Cosa resta oggi della preziosa eredità intellettuale di Leonardo Sciascia?

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L'eredità scomoda e preziosa di Leonardo Sciascia
(di Pasquale Vitagliano)


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(segue dalla [««–– pagina 1/2])

Nel luglio 1988, Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, ex militanti di Lotta Continua vennero arrestati, sulla base della testimonianza di Leonardo Marino che si autoaccusò di essere stato, con Bompressi, il sicario che nel 1972 a Milano assassinò il commissario di polizia Luigi Calabresi, su mandato di Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani. Al processo, iniziato nel 1990, emerse che Marino aveva intrattenuto colloqui notturni e non verbalizzati con i carabinieri, molti giorni prima della sua presunta "spontanea" confessione. Il processo si concluse con le condanne a 11 anni per Marino e a 22 anni per le persone che aveva accusato.
Da allora si sono susseguiti otto processi, con esiti contraddittori. Nel gennaio del 1997 Sofri, Bompressi e Pietrostefani hanno subito una condanna definitiva e sono entrati in carcere a Pisa. Marino ha avuto il reato prescritto senza scontare un giorno di carcere. La difesa si è battuta per ottenere la revisione del processo, portando nuove e clamorose prove della falsità dell'accusa. La revisione è stata accettata nell'agosto 1999 e i tre scarcerati, dopo due anni e sette mesi.
Al processo di revisione, svoltosi a Venezia tra la fine del 1999 e l'inizio del 2000, è stato dimostrato definitivamente il torbido percorso della "confessione" di Marino, nonché l'estraneità di Bompressi, e la fallacia dei sostegni delle sentenze di condanna. Ciò malgrado, i giudici veneziani hanno ritenuto di riconfermare le condanne, nello stupore di chi aveva seguito il processo e hanno ordinato il ritorno in carcere dei tre, ventotto anni dopo i fatti contestati.

curioso leggere sulla pagina che apre un libro che a Sciascia sarebbe piaciuto: «Un leggero spaesamento. Questa è la prima sensazione provata da chi, abituato per ragioni di mestiere a leggere processi inquisitoriali del ‘500 e del ‘600, si accosti agli atti dell’istruttoria condotta nel 1988 da Antonio Lombardi e Ferdinando Pomarici a carico di Leonardo Marino e dei suoi presunti correi.» Chi è abituato ad occuparsi di Inquisizione è lo storico Carlo Ginzburg. L’inchiesta è quella sull’omicidio Calabresi, per il quale Adriano Sofri oggi è in carcere. Il libro è Il Giudice e lo Storico, considerazioni in margine al processo Sofri. La presenza di Sciascia, dell’ombra e del riflesso del suo pensiero, te la porti accanto per tutta la lettura di questo libro, dall’inizio alla fine.

Quale giustizia, dunque? Questa è la domanda che ti resta nel fondo e si ripete ossessivamente. Può essa arrivare a negare se stessa proprio nel momento in cui raggiunge la punta più alto di sacrificio degli uomini che la incarnano?

A Consolo, come a noi tutti, Sciascia manca. Manca la sua lucida visione profetica. Ma sarebbe ben povera cosa se tra i suoi lasciti ci fosse principalmente la visione del fallimento del Psi: «quel partito socialista – sono parole di Consolo – che alla sua fine, come frutto avvelenato, ci avrebbe lasciato in eredità un uomo e un partito: Berlusconi e Forza Italia, del cui potere o strapotere tutti soffriamo e di cui ci vergogniamo».

E, invece, ci manca l’ostinata volontà di non chiudere mai il cerchio della comprensione dei fatti umani con rassicuranti e troppo corrette conclusioni; di rimandare la risposta ad ogni dilemma un po’ più in là, per mezzo di una nuova questione, di un nuovo dubbio, di una diversa osservazione. Ci manca la tenace forza di metterci continuamente in discussione.

Quando Sciascia riusciva ad anticipare quello che sarebbe accaduto nel nostro paese intorno agli anni ’70, lui si schermiva: «Non sono un profeta, ma leggo la realtà e due più due fa quattro».

Ecco allora che, dopo la battaglia sui “professionisti dell’antimafia”, avremmo voluto sentire la sua voce, la sua riflessione adagiarsi tormentata, eppure sempre lucida, sulle stragi di Capaci e di Via Amelio. Ricevere da lui, in quei momenti di smarrimento e di resa, un barlume di comprensione. Di ascoltare un ragionamento in grado di conciliare il garantismo con il sacrificio delle vite umane, il diritto formale con la giustizia quotidiana.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
Allo stesso modo, Sciascia ci è mancato al momento del crollo della politica, quando le monetine dell’Hotel Rafael consegnarono le istituzioni, nel vuoto di potere, all’azione delle Procure. Anche allora sarebbe stato decisivo ascoltare dalla sua voce come conciliare la separazione dei poteri con la degenerazione della partitocrazia; lo straripamento di potere dei giudici con l’incapacità della politica di auto-emendarsi. C’è stato, invece, il silenzio della ragione, nel rimpianto struggente di non avere alcuna voce capace di indicare una rotta, di indicarci, senza indulgenze, se sono stati più grandi i nostri torti o le nostre ragioni.

Ha scritto il filosofo Gustaw Herling che «per anni l’antimafietà è stata la misura di tutto. Con l’eccezione di Sciascia: gli altri facevano e fanno romanzi sulla mafia, però, solo lui seppe portare la mafia dentro la sua narrativa e i suoi saggi bellissimi.» Opere che partivano dall’Onorata Società, in realtà, parlavano del “limite del mondo”.

«Contraddisse e si contraddì», diceva Leonardo Sciascia di se stesso. E questa è la sua più stringente eredità. Ed ancora, con le parole di Candido Munafò, «la morte è terribile non per il non esserci più ma, al contrario, per l’esserci ancora e in balia dei mutevoli sentimenti, dei mutevoli pensieri di coloro che restano» (Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia). Ci ha lasciato il coraggio di fare i conti con il limite umano; con i suoi libri e i suoi articoli ci ha condotto per mano su quella debole corda che separa, anzi no, unisce il giusto e il torto; la forza della denuncia e la mansuetudine della comprensione; l’anelito ad un mondo migliore e la pesante difesa della ragione e del diritto.

E ci ha così fatto vincere la paura di sbagliare, di cadere. Ma oggi siamo rimasti soli. Un po’ meno capaci di leggere la realtà di oggi.

(FINE)
(torna a [««–– inizio articolo])

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 14 novembre 2006
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Di quel colore rosso
del cielo insolitamente alto
si era discusso come di un sogno
o strana suggestione
di rari passanti,
era invece una premonizione

(Giampiero Neri, Poesie 1960-2005)



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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Gio, 14 dic 2006

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