Cosa resta oggi della preziosa eredità intellettuale di Leonardo Sciascia?

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L'eredità scomoda e preziosa di Leonardo Sciascia
(di Pasquale Vitagliano)

Orca
Leonardo Sciascia
Nonostante un notevole coinvolgimento personale, Leonardo Sciascia seppe mantenere un encomiabile (e scomodo) equilibrio civile che nel 1987, in un articolo sul «Corriere della Sera» dal titolo I professionisti dell’antimafia lo portò, lui, nemico dichiarato della mafia siciliana, a criticare un provvedimento che dotava i giudici che in Sicilia si occupavano di mafia di uno speciale requisito che li avvantaggiava nell'attribuzione delle cariche rispetto a colleghi di maggiore anzianità che però si occupavano di processi “normali”. Sulle prime sembrò una contraddizione che sollevò contro lo scrittore il sospetto di molti “sinceri” democratici, ma all'indomani della rivoluzione di “tangentopoli”, quando fu evidente la tentazione di sopperire con il giustizialismo alla crisi della I Repubblica, molti compresero a malincuore il significato di quella presa di posizione.
A vent'anni di distanza la situazione è, se possibile, peggiorata: due stragi hanno spazzato via i giudici Falcone e Borsellino, la crisi della I Repubblica ha partorito il fenomeno populista di Forza Italia, i ministri della giustizia “castigatori di giudici” e l'impunità che deriva dalla pena “non più certa”. Alcuni ventilano lo sgretolamento del contratto sociale.
Nella storia dei Misteri Italiani la mafia ha finito per diventare la misura di tutto. Con l’eccezione di Sciascia: gli altri scrivevano e scrivono romanzi sulla mafia, però, solo lui seppe portare la mafia dentro la sua narrativa e i suoi saggi bellissimi. Opere che partivano dall’Onorata Società, parlavano, in realtà, del “limite del mondo”. Cosa resta oggi della sua preziosa eredità intellettuale? Il lascito più rassicurante e politicamente corretto o le sue contraddizioni e le sue opinioni più scomode?


i mancano la penna e la spada di Leonardo Sciascia», ha scritto Vincenzo Consolo nel 2004 in un articolo su «Liberazione». Eppure, c’è il sospetto che al salotto buono della cultura italiana non manchi affatto quel “politicamente scorretto” che denunciò i “professionisti dell’antimafia”; quello che ebbe il coraggio di indicare nella figura del giudice-legislatore il pericolo di un potere fondato sulla virtù ma senza possibilità di verifica.

Non è possibile appropriarsi di Sciascia. «Di volta in volta sono stato accusato», diceva di se stesso, «di diffamare la Sicilia o di difenderla troppo; i fisici mi hanno accusato di vilipendere la scienza, i comunisti di avere scherzato su Stalin, i clericali di essere un senza Dio. (…) Il fatto è che i cretini, e ancor più i fanatici sono tanti; godono di una così buona salute non mentale che permette loro di passare da un fanatismo all’altro con perfetta coerenza».

La sua più tragica profezia è stata quella di intuire che il terreno sul quale si sarebbe realizzato il più grande incontro di questi fanatismi sarebbe stato la giustizia: la sua amministrazione, il ruolo dei magistrati, il loro inevitabile quanto pericoloso inserirsi nel vuoto della politica.

Due casi emblematici su tutti: il caso Tortora nel 1983 e il caso Sofri nel 1988: due affairs giudiziari che hanno dimostrato quanto l’Italia della manzoniana colonna infame non fosse molto lontana dall’Italia-da-bere di quegli anni. E neppure da quella di oggi: l’Italia della Seconda Repubblica, che Sciascia non ha potuto conoscere e giudicare.

Enzo Tortora (1928-1988) è il celebre conduttore di Portobello, primo esempio di tv verità, un programma che raggiunge 26 milioni di telespettatori di media. Uomo RAI dal 1956, ne viene più volte allontanato pe contrasti con la dirigenza. Il 17 giugno 1983, sulla base delle accuse di un pentito della camorra, viene arrestato e rinchiuso in carcere con imputazioni infamanti. Il 20 febbraio 1987 la Corte di Cassazione, al termine di un lungo e travagliato iter processuale, lo assolve.
E’ passato molto tempo dalla sua morte, il mondo è cambiato e la sensibilità sociale, forse, si è ribaltata. Un rimedio per i mali della giustizia? «Paradossale quanto si vuole, sarebbe quello di far fare ad ogni magistrato, una volta superate le prove d’esame e vinto il concorso, almeno tre giorni di carcere fra i comuni detenuti, e preferibilmente in carceri famigerate come l’Ucciardone o Poggioreale.» Immaginate se questa frase fosse stata pronunciata da Sciascia oggi, negli anni di Berlusconi, dei Girotondi e de Il Caimano.

Da che parte, dunque, starebbe oggi Leonardo Sciascia, il più lucido e severo intellettuale italiano della fine del XX secolo? Dalla parte della democrazia, della libertà e della giustizia, che per lui rischiavano di essere ridotti a “puri nomi”. Allora. Ed oggi?

Il 10 gennaio 1987 scoppiava il caso dell’articolo su I professionisti dell’antimafia. La tesi dell’articolo è semplice eppure rigorosa: «la soluzione dei problemi legati alla mafia dovrà passare attraverso il diritto, la legge, o non ci sarà soluzione, perché sarebbe come opporre alla mafia un’altra mafia, come avvenne durante il fascismo. Non si può fare antimafia lasciando che lo Stato, che le città marciscano nella corruzione e nel disservizio». L’antimafia può diventare strumento di potere: «può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando».

La forza di queste parole non stava solo nella lucidità dell’analisi. Ma, ancora una volta, nella potenza profetica, capace di scavalcare i confini stessi dell’oggetto della sua analisi. Cosa avrebbe detto, in piena tangentopoli, della via giudiziaria alla riforma della politica, della via carceraria alla lotta alla corruzione? Non avrebbero potuto quelle parole bene adattarsi anche a questo oggetto di analisi storica? Poteva esserci lotta vera alla corruzione e al malcostume senza rispetto del diritto, in nome di una solo presunta e proclamata virtuosità dell’azione giudiziaria, con tanto di tintinnio di manette?

Nella lotta alla mafia, Sciascia fu collocato dal coordinamento antimafia «ai margini della società civile». Dove lo avrebbero collocato i virtuosi dei girotondi? «Sciascia combatte Sciascia», scriveva Pansa, richiamando involontariamente un qualche tradimento dei chierici. E invece Sciascia era Sciascia. Come oggi, vent’anni dopo, Pansa non combatte Pansa, quando con i suoi libri ricorda gli eccidi del triangolo rosso e rivela le ombre della lotta partigiana, rimosse dalla retorica dell’antifascismo.

Va detto che lo difesero in pochi. La maggior parte degli intellettuali pretese l’abiura: se non ti piacciamo noi che combattiamo la mafia… Allora ti piace la mafia.

Sciascia rimase inflessibile. Anzi, dette A Futura Memoria il patrimonio di idee e battaglie che avrebbero dovuto costituire il suo non negoziabile lascito di pensiero e azione. Respingere il garantismo, quale richiamo non retorico, non intermittente ed equilibrato al diritto e alla costituzione, sarebbe stato un errore incalcolabile. Nella lotta alla mafia, come anche, malgrado la sua assenza, nella lotta alla corruzione politica.

«Preferirò sempre che la giustizia venga danneggiata piuttosto che negata», questa l’eredità più duratura, non solo di un uomo libero, ma di uno degli ultimi testimoni di una tradizione di pensiero critico ed autonomo, contro «l’intolleranza del pensiero totalizzante», come scriveva Piero Ostellino in quei giorni di polemica.

È curioso leggere sulla pagina che apre un libro che a Sciascia sarebbe piaciuto...

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[continua––» 2/2]

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 14 novembre 2006
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