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DOSSIER
Guido Piovene

L'indagine dell'io

Una riflessione sull’ambiguità dell’animo umano

(Davide De Maglie)

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Ne “I falsi redentori”, storia di un matrimonio in crisi, ricompare il paesaggio veneto di Guido Piovene. In esso si svolge una tragedia, ampiamente prevista, che cotrappone tre uomini a una donna, in nome di un non ben definito ideale ultraterreno. Dalla caratterizzazione psicologica dei personaggi emerge un senso di colpa che grava su tutta la vicenda. La capacità di andare oltre la realtà razionale per cogliere anche l’emozione profonda dell’io resta fondamentale, ma, sembra dirci l'autore, non deve trasformarsi in ossessione

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uido Piovene scrive I falsi redentori negli anni Quaranta, anni pieni di significato per la sua storia umana e letteraria. Dopo questo libro lo scrittore sceglierà un lungo silenzio narrativo, interrotto solo nel 1963 con la pubblicazione de Le Furie.

I. UN ROMANZO SPARTIACQUE

Prima de I Falsi redentori, apparso in volume nel 1949, c’erano stati numerosi libri concentrati nel giro di pochi anni: dopo Lettere di una novizia (1941) era stata pubblicata La Gazzetta Nera (pubblicata nel 1943 ma scritta nel 1939), seguita da Pietà contro pietà nel 1947. La scelta di non pubblicare opere narrative fino ai primi anni Sessanta permette di considerare il libro del 1949 un punto di passaggio a una nuova stagione. Una conferma giunge dalle parole dello stesso Piovene, preziosamente riportate da Clelia Martignoni:

    «Escluso un libro ancora inedito in parte, e che esce ora a puntate su una rivista, quello che farò nel futuro sarà tutto diverso, non di proposito, ma soltanto perché di quanto ho fatto finora non ho più bisogno.

Il libro cui si fa riferimento qui è costituito proprio da I falsi redentori e oscilla tra la ripresa di motivi svolti in opere precedenti e il loro (almeno parziale) rifiuto. Ricompare infatti il paesaggio veneto, un matrimonio in crisi al quale il marito rifiuta di mettere fine (esattamente come avviene ne La Gazzetta Nera). Ancora più significativa è la conferma del gusto tipico di Piovene per la riflessione morale, per una scrittura distribuita su lunghi monologhi che mettono a nudo incertezze e contraddizioni. L’io narrante, Giulio, torna nella propria città dopo alcuni anni di assenza, nel corso dei quali Maria, la donna alla quale un tempo è stato legato, si è sposata con Pietro. L’incipit del libro mette subito il lettore di fronte al modo di narrare di Piovene, al quale più che le azioni interessano gli stati d’animo dei protagonisti, le circostanze che li spingono a scegliere determinati comportamenti:

    «Il motivo più forte del mio ritorno a V***, la cittadina veneta dove sono nato, fu un desiderio, improvviso e quasi affannoso, di vivere accanto a mia madre. Insieme, fu anche paura della guerra, allora scoppiata, in un grande centro abitato e soggetto ai bombardamenti; fu disgusto per un modo sconvolto che mi offriva solo disagi; fu un rinnovato amore per i luoghi della mia infanzia. Contro questi motivi, ve n’era uno solo che mi consigliava di tenermi lontano […] non più di un ricordo sgradevole, caduto fuori del mio sangue, e quasi della mia memoria. I cinque anni trascorsi lontani da V*** erano stati di gran lunga i più attivi e i meno dolorosi della mia vita. […] Un orgoglio crudele mi impediva non solo di accettare, ma anche di ammettere, o anche di osservare soltanto, la debolezza che portavo dentro di me, mi costringeva alla vita sociale, agli amori, alle lotte, e a trovarmi sempre vincente; e così, privo dei soccorsi dell’umiltà che accoglie la propria sconfitta, mi trascinava in una perpetua doppiezza e in uno stato di finzione» (p. 15).

*

Come si vede, il libro inizia con un’autoanalisi incentrata su alcuni concetti – come la doppiezza e la necessità di fingere – che nei libri precedenti Piovene aveva non solo rappresentato ma anche difeso, valutandoli positivamente. Questo esordio è quindi una sorta di autoriflessione dello scrittore, un modo di riconsiderare i propri valori, le proprie scelte. Non a caso nelle pagine immediatamente successive viene descritto il paesaggio veneto, rimarcando la stessa ambiguità di fondo che segnava anche, ad esempio, la campagna di Lettere di una novizia. Vicenza, riconoscibile dietro la V seguita da asterischi, appare infatti come un luogo amato e irrinunciabile, ma anche portatore di contraddizioni, di un esotismo indefinito tanto affascinante quanto inafferrabile:

    Generazioni di signori fantastici, chiusi nei loro umori, si dilettarono di erigere una Roma chimerica, ammorbidita dai soffi del vento che giunge dalle lagune di Venezia, e sa di cieli bianchi e di mari orientali […] ricamando la città ed i colli vicini di statuine mitologiche, di pagode cinesi, di chioschetti turcheschi; tanto da farmi credere che inseguissero tutti, simili a me, attraverso arbitrii e capricci, i dati d’un problema fondamentale, un pensiero dimenticato che li pungeva senza mai rivelarsi, recando in musica un rimorso da cui si erano distratti. La mia città, grazie alla loro opera, porta chi vi entra in una vita di passioni sfuggenti, che si trascinano sempre su false vie senza mai trovare uno sfogo» (p. 16).

Qualche settimana dopo essere tornato Giulio incontra, nel circolo cittadino in cui ci si ritrova la sera a giocare d’azzardo clandestinamente, Carlo Donghi. Si tratta del fratello di Pietro, che parla con preoccupazione del matrimonio tra Pietro e Maria e chiede a Giulio di intercedere per far ritrovare alla coppia l’armonia perduta. Da questo momento il romanzo contrappone tre uomini, i falsi redentori del titolo (Giulio, Pietro e Carlo), a una donna, Maria, che tenta invano di liberarsi di un legame matrimoniale che ormai la rende infelice. Dalla richiesta d’aiuto dei fratelli Donghi al riaccendersi (per un periodo brevissimo) della passione tra Giulio e Maria, il libro diventa la rappresentazione di una tragedia che tutti avevano previsto sin dall’inizio. Sconvolta dall’ipocrisia del marito, che pur avendo un’amante rifiuta di mettere fine al matrimonio, e dalla stessa indecisione di Giulio che fugge con lei per riportarla dal marito pochi giorni dopo, Maria sceglie di darsi la morte. Il suicidio della donna è in realtà un omicidio, in quanto la responsabilità morale grava sui tre uomini, incapaci di prendere davvero in considerazione i bisogni della vittima. L’opera si presenta quindi come un giallo psicologico e lo scrittore si sofferma sugli stati d’animo dei suoi personaggi, spaziando abilmente dalla descrizione dei luoghi al susseguirsi di riflessioni tanto insistite quanto ipocrite. In realtà Pietro non ama la moglie, gli interessa soltanto, come egli stesso dichiara recandosi con Giulio al santuario della Madonna del Monte Berico, legare la donna a sé per sempre:

    «È sempre la stessa preghiera. Si prega per quelli a cui vogliamo bene, per legarli a noi stessi, per legarli tra loro, almeno attraverso Dio, giacché in questo mondo sbagliato non si riesce a legar nulla. […] Si vorrebbe almeno questa sicurezza, che tutte le persone amate ci resteranno intorno nell’eternità. […] Proprio questa speranza, che la vita eterna cominci, nei nostri affetti, fin da ora…» (p. 37).

*

Questo bisogno di stare insieme in nome di un non ben definito ideale ultraterreno viene rifiutato anche dal sacerdote che accompagna i due visitatori. Egli afferma che esprimere le proprie intenzioni nelle preghiere «è ammesso, purché siano giuste intenzioni» (ibidem), e si ritira in chiesa abbandonando i due uomini. Giulio rimane colpito dalle parole di Pietro, secondo il quale «dividere carne da carne» e «decidere tra i nostri affetti» è impossibile, ed è necessario sperare in “un’altra vita nella quale […] tutti quelli che ci amano ci stanno intorno e si amano anche a vicenda” (p. 38). L’ipocrisia del coniuge, che di lì a poco farà conoscere a Giulio la propria amante, esercita comunque un fascino sottile ma irresistibile: «C’era in quell’uomo qualche cosa di attaccaticcio, che mi impigriva accanto a lui. Senza volerlo cercavo una frase qualunque che allungasse il congedo» (ibidem). L’impossibilità di staccarsi da Pietro nasce dal fatto che Giulio, in realtà, è uguale a lui, è suo complice nella tragedia di Maria.

II. I LUOGHI E LO SGUARDO

Partire dal rapporto con la propria terra (Giulio inizia il romanzo parlando della sua decisione di tornare a Vicenza) significa ribadire una presenza inevitabile, che non è solo un luogo ma anche, e soprattutto, il simbolo di un’incapacità di decidere, di un’impossibilità di rinnegare se stessi. Non a caso la storia si svolge negli anni della guerra, che risentono della politica fascista e del senso di oppressione che ne scaturisce. Lo scrittore vicentino aveva mostrato (lo riconoscerà lui stesso negli anni seguenti) molte incertezze, aderendo al regime e firmando durissimi articoli antisemiti ma anche collaborando alle fasi finali della Resistenza. Nel frattempo era finita, proprio a causa degli articoli antisemiti, l’amicizia con il filosofo ebreo Eugenio Colorni, ripresa solo dopo molti anni. È sullo sfondo di queste contraddizioni, di una doppiezza rivendicata da Piovene come unica possibile forma di antifascismo, che nasce I falsi redentori. Il libro si ricollega alle opere precedenti per molti spunti, ma segna anche un’inquietudine più forte, quasi il desiderio di chiudere un’epoca per iniziarne una nuova. In questo senso le parole di Giulio dopo il ritrovamento del cadavere di Maria sono davvero esemplari:

    «Tutto il discorso, le commedie dell’anima, le esaltazioni e le menzogne con cui avevo cercato di mascherare o nobilitare a me stesso un istinto di distruzione, si spensero repentinamente, mi lasciarono solo, nella più orrenda solitudine che possa isolare un uomo […] nessun pensiero bugiardo reggeva davanti al cadavere vero, senza bellezza. […] Stavo come perduto nella vergogna di me stesso, del nauseabondo miscuglio d’amore e d’odio, di cui vedevo ora la falsità, e che era stato il mio destino, della confusione mentale, di cui mi ero servito per giungere a un assassinio. Anche la mia vita era finita, e nemmeno potevo aspirare al rimorso di chi ha compiuto il male. Guai agli oscuri nel mondo! Sono costretti ad invidiare la chiarezza di quelli che compiono un male cosciente» (pp. 241-242).

*

La presa di posizione finale può essere contrapposta all’idea di diplomazia che Piovene aveva elogiato nella prefazione a Lettere di una novizia. La diplomazia era qui intesa come capacità di mentire, di nascondere la verità (anche a se stessi) per non arrivare ad una “morale fanatica della chiarezza interiore” e scegliere, invece, “una carità volontaria, che impedisca all’acume di dominarci del tutto e divenire una passione ed un vizio”. I personaggi del romanzo epistolare rifiutano di guardarsi davvero dentro, preferiscono trincerarsi dietro una serie di scuse per giustificare le proprie azioni. Anche Giulio, Pietro e Carlo fanno così per tutta la durata del libro, ma la condanna finale degli “oscuri del mondo” indica, ne I falsi redentori, un rovesciamento di prospettiva. Come afferma Gabriele Catalano, lo scrittore mostra qui una severità morale più forte, più perentoria:

    Nella fase giovanile del pensiero dell’autore il male era necessario e provvidenzialmente utile per la creazione del bene. Qui, il male produce inevitabilmente altro male.

Resta, ne I falsi redentori, una mirabile caratterizzazione psicologica dei personaggi, dalla quale emerge un senso di colpa che grava su tutta la vicenda: più viene messo a nudo dalla rievocazione, più sembra che i tre uomini lo vogliano nascondere. Così il protagonista si sveglia d’improvviso in notti di cielo sereno temendo una pioggia improvvisa, e dentro gli resta «la sensazione che piovesse copertamente nel sereno, o forse d’uno stillicidio e d’una caduta infinita, pari a quella del tempo». Analogamente al paesaggio naturale anche le persone che circondano Giulio gli espongono lungamente le proprie ragioni, il proprio modo di pensare e nelle loro parole, apparentemente così equilibrate e condivisibili, c’è un fondo di falsità. È come se ognuno fosse vittima di un’infelicità ineludibile ma ne diventasse, con la propria passività, anche artefice. Quest’atmosfera inconfondibile, così suggestivamente contraddittoria, fa di Piovene uno degli scrittori più vicini al decadentismo e al suo concittadino Antonio Fogazzaro. Giorgio Pullini afferma a questo proposito in un suo saggio che il libro

    è insieme pastoso e spietato, di torbida introspezione e di severa confessione; e in cui l’angoscia, forse, sommerge ancora la loro volontà di far totale chiarezza in se stessi.

La scontentezza di fronte al romanzo pubblicato nel 1949 deriva dalla convinzione di aver detto tutto ciò che c’era da dire su questo tema, di dover cercare una strada nuova. Negli anni successivi Piovene dovrà sospendere la propria attività di narratore per riflettere meglio sul proprio rapporto con la realtà, con le proprie scelte artistiche ed umane. Verranno così le indagini giornalistiche del De America (1953) e del Viaggio in Italia (1957), sguardo attento ed acuto sulla provincia del dopoguerra. A queste esperienze seguirà il volume di saggi La coda di paglia (1962), la cui lunga e discussa introduzione ricostruisce il rapporto tra Piovene e il regime fascista. Solo nel 1963 lo scrittore vicentino tornerà alla narrativa con il romanzo-saggio Le Furie, nel quale una passeggiata a Vicenza è l’occasione per rievocare personaggi di un romanzo progettato e mai portato a compimento. Il viaggio si trasforma così in un’analisi dei luoghi e delle persone che hanno segnato la vita di Piovene, che dopo questa lunga serie di ricordi deciderà di non rinnegarli completamente. La suggestione di certe immagini, di certe indagini dell’io (come quella de I falsi redentori), non può comunque venire meno, ma deve passare attraverso il filtro della razionalità, dev’essere lo scrittore a dominare la materia narrata e trarne linfa vitale per la propria vita quotidiana:

    Devo così ricondurmi a me stesso in questo libro che subentra al romanzo scoppiato; ricordando quel che sono, un visionario del reale[…] È tempo di visioni, ma vere, che siano ragione. Chi non è visionario forse non si potrà salvare. I nostri incubi quotidiani appartengono al regno bruciato della verità.

La capacità di vedere in modo diverso le cose, di andare oltre la realtà razionale per cogliere anche l’emozione profonda dell’io resta fondamentale, ma non deve trasformarsi in ossessione. Così le viole del pensiero possono essere viste in modo sdolcinato, come «il simbolo oleografico di un romanticismo oleografico e passato di moda» , ma possono anche far conoscere, a uno sguardo attento, la propria vera bellezza, fatta di

    una maschera azzurro cupo intorno al punto centrale […] mandava fiammate potenti nella fascia che la circondava, d’un giallo reso più splendente dal confronto col buio, senza però toccarne gli orli.

Ogni cosa ha dunque un doppio significato, uno portatore di bellezza e verità, l’altro portatore di ossessione, destinato a divenire una Furia. Il compito dello scrittore è intuire la bellezza autentica delle cose, la suggestione profonda che ci viene dai nostri sentimenti e dalla realtà in cui viviamo, senza farsi sviare da compiacimenti letterari privi di costrutto. C’è dunque in Piovene – e ne Le furie viene portato alla luce – un perpetuo principio di sdoppiamento, in virtù del quale ogni vicenda può essere letta in modi diversi. Una novizia è vittima di una madre tirannica, ma forse è anche assassina; una donna (nel romanzo del 1949) sceglie il suicidio ma al tempo stesso è stata indotta alla morte. Analogamente una riflessione sull’ambiguità dell’animo umano rivela aspetti di noi stessi che prima ci erano ignoti, ma può diventare un alibi di fronte alle proprie contraddizioni esistenziali e politiche. Dopo I falsi redentori Piovene cambierà atteggiamento, diventerà capace di descrivere le cose senza lasciarsene ingannare, prenderà atto della necessità di agire in modo diverso. Per giungere a questa nuova sensibilità era necessario giungere all’estenuazione della materia narrativa. Per questo la storia dei fratelli Donghi e Maria suscita stanchezza ed insoddisfazione nell’autore, che tuttavia sa benissimo di doverlo portare a termine. Il binomio di fantasia creatrice e verità, di adesione ai moti dell’animo e lucidità razionale si affaccerà spesso anche nei titoli di Piovene, da Idoli e ragione, volume di saggi del 1973, al romanzo postumo Verità e menzogna (1976). In questo senso I falsi redentori costituiscono l’approdo di un’indagine dell’io portata all’estremo, il preludio ad uno sguardo fornito di un più esteso, e nitido, campo d’osservazione.


Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato su questo autore:



NOTE
* Il saggio analizza l’introspezione psicologica del romanzo, gli spunti autobiografici e il legame con le opere successive, in particolare con Le Furie. La viltà dei protagonisti e il senso di stanchezza dello stesso scrittore costituiscono il nucleo centrale della monografia.

** Le immagini in questa pagina rappresentano (dall'alto) le palladiane Villa Cornaro, Piombino Dese (Pd 1553) Villa Forni-Cerato, Montecchio (Vi 1565); Villa Chiericati, Vancimuglio di Grumolo delle Abbadesse (Vi, 1550); Villa Caldogno, Caldogno (Vi 1542). Foto Guidolotti 1997-1999

1. Per la complessa storia testuale de I falsi redentori, che Piovene dichiara di aver scritto nel 1943 ma, in un manoscritto, risultano conclusi nel 1947, cfr. C. Martignoni, I falsi redentori in G. Piovene, Opere narrative, vol. II, Mondadori, Milano 1976, pp. 807-808.

2. Scrittori allo specchio. Guido Piovene, in «La Fiera Letteraria», 17, 1 agosto 1946, cit. da C. Martignoni, Nota introduttiva a I falsi redentori in G. Piovene, Opere narrative. Vol. II, op. cit., pp. 5-13 (il passo citato è a p. 6). Di seguito, le citazioni dal romanzo saranno tratte da questa edizione (G. Piovene, I falsi redentori in Id., Opere narrative. Vol. II, pp. 15-242).

3. G. Piovene, Lettere di una novizia in Id., Opere narrative. Vol. I, Mondadori, Milano, 1976., pp. 269-437 (le frasi citate sono a p. 273).

4. G. Catalano, Guido Piovene, in Letteratura italiana. I contemporanei, II, Marzorati, Milano 1963, pp. 1429-1452 (il passo citato è a p. 1449).

5. G. Piovene, I falsi redentori, op. cit., p. 71.

6. G. Pullini, Parabole del romanzo italiano (Ottocento e Novecento), Genesi Editrice, Torino 1997, p. 168. Per il rapporto tra Piovene e il decadentismo cfr. G. Pullini, Il romanzo psicologico (dal decadentismo al neoromanticismo) in Id., Il romanzo italiano del dopoguerra (1940-60). Con bibliografia 1940-65, Marsilio Editori, Vicenza-Venezia 1965, pp. 273-337, dove Piovene – insieme ad altri autori, da Elsa Morante a Mario Soldati – viene indicato tra i protagonisti di una «letteratura della disperazione, della solitudine» in cui i personaggi vivono «umiliandosi masochisticamente fino alla voluttà del dolore» (p. 274).

7. G. Piovene, Le Furie, in Id., Opere narrative. Vol. II, op. cit., pp. 271-606 (il passo citato è a p. 281).

8. Ivi, p. 473.

9. Ivi, p. 475.



BIBLIOGRAFIA
G. Piovene, Opere narrative (2 volumi), Mondadori, Milano 1976.

G. Catalano, Guido Piovene, in Letteratura italiana. I contemporanei, II, Marzorati, Milano 1963, pp. 1429-1452.

G. Pullini, Parabole del romanzo italiano (Ottocento e Novecento), Genesi Editrice, Torino 1997.

G. Pullini, Il romanzo psicologico (dal decadentismo al neoromanticismo) in Id., Il romanzo italiano del dopoguerra (1940-60). Con bibliografia 1940-65, Marsilio Editori, Vicenza-Venezia 1965, pp. 273-337.

Milano, 2007-03-20 14:57:53

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