie musicali capita ai motivi conduttori.

Tratteggiando gli aspetti essenziali del “romanzo pedagogico”, Fabrizio Ravaglioli spiega che nella storia vi sono degli atti che si ripetono infinite volte, in mille variazioni. Se un primo atto è rappresentato dalla visione di un’origine felice, un secondo rappresenta l’esperienza della solitudine. Atto tragico, a cui segue la separazione e quindi la caduta nell’abisso, da cui saggiamente ci si può rialzare, se si ascoltano gli ammonimenti dei saggi. Il romanzo pedagogico sarebbe attratto dal secondo momento, quello della separazione: e difatti chi è rappresentato è il giovane che lascia la casa e va nel mondo, incontro a seduzioni fisiche, morali e intellettuali.

Nel mondo allegorico di Tolkien, Frodo parte da casa portando con sé l’Anello del Potere da bruciare sul Monte Fato, e in quello di Andersen Gerda raggiunge la cima del mondo, attraversando “situazioni” allegoriche di ogni genere, allo scopo di salvare Kai dalla scheggia di vetro diabolico…e dal suo viaggio tornerà adulta, maturata dall’esperienza del dolore e degli ostacoli da superare.

Vediamo cosa scrive Mann stesso nel paragrafo Arrivo. «Due giornate di viaggio allontanano l’uomo ( e specialmente il giovane che non ha ancora salde radici nella vita) dal suo solito mondo, da ciò che egli chiama i suoi doveri, i suoi interessi, le sue preoccupazioni e aspirazioni, lo allontanano più di quanto egli stesso abbia potuto immaginarselo durante il tragitto in carrozza da casa alla stazione. Lo spazio che ruzzola via fuggendo tortuoso e si interpone fra lui e il suo luogo di residenza ha in sé forze che di solito si credono riservate al tempo; d’ora in ora esso dà origine a interni mutamenti, molto somiglianti a quelli generati dal tempo ma che in certo qual modo li sorpassano. Come quest’ultimo genera dimenticanza, ma lo fa sciogliendo la personalità dell’individuo dai suoi rapporti e ponendolo così in una situazione libera e iniziale; perfino del pedante e del grasso borghese esso fa in un volger di mano qualcosa come un vagabondo.

Si dice che il tempo è il Letè, ma anche l’aria delle lontananze è un’acqua simile e se i suoi effetti hanno minore intensità, sono però di tanto più rapidi» (Thomas Mann, La montagna incantata).

Acqua della dimenticanza: il Letè nel quale si tuffa il pellegrino per purificarsi e ricominciare. E «lo spazio che ruzzola via fuggendo tortuoso» può rappresentare ogni meandro vitale in cui si cela una nuova possibilità, il punto di partenza per un nuovo momento, spazio vitale che modificandosi di passo in passo, sposta anche le prospettive e acutizza la capacità di penetrazione nell’ignoto, priva della sicurezza e offre l’avventura e con essa la possibilità di cadere e insieme quella di rialzarsi redenti. Ma, spiega ancora Ravaglioli, la redenzione finale fa parte di un programma filosofico ascetico-medioevale, quello in cui si lotta e ci si barcamena sotto il segno della rinuncia terrena, in vista del premio futuro.

Castorp è un protagonista, più che un eroe, del XX secolo, momento in cui appare molto difficile approdare a una comprensione del reale, conciliando le antitesi.

Ma chi è Hans Castorp? Vediamo subito come lo definisce Mann stesso nel paragrafo In casa Tienappel. E della situazione morale di Giovanni Castorp.

«Nessuno poteva dubitare che Giovanni Castorp non fosse un prodotto genuino del suolo locale ed occupasse brillantemente il suo posto nel mondo […]. Egli respirava l’atmosfera della grande città marinara, quella umida atmosfera di traffico e di benessere che era stata la gioia dei suoi padri, in profonda armonia con essa, la respirava come una cosa naturale ed anche con piacere. Con l’odorato pregno d’esalazioni d’acqua, di carbone, di catrame e dell’odor di coloniali ammonticchiati, egli vedeva sulla banchina del porto mostruose gru che spiegavano la servizievole intelligenza […]. In questo era un genuino prodotto del suo suolo, nel fatto cioè ch’egli amava vivere bene, anzi, nonostante il suo aspetto raffinato ed anemico, era attaccato profondamente e internamente ai godimenti buoni e solidi della vita, come un buon lattante si attacca avidamente al seno della madre. Portava sulle spalle comodamente e non senza una certa aria dignitosa l’alta civiltà che la classe dirigente della democrazia cittadina dei commercianti aveva lasciato in eredità ai suoi figli […]. Giovanni Castorp non si poteva chiamare né un genio né uno sciocco, tuttavia noi non lo chiameremo mediocre, e ciò per motivi che non hanno nulla a che vedere né con la sua intelligenza né con la sua semplice persona, ma per rispetto al suo destino cui siamo inclini ad ascrivere un certo significato super-personale. La sua intelligenza bastava, senza soverchie fatiche, alle esigenze del ginnasio. Del resto egli non era mai propenso alla fatica, in nessuna circostanza e per nulla al mondo. E ciò non tanto per il timore di farsi male, quanto perché non vedeva alcun motivo che ne valesse la pena. Per esprimerci più esattamente diremo che non vedeva alcun motivo imprescindibile per giustificare l’impiego eccessivo di forze, ossia la fatica. Ecco perché non vorremmo chiamarlo mediocre, perché in qualche modo egli intuiva la mancanza di tali motivi. L’uomo non vive soltanto la sua vita personale come individuo singolo ma, consapevolmente o inconsapevolmente, vive anche quella della sua epoca e del suo ambiente […] e quando l’elemento impersonale che lo circonda, l’epoca stessa, nonostante tutta l’operosità esteriore manca in fondo di speranze e di mete […], non mancherà di produrre un certo effetto debilitante specialmente in persone di natura semplice e schietta, indebolimento che può espandersi dalla psiche anche alla parte fisica e organica degli stessi (Thomas Mann, La montagna incantata).

Castorp è dunque un giovane comune, ma non un mediocre; gli accade una storia “hegelianamente intesa”, cioè non nel senso di accadimento nello spazio e nel tempo, ma come racconto, storia narrata. Un giovane tedesco che non ama il lavoro, ma lo rispetta: si tratta di quel tipico rispetto di natura religiosa e morale che non esclude l’intima partecipazione emotiva. Egli non possiede né “solitudine morale” né “vitalità esuberante” un buon sigaro, tempo libero e scevro da fatiche e silenzio dentro costituiscono il suo terreno naturale. L’epoca in cui vive non offre scopi né speranze. Castorp è però diverso dagli altri, nonostante sia un giovane qualunque. La sua psiche indebolita, causa l’atmosfera dell’epoca, ha indebolito la sua parte fisica e organica, rendendolo preda del Male.

Ma cosciente di una sua non totale aderenza alla “pianura”, egli parte, si allontana, diretto a Davos, nel Canton dei Grigioni, per restare tre settimane in compagnia del cugino Gioachino ospite del sanatorio Berghof.

Tre settimane che si trasformeranno in sette anni, proprio come nelle favole…in compagnia delle fragili Ombre che popolano la montagna, segnate dal male, votate alla dissoluzione e alla decomposizione, estranee alla vita, prigioniere della valle dell’Incantesimo dove non v’è inizio né fine ed il prima e il poi, incontrandosi, danno il sempre e l’eterno in un anarchico abbandono del tempo a se stesso.

Egli è ormai nel mondo della conoscenza: in un primo momento frettoloso di riassumere il suo ruolo di cittadino e di professionista, è però profondamente avvinto, trascinato da una forza latente sui sentieri pericolosi dell’inazione, dove le opinioni anelano ad una loro autonomia, ad una canalizzazione.

Il mondo della conoscenza è dualistico e gli estremi si combattono senza tregua, ma una scelta appare nemica dell’umano oscillare, di fronte a Chi forse soltanto è “al di là del bene e del male”.

(FINE)
(torna a [«–– pagina 3/4] [««–– inizio articolo])


Questo saggio si compone, oltre al presente, di altri tre articoli: L'ambiguità di Thomas Mann; Dai Buddenbrook a La morte a Venezia; La montagna incantata.

Milano, 29 giugno 2002
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«Ho fatto un sogno, e all’alba lo ritrovo.
Parlavano gli uccelli, o in un uccello
m’ero, io uomo, mutato. Dicevano:
NOI DI BECCO GENTILE AMIAMO I FRUTTI
SAPORITI DEGLI ORTI. E SIAMO TUTTI
NATI DA UN UOVO.

Proprio il sogno d'un bimbo e d’un uccello..»

(Umberto Saba, Fratellanza da Mediterranee)



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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 14 dic 2006

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