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DOSSIER
Giuseppe Tomasi di Lampedusa

L’aristocrazia letteraria di Tomasi di Lampedusa

Nel racconto “La sirena”, scritto negli ultimi mesi di vita, il livello reale e quello surreale si incontrano

(Anna Maria Bonfiglio)

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Nato a Palermo da un'antica famiglia della nobiltà siciliana, Giuseppe Tomasi di Lampedusa comincia a scrivere, durante un soggiorno nella casa londinese di uno zio ambasciatore, saggi sulla letteratura inglese. D'indole solitaria, accetta intorno a sé solo una ristretta cerchia di intellettuali sciliani. «Scrittore di un unico libro» (Montale) a fianco del più celebre romanzo, senza volere considerare vere e proprie narrazioni le “lezioni“ di letteratura francese ed inglese, si collocano degnamente i Racconti che furono pubblicati postumi sulla scia del successo de Il Gattopardo, opera a cui si lega la fama dell’autore.

    «[...] con stupefacente vigoria emerse dritta dall’acqua sino alla cintola, mi cinse il collo con le braccia, mi avvolse in un profumo mai sentito, si lasciò scivolare nella barca: sotto l’inguine, sotto i glutei il suo corpo era quello di un pesce, rivestito di minutissime squame madreperlacee e azzurre, e terminava in una coda biforcuta [...]»
    [Giuseppe Tomasi di Lampedusa, La Sirena]

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oglio iniziare questo breve saggio su uno degli scrittori più indagati dai critici e dagli studiosi di letteratura percorrendo un sommario excursus sulle origini della sua famiglia e tracciando di lui un’essenziale biografia, per inoltrarmi in seguito sul sentiero di una lettura della sua opera, soffermandomi sul suo racconto La sirena.

I Tomasi giungono in Sicilia nel 1577, quando Mario, capitano d’armi di Capua, viene a Palermo al seguito del Viceré Marcantonio Colonna. Nel secolo successivo la famiglia s’insedia definitivamente nel capoluogo siciliano con Giulio. Con il successore di quest’ultimo, Ferdinando II, il ruolo dei Tomasi a Palermo diviene di primissimo piano. Ai primi dell’Ottocento ritroviamo un Giuseppe Tomasi e Colonna pretore di Palermo. Suo figlio Giulio, appassionato di astronomia, è il bisnonno di Giuseppe Tomasi di Lampedusa nonché ispiratore del personaggio di Don Fabrizio Salina. Giuseppe Tomasi nasce a Palermo il 23 dicembre del 1896, quando è già morta di difterite la sorellina Stefania di appena due anni. Un destino di solitudine, che si protrarrà per tutta la sua esistenza, accompagna la fanciullezza dello scrittore, trascorsa per la maggior parte in quelle che saranno le sue due residenze privilegiate: il palazzo di via Lampedusa a Palermo e la residenza estiva di Santa Margherita Belice, i cui possedimenti sono legati al ramo materno, ossia ai Mastrogiovanni Tasca che, imparentatesi con i Lanza di Trabia, hanno ottenuto nel frattempo il titolo di conti. Risale invece agli avi paterni la baronia e il feudo di Montechiaro dove Carlo Tomasi e il fratello gemello Giulio, conosciuto come il “Duca santo“ e divenuto principe di Lampedusa, vollero sorgesse la città di Palma. Nel 1915, dopo aver conseguito la maturità classica, Giuseppe Tomasi si iscrive a Roma alla facoltà di giurisprudenza, senza tuttavia conseguire mai la laurea. Nel 1917 è a Torino dove frequenta il corso per allievi ufficiali.

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Durante la prima guerra mondiale è prigioniero ma riesce a fuggire e, attraversando a piedi l’Europa, fa ritorno a casa. Ricopre la carica di ufficiale fino al 1925, poi, abbandonato l’esercito, si stabilisce in Sicilia. Agli inizi degli anni ’20 Tomasi è a Londra (dove si recherà anche in seguito soggiornandovi per lunghi periodi) ospite dello zio Giulio Tomasi della Torretta, ambasciatore d’Italia alla corte inglese. A Londra inizia in un certo senso la sua “carriera“ letteraria: nella stanza all’ambasciata, che lo zio gli mette a disposizione, dotata di tavolo, divanetto e macchina da scrivere, Tomasi passa lunghe ore leggendo e scrivendo dei saggi fra cui quello dedicato al poeta Yeats che pubblicherà nel 1926 sulla rivista «Le opere e i giorni» di Genova. Presso l’ambasciata d’Italia, nel 1925, lo scrittore incontra Alessandra Wolf Stomersee, figlia di primo letto della moglie di Giulio, che sposerà nel 1932 a Riga con rito ortodosso. Fra i due esiste una forte intesa intellettuale che però non riesce a colmare le divergenze che faranno del rapporto matrimoniale una vicenda particolarmente complessa e difficile. Nel 1957 allo scrittore viene diagnosticato un carcinoma polmonare. Si trasferisce a Roma con la moglie per un ciclo di cobaltoterapia e lì, all’alba del 23 luglio, si spegne.

La conoscenza delle principali lingue europee e i frequenti viaggi all’estero consentono a Tomasi di stringere rapporti strettissimi con le letterature straniere, e lo collocano nella schiera dei più illuminati cultori della prima metà del Novecento. Appartato, lontano dai cenacoli e dai movimenti culturali militanti, il principe trascorre le sue giornate occupandosi di studio e di letteratura, spezzando il suo isolamento soltanto per accogliere intorno a sé un ristrettissimo numero di giovani intellettuali palermitani ai quali tiene lezioni sui più importanti autori inglesi e francesi. Fra questi giovani spiccano Francesco Orlando, di estrazione borghese, e Gioacchino Lanza, di nobile casata, adottato poi dallo scrittore quando furono perse le speranze di diventare padre. Il primo a ripercorrere quell’intenso periodo delle “lezioni“, e quindi della frequentazione con Tomasi, fu Francesco Orlando che nel 1962, a cinque anni dalla sua scomparsa, scrisse Ricordo di Lampedusa, testo che, superando imbarazzi e pudori, tornava a quella tranche de vie vissuta sotto la guida intellettuale del principe. Questa appassionata testimonianza, seppure definita dallo stesso autore «resoconto soggettivo di soli quattro anni», aveva il merito di accendere un riflettore sull’immagine dello scrittore, incline a non mostrare mai troppo di sé. Le rivelazioni, le osservazioni, la rappresentazione del mondo appartato e schivo nel cui contesto si muoveva il principe contribuivano a togliere qualche velo alla sua figura e ad aiutare gli studiosi a comprendere meglio la statura di una personalità di imponente cultura. A distanza di circa trent’anni, Gioacchino Lanza, curando l’opera completa dello scrittore siciliano, offre un ulteriore contributo biografico del padre adottivo, ma da una diversa prospettiva: mentre quello di Orlando era il ricordo di un giovane borghese che si ritrova dentro il cerchio chiuso di un anziano aristocratico, quello di Lanza è il punto di vista di un uomo che vive all’interno di quell’aristocrazia e che ne condivide ogni aspetto.

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Del romanzo Il gattopardo si è scritto di tutto, a cominciare dal quesito su come e dove collocare l’opera nell’ambito dei generi letterari: romanzo storico o genere psicologico? Romanzo della realtà o della memoria? Al di là di queste tesi occorre tenere presente che il romanzo è innanzi tutto il racconto della complessa esistenza interiore del suo protagonista, esponente di quell’aristocrazia colta e raffinata tanto diversa da quella parte di nobiltà dedita allo sperpero e alla frivolezza. Don Fabrizio Salina, protagonista assoluto del romanzo, vive una sostanza spirituale che riporta i dati concreti della realtà esterna ad una visione interiore nella quale senso ed anima si annodano in un rapporto consustanziale. Ma non può finire qui, perché l’opera può essere ascritta a più di un genere letterario. E’ un romanzo in un certo senso esistenzialista nella misura in cui ritrae gli atteggiamenti pensosi del protagonista che vive un’esistenza condannata alla solitudine e asservita al casuale succedersi degli eventi. E’ in qualche modo autobiografico, sia perché, come scrisse lo stesso autore al figlio adottivo Gioacchino, era sua intenzione raccontare «le 24 ore della vita del bisnonno Giulio il giorno dello sbarco di Garibaldi in Sicilia», sia per i rimandi ad alcuni elementi della vita stessa dell’autore, ed infine per la ragione che un’opera letteraria non può essere del tutto scollegata dai riferimenti e dalle esperienze di chi l’ha scritta. Allo stesso tempo non gli si può negare una dimensione storica dal momento che il fulcro centrale del romanzo è la fine di un’epoca e la transizione da una realtà sociale ad un’altra. Il protagonista del romanzo guarda a questo cambiamento con sguardo fatalista, convinto che solo assecondando il corso del destino e della storia l’uomo può andare avanti. Don Fabrizio Salina è cosciente del mutamento sociale che si va delineando e comprende che la nobiltà sta per essere soppiantata da una nuova categoria sociale, anzi è lui stesso ad agevolarne l’ascesa, favorendo il matrimonio del nipote con la figlia di un rozzo campagnolo arricchito. E’ consapevole che la nobiltà sta per perdere tutto il suo potere politico ed economico e che non sarà più la classe egemonica, ma ciò non scalfisce la sua posizione interiore perché la sua è innanzi tutto un’aristocrazia dello spirito e in quanto tale non può che rimanere vergine anche di fronte ai sovvertimenti della storia. Il percorso delle riflessioni e delle considerazioni intime del protagonista fanno del romanzo un testo che può riferirsi alle tensioni psicoanalitiche del secondo Novecento di cui l’autore era ben conscio essendo egli stesso un lettore di Freud e di Jung.
Il romanzo si situa nell’ambito di quella trilogia che rappresenta, da angolature diverse, il mutamento non soltanto di una classe sociale ma di tutta una realtà regionale che deve fare i conti tanto con il passato quanto con il futuro. I Viceré, I vecchi e i giovani e Il Gattopardo sono le tre punte di un discorso letterario che, pur nella legittima diversificazione testuale, consegna un documento innegabilmente legato alla storia. I tre romanzi, scritti in tempi diversi e dunque con ottiche più o meno lontane dai momenti temporali che raccontano, presentano storie e personaggi immersi e direi meglio coinvolti in un cambiamento storico-sociale che li coglie impreparati. Di fronte a questo mutare dei tempi hanno ovviamente azioni e reazioni diverse. Nel romanzo I viceré Federico De Roberto delinea la storia della Sicilia attraverso le vicende private dei suoi personaggi, inscrivendo nella decadenza della famiglia Uzeda il paradigma della decomposizione di quella classe che aveva presieduto alle sorti del regno delle Due Sicilie. Con I vecchi e i giovani Luigi Pirandello pone un sottinteso interrogativo sugli effetti della rivoluzione proprio quando la massa che ha fatto l’Unità d’Italia si trova sperduta di fronte agli ideali dispersi. Ne Il Gattopardo il principe Don Fabrizio Salina, consapevole e dolorosamente partecipe del mutamento storico che sta subendo la sua terra, ha palpiti lirici nei confronti delle vicissitudini umane e al contempo rivela uno spirito serenamente critico nei riguardi di se stesso e verso le persone e i fatti che determineranno le nuove svolte storiche della Sicilia. Nell’animo del principe tutto questo è filtrato da un distaccato senso dell’umorismo e dalla visione lucida e disillusa dei tempi andati e di quelli a venire che gli fa dire: «Appartengo ad una generazione disgraziata, a cavallo fra i vecchi tempi e i nuovi e che si trova a disagio in tutti e due». Don Fabrizio Salina è tormentato da pensieri che egli definisce «tre fuochi» e che delineano le tre linee tematiche della narrazione: la sensualità, con il piacere che ne deriva, la scienza e la letteratura, come possibilità di conoscenza, e la realtà storica con la violenza di cui è portatrice. Su quest’asse si delineano le vicende del romanzo che non sono solo le inquietudini spirituali ed intellettuali del protagonista ma anche le tensioni e le emozioni di coloro che gli stanno attorno: l’entusiasmo rivoluzionario del nipote Tancredi, il bigottismo della moglie Stella, le speranze disilluse della figlia Concetta, la sensuale passione dell’amante Mariannina, l’arrivismo rozzo di don Calogero Sedara, la furbizia ammantata di buone maniere di Angelica.

Eugenio Montale ebbe a definire Tomasi di Lampedusa «uno di quegli scrittori di un unico libro». E per certi versi può considerarsi vero poiché è Il Gattopardo l’opera a cui si lega la fama dell’autore.

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A fianco del più celebre romanzo, senza volere considerare vere e proprie narrazioni le “lezioni“ di letteratura francese ed inglese, si collocano degnamente i Racconti che furono pubblicati postumi sulla scia del successo del Gattopardo. Si trattava in massima parte di appunti che furono in qualche modo manipolati dalla vedova di Tomasi per cercare di dare loro una vera e propria struttura narrativa. Cosa che d’altronde aveva fatto anche Bassani con il manoscritto del romanzo, che aveva vissuto più di una stesura. Disse Bassani in un’intervista del 1970:«(…)mi sono sostituito in qualche modo all’autore, ho anche fatto un’operazione riguardante la punteggiatura che era molto sciatta. Lampedusa era un gran signore, si permetteva di aprire una virgola e non chiuderla, ma in lui anche la sciattezza era espressiva.»

Il racconto I luoghi della mia prima infanzia risale al giugno del 1955, quando era già stato completato il primo capitolo de Il Gattopardo. Il progetto dell’autore era di scrivere un’opera, dal titolo Memorie, suddivisa in tre parti: Infanzia, Giovinezza, Maturità, con l’intento di compiere una ricognizione della memoria, una sorta di recherche proustiana tesa al recupero di quella fanciullezza che l’autore percepiva come un “paradiso perduto“. Simbolo di questo eden era la “casa“, nella sua accezione di territorio arcaico e sacro, spazio primordiale in cui niente si è ancora compiuto e tutto è in divenire. Altri due racconti, La gioia e la legge e I gattini ciechi testimoniano il potenziale creativo del Tomasi, interrotto anzitempo dalla malattia e dalla morte. Ma fra tutti un discorso particolare merita il racconto La sirena, pubblicato nella prima edizione con il titolo Lighea. Il lungo racconto, scritto negli ultimi mesi di vita dell’ autore, si sviluppa su due livelli, uno, quello reale, è la narrazione dell’incontro fra il giovane giornalista Paolo Corbera e l’anziano senatore Rosario La Ciura, famoso ellenista; l’altro, quello surreale, è il ricordo di un’esperienza fantastica e indimenticabile che il professore confida al giovane. I due si incontrano in un caffè di Torino dove, un po’ per volta, finiscono per stabilire un rapporto confidenziale, scaturito soprattutto dal fatto di essere entrambi siciliani. I colori, gli odori, le atmosfere della loro terra lontana generano nei due uomini una sorta di curiosa fratellanza. Dice il Corbera: «Così parlammo della Sicilia eterna, di quella delle cose di natura; del profumo di rosmarino sui Nèbrodi, del gusto del miele di Melilli, dell’ondeggiare delle messi in una giornata ventosa di Maggio come si vede da Enna, delle solitudini intorno a Siracusa, delle raffiche di profumo riversate, si dice, su Palermo dagli agrumeti durante certi tramonti di Giugno. Parlammo dell’incanto di certe notti estive in vista del golfo di Castellammare, quando le stelle si specchiano nel mare che dorme e lo spirito di chi è coricato riverso fra i lentischi si perde nel vortice del cielo mentre il corpo, teso e all’erta, teme l’avvicinarsi dei demoni».

Nella descrizione che Tomasi fa della Sicilia per bocca di Paolo Corbera si va prefigurando l’avventura sensuale e fantastica del professore La Ciura. Egli racconta che in una afosa estate del 1887, mentre si preparava per gli esami a cattedra in una casetta vicino al mare di Augusta, ha vissuto una prodigiosa esperienza. « [...] [Il prodigio] venne a compiersi la mattina del cinque Agosto, alle sei. Mi ero svegliato da poco ed ero subito salito in barca [...] sentii un brusco abbassamento dell’orlo della barca [...] Mi voltai e la vidi: il volto liscio di una sedicenne emergeva dal mare, due piccole mani stringevano il fasciame. [...] con stupefacente vigoria emerse dritta dall’acqua sino alla cintola, mi cinse il collo con le braccia, mi avvolse in un profumo mai sentito, si lasciò scivolare nella barca: sotto l’inguine, sotto i glutei il suo corpo era quello di un pesce, rivestito di minutissime squame madreperlacee e azzurre, e terminava in una coda biforcuta [...]. Era una Sirena». E Rosario La Ciura narra di come lui e la sirena divengono amanti, del racconto che Lighea, figlia di Calliope, gli fa delle profondità marine e di coloro che le abitano, del dono di un ramo di corallo che gli offre e che lui conserva a lungo, fino al disfacimento. La rivelazione di questa esperienza ribalta i caratteri dei due personaggi. All’inizio il giovane guarda con occhio sdegnoso il vecchio e lo rappresenta «infagottato in un vecchio cappotto, con un colletto spelacchiato di astrakan, […] sputa sempre […] ha bruttissime mani […] con le unghie non sempre pulite […]». Ma alla conclusione del racconto di quell’incredibile segreto è il vecchio professore il personaggio superiore, il prescelto, colui che ha avuto la grazia di raggiungere la dimensione sublimata dei sensi. Con Lighea, simbolo dell’erotismo supremo, egli ha superato l’angusta misura della realtà, è asceso alle vette di una sensualità sovraterrena che lo distanzia da ogni comune mortale. Lighea è creatura del mare, e il mare è principio e fine, nascita e morte, voce e silenzio. L’amore per Lighea e di Lighea è la voluttà suprema, il congiungimento del sacro e del pagano, l’espressione della natura archetipa. L’amore fra il giovane professore e la sirena si conclude alla fine di agosto, quando Lighea torna agli immoti abissi del mare. Andando via ella fa una promessa all’amante: «Ricorda, quando sarai stanco, quando non ne potrai proprio più, non avrai che da sporgerti sul mare e chiamarmi: io sarò sempre lì e la tua sete di sonno sarà saziata». Così si conclude il racconto del vecchio professore, che il giorno dopo s’imbarcherà su una nave alla volta del Portogallo. Il giovane Corbera, che pur nella sua lucida visione di uomo moderno non ha mai dubitato della veridicità della vicenda che ha sentito, il giorno appresso alla partenza del vecchio professore, ha notizia che egli è morto cadendo in mare. E così, alla conclusione del racconto, i due livelli narrativi si congiungono, in un finale che in un certo senso è la metafora della morte come superamento del limite e ricongiungimento alle origini della vita.

Il dato connotativo del racconto è l’elemento mitologico. La sirena è simbolo ambiguo proprio per la sua doppia identità: quella di donna-pesce e quella, primigenia, di donna-uccello. Infatti la prima raffigurazione delle sirene fu quella che le rappresentava con testa e busto di donna, seni appuntiti e zampe palmate da uccello acquatico. La loro arma era il canto con il quale catturavano gli uomini e, secondo una certa mitologia, esse erano compagne di Demetra e Persefone per cercare la quale avrebbero assunto ali e corpo da uccello. In questo senso la loro era un’identità ctonia, legata all’oscurità del mondo sotterraneo. Nell’immaginario simbolico del periodo medievale le sirene subiscono una trasformazione che le rappresenta come donna-pesce. Hanno chiome lunghe e ondulate e sono raffigurate con uno specchio e un pettine. Lo specchio è un simbolo che rimanda al doppio, quindi anche all’inganno, mentre il pettine rinvia alla sessualità. Nella sua metà femminile la sirena è legata alla terra, regno dell’Ego, nella sua metà ittica è il mare, simbolo dell’inconscio da cui si perviene. In questa doppia accezione essa diventa la metafora della dualità del rapporto d’amore, che si scompone in una prima fase di fascinazione e di desiderio erotico e in quella successiva di tristezza post-coitale, segno di prigionia e di morte. Tutto ciò è parte sostanziale nell’allegoria del racconto La sirena: il giovane Rosario La Ciura nella sua vicenda d’amore vive il desiderio inconscio di superare la soglia limitante della realtà e di realizzare la fascinante promessa di un ricongiungimento che può inverarsi soltanto con la morte, cioè con la perdita della misura carnale.


Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato su questo autore:



NOTE
Il presente saggio è precedentemente apparso su «La nuova Tribuna Letteraria»



BIBLIOGRAFIA
a) Saggi giovanili Paul Morand, in «Le Opere e i Giorni», n. 5, maggio 1926,pp. 15-21. W. B. Yeats e il Risorgimento irlandese, ivi, n. 11, novembre 1926, pp. 36-46. Una storia della fama di Cesare, ivi, n. 3, marzo 1927, pp. 28-42; n. 4, aprile 1927, pp. 17-32. b) Postumi Il Gattopardo, Milano, Feltrinelli, 1958; Il Gattopardo, edizione conforme al manoscritto del 1957, ivi, 1969. Lezioni su Stendhal, in «Paragone», n. 112, aprile 1959, pp. 3-49; (in edizione monografica), Palermo, Sellerio, 1977. Racconti, Milano, Feltrinelli, 1961. James Joyce, in «Corriere della Sera», 7 agosto 1977. Virginia Woolf, ivi, 19 febbraio 1978. Invito alle Lettere francesi del Cinquecento, Milano, Feltrinelli, 1979. Letteratura inglese, a cura di Nicoletta Polo, introduzione e postfazione di Gioacchino Lanza Tomasi, Milano, Mondadori, 1990-91, 2 voll. Opere, a cura di Nicoletta Polo, introduzione e premesse di Gioacchino Lanza Tomasi, “I Meridiani”, Milano, Mondadori, 1995. G. Aromatisi, Scritti ritrovati, premessa di F. D’Orsi Meli, introduzione di A. Vitello, Palermo, Flaccovio, 1993. Anna Maria Bonfiglio, L'aristocrazia letteraria di Tomasi di Lampedusa, Nuova Tribuna letteraria, Padova, 2006

Milano, 2006-11-17 01:00:00

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