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DOSSIER
Antonia Pozzi

Essere senza domani

Le parole estreme di Antonia Pozzi

(Tiziano Salari)

*
La vita di Antonia Pozzi in cui tutte le congiunture sembrano all’inizio favorevoli, o addirittura privilegiate, condivide, tra il 1930 e il 1938,lo stesso ambiente, esistenziale e culturale, di una generazione che s’incontra nelle università milanesi sotto la guida di Antonio Banfi. Eppure, dentro di lei, è aperta una ferita che non può richiudersi, che probabilmente neppure la possibilità di realizzare il suo sogno giovanile d’amore avrebbe rimarginato. Parte I.

    AMOR FATI

    «Quando dal mio buio traboccherai
    di schianto
    in una cascata di sangue –
    navigherò con una rossa vela
    per orridi silenzi
    ai cratèri
    della luce promessa»

    13 maggio 1937

*

ntonia Pozzi è morta suicida il 3 dicembre 1938, a soli ventisei anni. Il rischio, nel parlare della sua poesia, è di considerarla nella luce luttuosa della fine (come per Ingeborg Bachmann, Marina Cvetaeva, Sylvia Plath o Virginia Woolf), e quindi di vedere la sua opera tutta negativamente proiettata ad anticipare la sua morte.

Ci sono delle vite che per qualche ragione inscritta fin dall’inizio nel loro codice dell’anima (per citare Hillman) hanno inscritto nella loro vita il suicidio, attraverso il quale può essere letta retrospettivamente la loro esperienza esistenziale, e soprattutto la loro opera, a cui il suicidio imprime un senso definitivo. Ovviamente questo aspetto non vale solo per i suicidi, per tutti la morte pone un suggello a partire dal quale la vita può essere interpretata nella sua interezza. Heidegger, in Essere e tempo, ha parlato di un’anticipazione della morte come un vedersi, da subito, nella prospettiva della fine e impedire che la vita ricada nella chiacchiera e nella inutile dispersione quotidiana. Ma il suicidio, essendo, appunto, un atto volontario, richiede, per così dire, una certa predisposizione. E non c’è fine, nella vita di un uomo – se non forse la follia - attraverso il quale si possono raccogliere tutte le fila di un’opera e di una vita.

Forse questo è inevitabile. Infatti Parole, il canzoniere di Antonia Pozzi, è uno di quei libri unici e assoluti, come i Canti orfici di Campana o La persuasione e la rettorica di Michelstaedter, rispetto ai quali non c’è un oltre rispetto al suicidio o alla follia, anzi il suicidio e la follia compendiano un’esperienza racchiusa e sigillata nel libro, che ci guarda dalle pagine come un enigma. Antonia Pozzi tendeva alla purezza della parola e il mondo che ci consegna – una sorta di Lake District nordico – è lì interiorizzato nell’alternarsi di stagioni, ombre, piogge, luci, riflessi, nebbie, periferie, presenze e, soprattutto, silenzio. Incanto. Ma soprattutto inquietudine e spaesamento rispetto a ogni certezza rassicurante.

*

Anzi tutte le poesie del libro, pur frazionate e datate nel corso della sua breve vita, compongono un unico poema. Lo splendore lirico di questo poema ci colpisce ad ogni lettura come un evento che da una parte rispecchia la sua epoca (l’età dell’ansia e dell’esistenzialismo filosofico tra le due guerre mondiali) e dall’altra ci rinvia a qualcosa di più essenziale, a una domanda rivolta al cuore stesso dell’essere.

Dunque, il suicidio. E dietro a sé l’opera che proprio s’illumina a partire da quell’atto, attraverso il quale è stata posta fine alla vita Come in Michelstaedter, come in Pavese. E se analizzate in profondità anche le vite di Virginia Woolf, Ingeborg Bachmann, Marina Cvetaeva, Silvia Plath rivelano di portare in sé la stessa necessità, come una specie di destino interiore.

Ora è ancora più sorprendente quando, come in Antonia Pozzi, tutte le congiunture della vita sembrano all’inizio favorevoli, o addirittura privilegiate. Appartiene a una famiglia agiata, nasce e vive a Milano nel quartiere elegante di una dimora signorile, frequenta le scuole più prestigiose, dispone di un palco alla Scala, avrà per amici, all’Università, il gruppo d’intellettuali più promettenti dell’epoca, ha viaggiato, per diporto o per studio, in tutte le nazioni d’Europa. Eppure, dentro di lei, è aperta una ferita che non può essere rimarginata, che probabilmente neppure la possibilità di realizzare il suo sogno giovanile d’amore avrebbe rimarginato.

Scriverà in un appunto di diario: «Vivo della poesia come le vene vivono del sangue»

Antonia aveva la passione per le scalate in montagna. Questo amore per la vita sportiva mi ricorda le nuotate nell’Isonzo e le escursioni sul San Valentin di Carlo Michelstaedter, ma anche questo è un collegamento retrospettivo, dovuto all’analoga fine che ebbero i due giovani. Quello che piuttosto sorprende sono alcuni segnali che denotano una differenza di epoca culturale tra il 1910 di Carlo e il 1930 di Antonia, che entrambi assorbono dal loro tempo e da cui sono condizionate le loro scelte. Per Michelstaedter è il pensiero tragico d’inizio secolo, Schopenhauer, Nietzsche, e la rivolta espressionista nell’arte e nella poesia; per la Pozzi si determinerà, nel corso della sua breve vita, in forme sempre più accentuate, l’appartenenza a un clima di amletica incertezza esistenziale e senza assolutismi etici ed estetici.

Studentessa di liceo, Antonia s’innamora del professore di greco e latino, Antonio Maria Cervi, poco più che trentenne, profondo conoscitore dell’antichità, compreso del suo compito di educatore, e a sua volta turbato da quell’interesse che ha suscitato nella sua allieva più dotata.

*

Le due ultime biografe di Antonia Pozzi, Alessandra Cenni, In riva alla vita. Storia di Antonia Pozzi poetessa (Rizzoli) e Graziella Bernabò, in Per troppa vita che ho nel sangue, Antonia Pozzi e la sua poesia (viennepierre edizioni) ne danno due versioni, non tanto contrastanti nei profondi effetti che ebbe sulla giovane poetessa, quanto, per così dire, nel valutarne i livelli di intimità... Per la Bernabò non superò i limiti di un rapporto del tutto platonico senza implicazioni sessuali, la Cenni ipotizza invece un forte rapporto passionale, e addirittura la possibilità (smentita peraltro da tutte le testimonianze) che la Pozzi sia stata costretta ad abortire. In ogni caso fu una storia tormentata, anche perché il professor Cervi, che avrebbe voluto sposare Antonia, fu respinto e umiliato dal padre di lei, l’avvocato Roberto Pozzi, e forse ci fu un primo tentativo di suicidio di Antonia appena ventenne, che fu salvata da una tempestiva lavanda gastrica. Ora Antonio Maria Cervi, oltre ad essere un’eminente figura di studioso (pubblicò saggi sull’estetica del neoplatonismo e sulla storiografia critica di Friedrich Nietzsche), aveva avuto anche un fratello morto nella guerra 15-18 che aveva lasciato un libro di poesie scritto nello spirito del tempo, tra crepuscolare e futurista. E l’infatuazione di Antonia, oltre che dal professore, fu anche presa dal fratello defunto e dalle sue poesie. I suoi primi componimenti, oltre ad essere dedicati ad Antonio Maria Cervi, ricalcano a volte stilemi del fratello dei questi. Visto da un’angolazione scandalistica, il rapporto che si creò tra la studentessa e il professore, più anziano di diciotto anni, potrebbe apparire simile ad altre storie di seduzione di giovani donne da parte di uomini maturi, eppure mai nessuno delle amiche, dei familiari, dei biografi, ha mai messo in dubbio la purezza e l’elevatezza morale del professor Cervi, che in un certo senso fu trascinato proprio da Antonia, dalla sua irruenza passionale, a trascendere i limiti di un rapporto corretto tra professore ed allieva. Ma al di là di quello che fu in realtà questo legame amoroso, resta il fatto che i due furono costretti a troncarlo, provocando un trauma nella sensibilità di Antonia, alla vigilia degli studi universitari.

L’INSEGNAMENTO DI BANFI

Antonia Pozzi condivide, tra il 1930 e il 1938,lo stesso ambiente, esistenziale e culturale, di una singolare generazione che «s’incontrò tra i porticati delle università milanesi e si formò tra studi e discorsi» sotto la guida autorevole di Antonio Banfi. «Tra quei giovani – elenca la Cenni nel bel libro dedicato alla Pozzi, In riva alla vita - Vittorio Sereni, Enzo Paci, Dino Formaggio, Remo Cantoni, Ottavia e Clelia Abate, Giancarlo Vigorelli, Luigi Rognoni, Giulio Preti, Guido Morselli, Daria Menicanti, Maria Adalgisa Denti, Giovanni Maria Bertin». Nomi che hanno avuto un forte rilievo nel proporre nuove esperienze intellettuali, tra anteguerra e dopoguerra, (fenomenologia ed esistenzialismo, la narrativa di Kafka, di Dostoevskij,di Mann e di Joyce interpretata in chiave filosofica, la poesia di Rilke e di Eliot), e che con la Pozzi ebbero tutti intensi rapporti di amicizia e, per quanto riguarda alcuni di loro, come Remo Cantoni e Dino Formaggio, più o meno velatamente affettivi. Anche Antonia sottomette il suo mondo intimo a quella «filosofia d’intonazione razionale e critica» che è al tempo stesso «una filosofia della vita, una filosofia dell’esperienza, una filosofia della cultura, una filosofia che illumina la trama della storia e prepara un umanesimo energico e fiducioso» come scrisse Remo Cantoni in merito all’insegnamento filosofico di Antonio Banfi. Ma è un contrasto, tra la disperazione esistenziale e la sua comprensione critica e razionale, che per Antonia resta insanabile.

*

La poesia della Pozzi tende alla purificazione essenziale della parola, ma in questa purificazione trascina con sé l’angoscia di un conflitto sempre più profondo tra arte e vita, che diventerà alla fine insostenibile. I temi del suo poema ruotano intorno all’inafferrabilità di un punto entro il quale ancorarsi con la totalità di se stessa, non divisa, non lacerata, fosse questa la compiuta oggettivazione artistica o la maternità, altra aspirazione possente e negata di tutto il suo essere.

Tra febbraio e marzo 1931, a distanza di pochi giorni l’una dall’altra, esprime questa opposizione in una serie di poesie. In La porta che si chiude (10 febbraio) sono le parole prigioniere/che battono battono/ furiosamente /alla porta dell’anima/, a non poter nascere, fino a prefigurare, nel suo ultimo giorno di vita, un assalto di tutta l’onda mostruosa e l’urto tremendo, l’urlo mortale/delle parole non nate, di fronte a una porta che rimane chiusa, ma a cui la morte arrecherà finalmente la frescura, il silenzio e, da ultimo, la pace. Due giorni dopo (12 febbraio), scrive In riva alla vita, in cui ritrae se stessa durante un ritorno a casa per la strada consueta, alla solita ora, e che rimane in un atteggiamento estatico di fronte a due bambini che balzano da un buio andito e, mentre gridano le campane, gridano tutte, per improvviso risveglio, sente che anche la sua anima, come di fronte a un annuncio divino, si spalanca/con le pupille/ in un balzo di vita, rimanendone tuttavia al di qua, come un cespo di giunchi/che tremi/presso un’acqua in cammino. Anche in L’orma del vento (27 febbraio) l’anima si protende incontro/a un ignoto miracolo/recando in tutto l’essere/ un’infinita, prodigiosa attesa. Qualche giorno dopo, Nel duomo (3 marzo) inoltrandosi nella tenebra della chiesa con gli occhi fissi a una lucente siepe di ceri, di fronte a un dipinto antico di madonna con bambino, immagina il piccolo , assorto, a guardare nella cappella accesa/ uno stupendo albero di Natale,/a cui siano fronde/ le diafane dita dei ceri. E l’anima si rasserena proprio pensando a quella simbiosi di madre e figlio, in cui si sublima nel riposo di un’estasi/senza confine, il desiderio di maternità. Ma, in Domani, (27 marzo) nel raffigurarsi il suo futuro, si vede camminare lungo una larga strada/che sale/dal cuore di una città sconosciuta/verso gli alberi alti/di un antico giardino. Questo antico giardino a cui lei si avvia tra una folla d’ignoti passanti ha tutta l’apparenza di un cimitero (Sole, sole violento/ e in fondo/le ombrelle nere dei pini/che macchiano l’azzurro). Ma che cosa porta con sé in questo esilio, tra folle che l’ignorano? Sogna di stringere la manina della sua creatura che le pulsa in cima alle dita e la fa prorompere in un grido di rimpianto: Oh bimbo, bimbo mio non nato,/la tua mamma non sa/che viso avrai,/ma la tua manina la sente/per ogni sua vena/leggera/come un piccolo fiore senza peso. Antonia Pozzi ha diciannove anni e già si sente segnata dalla rinuncia, offrendo se stessa in un’oblazione sacrificale e consegnando immaginariamente il bimbo non nato, il fiore della rinuncia mia, nelle braccia di un futuro che l’accoglierà come una speranza di Bene. Le parole non nate. Il figlio non nato. Si potrebbe seguire il diagramma di questo conflitto mese dopo mese, anno dopo anno. Un grande empito d’anima, una delicata tensione poetica, sono perennemente minacciate da un’angoscia oscura, da un’attesa di qualcosa che non si compie mai. Ma in questa storia di un’anima ci sono momenti di ricapitolazione, svolte, punti di non ritorno. Grido porta la data del 10 febbraio 1932. Antonia ha venti anni. È la manifestazione di una consapevolezza estrema di essere su una strada senza uscita. Per quanto possano essere versi casuali, legati a uno stato d’animo passeggero, in realtà rivelano (per quante estati e inverni le rimanessero ancora da vivere, e furono soltanto sei prima del suicidio) quel fondo di perdita di ogni fede e di ogni prospettiva di vita in cui si ricapitola, prematuramente, l’intera sua vicenda esistenziale. È uno sguardo non disincantato ma disperato sulla propria condizione. La perdita della fede. Non avere un Dio. Non essere ancora morti. Non avere una tomba. Dio e la tomba rappresenterebbero qualcosa di immutabile, una garanzia di stabilità. All’opposto ci si trova afferrati dal divenire. Non avere nulla di fermo. La vita è un continuo fluire indifferenziato. Ma solo cose vive che sfuggono. L’incompiutezza di una vita che non ha ancora avuto inizio e si sente già conclusa. Essere senza ieri. Ma perché essere senza domani? È questo il marchio, l’incisione segreta di un’anima. Come se le ragioni di vita fossero state prosciugate anticipatamente. Antonia Pozzi scrive, a venti anni, che le è precluso anche il domani. Ed acciecarsi nel nulla. Non è il nulla del pensiero negativo, del nichilismo, un nulla filosofico, la mancanza di persuasione (come era stato per Michelstaedter). Qui il nulla è concreto come il buio per un cieco. Aiuto. Ma a chi chiedere aiuto? È una pura invocazione, un grido, che si leva nel mezzo di un incubo. Aiuto per la miseria che non ha fine. Ma alla quale si può porre volontariamente fine quando il peso della poesia non basterà a dettare le parole necessarie alla sopravvivenza.


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NOTE



BIBLIOGRAFIA

Milano, 2007-11-12 21:22:58

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