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DOSSIER
Federico De Roberto

Ereditarietà e predestinazione nei personaggi de “I Viceré”

Romanzo-simbolo della decadenza e della fine non solo di una stirpe ma di tutta una condizione sociale.

(Anna Maria Bonfiglio)

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L'itinerario stilistico di Federico De Roberto può considerarsi inscritto sull’asse verismo-naturalismo-psicologismo. "I Viceré" è il risultato dell’elaborazione dei vari passaggi che lo hanno svincolato da ogni precedente “ismo“. Nel romanzo la storia della Sicilia post-garibaldina viene delineata attraverso le vicende private degli Uzeda di Francalanza, il cui ultimo “discendente” sarà soltanto un groviglio di cromosomi degenerati.

    «La storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi. (…) No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa.»

    [Federico De Roberto, I Viceré]

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ell’agosto del 1894 l’editore Galli di Milano pubblica il romanzo I viceré di Federico De Roberto. La stesura del testo aveva impegnato lo scrittore per due anni ed era stato un lavoro così accanito e rigoroso da procurargli una fatica mentale e fisica tale da determinare nell’autore uno stato di ipocondria, una sorta di “malattia neurovegetativa“ che ebbe conseguenze negative per la sua salute.

Del suo disturbo De Roberto parlò anche con Verga ed in seguito, su consiglio di Arrigo Boito, si recò in Svizzera per consultare lo psichiatra Dubois che classificò la sua patologia come «uno dei più rari casi di isterismo mascolino», diagnosi alquanto approssimativa, malattia vaga e indefinibile che condusse lo scrittore ad un progressivo isolamento. Fra le cause del problema psicosomatico non erano certamente estranei i motivi di insoddisfazione per la freddezza con cui era stato accolto il suo romanzo (e in definitiva tutta la sua opera), cosa che gli aveva procurato uno stato di grande frustrazione sovente espressa nei rapporti dialogici con altri amici letterati. In una lettera a Mario Puccini così gli scrive: “Nessuno sa meglio di me quanto poco ho fatto e quanto è giustificato il silenzio che mi circonda per ora e quello, più grande, che avvolgerà il mio nome. I sogni, sì, erano vasti e belli, ma ne tradussi, troppo male, troppa poca parte“. L’ala del fallimento sembra essersi posata sullo scrittore tanto pesantemente da procurargli amarezza e sconforto e la sensazione di avere subito uno scacco definitivo e di avere perso la partita con l’arte della scrittura.

De Roberto aveva sfiorato il successo ancora giovane senza tuttavia riuscire a conquistarlo compiutamente e trascorreva i suoi ultimi anni nella “sua“ Catania, in un ritiro ombreggiato dal senso di sconfitta, facendo ristampare le sue opere principali e producendo scritti occasionali. La sua carriera letteraria si esauriva nell’indifferenza della critica e nel silenzio, mentre i giovani letterati emergenti consideravano la sua opera inutilmente «faticosa e fallita» per la mania del “vecchio“ scrittore di consultare, nell’apprestarsi ad iniziare un romanzo, riviste e monografie. I tempi nuovi suggerivano ai nuovi scrittori di svincolarsi dalla fatica eccessiva di ricerche e approfondimenti.

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Quando esce I viceré Federico De Roberto ha già alle spalle un passato di giornalista e di scrittore, ha pubblicato saggi, racconti e il romanzo Ermanno Raeli; ha collaborato con i maggiori giornali italiani, ha vissuto alcuni anni a Milano, dove ha avuto contatti con gli scrittori della Scapigliatura, ed ha stretto un duraturo rapporto con Giovanni Verga, di cui in seguito raccoglierà gli inediti. Tuttavia non incontra il consenso dei critici che tengono in scarsa considerazione la sua opera letteraria. Solo in seguito all’affermazione del romanzo I viceré, che aprirà la pista per una rivalutazione di tutta la sua produzione letteraria, lo scrittore viene finalmente collocato fra i migliori autori del tardo Ottocento e la sua opera stimata uno spartiacque fra la lezione del Verismo di Capuana e Verga e le nuove tendenze della letteratura fin de siècle.

Federico De Roberto nasce a Napoli nel 1861. Il padre Ferdinando è ufficiale di stato maggiore di Francesco II, la madre è donna Marianna Asmundo e proviene da un casato di piccola ma antica nobiltà siciliana. Trasferitosi con la famiglia a Catania all’età di dieci anni, il ragazzo si ritrova ad assorbire i modelli della società post-risorgimentale dell’isola. Formatosi ad una scuola ad indirizzo tecnico, presto rivolge la sua attenzione alle discipline umanistiche ed inizia il suo percorso letterario.

Esordisce a quindici anni scrivendo per l’ «Illustrazione italiana» di Milano la cronaca della traslazione nella Cattedrale di Catania delle ceneri di Vincenzo Bellini. Inizia a collaborare a diverse testate giornalistiche fra cui la «Rivista Europea» di Firenze, il quotidiano «Fanfulla» di Roma, «Il Giornale di Sicilia» di Palermo, il «Corriere della sera» di Milano.

Nel 1890 incontra a Palermo lo scrittore francese Paul Bourget, autore, fra l’altro, di una serie di saggi psicologici sulle maggiori personalità del suo secolo. Da questo incontro nasce in De Roberto l’interesse per i metodi dello psicologismo che inizia a manifestare nella stesura dei suoi testi con la tendenza all’analisi psicologica e con il gusto dello scavo interiore attraverso il quale fare emergere “il personaggio“. Precedentemente aveva assimilato la lezione dei naturalisti francesi producendo la sua prima opera, Arabeschi, nella quale viene esplicitata la sua propensione ad un’arte basata sull’osservazione del dato reale, sull’impersonalità della scrittura e sull’esattezza della ricostruzione storica. Il suo itinerario stilistico può dunque considerarsi inscritto sull’asse verismo-naturalismo-psicologismo. Fra questi elementi De Roberto cerca una conciliazione per approdare ad un proprio codice espressivo che infine gli consente di produrre il suo vero capolavoro. I Viceré, autentica prova di maturità artistica, è il risultato dell’elaborazione dei vari passaggi stilistici che lo hanno svincolato da ogni precedente “ismo“.

Il romanzo si apre con una scena corale, il funerale della vecchia principessa Teresa Uzeda di Francalanza, donna dispotica che, privilegiando nel suo testamento il figlio secondogenito, getta sugli altri eredi il seme della discordia. Gli Uzeda di Francalanza hanno ascendenze spagnole, i loro avi sono stati viceré di Sicilia e da essi hanno ereditato l’ambizione sfrenata e il gusto del potere. In loro si perpetua l’antica razza dei predoni spagnoli e se i mezzi per raggiungere i propri scopi sono diversi da quelli dei loro antenati, uguali sono i loro fini: ai soprusi, alle prepotenze e alle vessazioni ora si sono sostituiti i subdoli maneggiamenti, il calcolo, la piaggeria, la doppiezza.

Nel mettere a nudo la natura avida e superba degli Uzeda De Roberto non si risparmia, nessuno di loro si salva, sono tutti, per ereditarietà e predestinazione, il prodotto di una razza che nel tempo è andata corrompendosi attraverso connubi e innesti che hanno depauperato il sangue dell’antica stirpe spagnola. Il romanzo, che offre una visione della storia della Sicilia nel periodo del trapasso dal regime borbonico a quello unitario, indaga nelle trame private di una famiglia che di nobile ha ormai soltanto il nome. I suoi membri presentano la loro faccia peggiore e nulla fa pensare che un’altra essi ne abbiano; in loro agisce la razza che attraverso i normali processi biologici di riproduzione li ha predestinati ad una sorte di disfacimento.

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De Roberto non ha dimenticato del tutto la lezione del naturalismo, i cui presupposti si basavano sull’osservazione attenta della realtà nei suoi aspetti più crudi per attestare la verità del romanzo. Le implicazioni morali, le giustificazioni o le attenuanti non devono interessare lo scrittore, egli attraverso i personaggi deve dimostrare che tutto ciò che riguarda l’individuo e le sue azioni accade per il fenomeno che si riferisce alle leggi del determinismo e dell’ambiente. La realtà va quindi descritta in termini rigorosamente scientifici, in cui l’autore si porrà come osservatore distaccato, e i personaggi semplicemente “esposti“, rappresentati secondo il loro modo di essere e di sentire, anche nelle manifestazioni più scabre del carattere. E De Roberto si pone nei confronti dei suoi personaggi come un fascio di luce che illumina ora questo e ora quello, presentandone la realtà vissuta senza tenere conto di nessuna implicazione morale. Epigoni di una razza dalla quale hanno ereditato gli elementi distintivi e gli atteggiamenti, Gli Uzeda sono cupidi, altezzosi, arroganti, decisi a perseguire i loro fini a dispetto di tutto e di tutti. La vecchia principessa Teresa ha disposto dell’avvenire dei figli secondo i suoi desideri personali, generando fra i suoi discendenti invidie e gelosie che esplodono quando ciascuno di loro sente di essere leso nel proprio prestigio e soprattutto nel proprio interesse economico. La rabbia diventa allora livore e infine odio ed ogni azione, anche la più riprovevole, viene legittimata dallo smodato desiderio di sopravanzarsi l’un l’altro.

Personaggi, questi Uzeda, che De Roberto lega ad un repertorio di segni esteriori (atti, parole, gesti) per fissarne al massimo l’individuazione e le parti da essi sostenute; personaggi che lungo tutta la narrazione si evolvono seguendo sempre la traccia delineata fin dal primo momento della loro apparizione. Ognuno di loro segue il proprio scopo, che può essere teso alla ricchezza o all’affermazione del potere. Giacomo, il primogenito della principessa Teresa, da questa defraudato a vantaggio del prediletto Raimondo, approfittando della natura fatua e capricciosa del fratello, finisce per spogliarlo di tutta l’eredità e sfruttando l’ascendente dello zio, divenuto liberale dopo l’unità d’Italia, riesce ad acquistare gran parte dei beni confiscati ai conventi e ad appropriarsi delle sostanze delle sorelle. Incurante di ogni principio morale, Raimondo ottiene di fare annullare il suo matrimonio con Matilde, figlia di un barone di recente nobiltà ma di grandi risorse economiche, per sposare Isabella di cui si è incapricciato ma che in seguito finisce per odiare e abbandonare. Il suo scopo è sovvertire i canoni di tacite leggi morali per affermare la propria indipendenza sociale, il proprio desiderio di autodeterminazione: è un Uzeda e in quanto tale non si piega a niente e a nessuno. Lodovico, costretto a farsi frate, con abili manovre ammantate di virtù e con sapiente diplomazia, approda all’alta gerarchia ecclesiastica, divenendo prima vescovo e poi cardinale. Chiara e Lucrezia fanno dell’opposizione alle decisioni della famiglia ragione di vita. Sprovvisto di senso pratico è infine Ferdinando, che vive di sogni d’avventura e che finisce per morire in miseria.

Ma i personaggi non sono solo questi, ad essi si affiancano i componenti collaterali della famiglia Uzeda, i fratelli cadetti del defunto principe Consalvo, marito di Teresa, che pur muovendosi in seno alla stessa compagine familiare tendono ad imporre la propria individualità e il proprio autonomismo. Sono “massa“ e allo stesso tempo sono individui singoli che tendono ad affermarsi al di fuori dell’ambito parentale e nonostante il peso che il casato fa gravare su di loro; sono orgogliosi della loro razza, fieri di discendere da quella stirpe che ha donato alla Sicilia personalità di primo piano durante la dominazione spagnola. In apparenza molto diversi fra loro, hanno in comune il sangue corrotto, l’avarizia, la prepotenza. Gaspare, duca d’Oragua, ha tendenze liberali e durante la rivoluzione del 1848 sposa la causa degli insorti, salvo ritrarsene in tempo al momento della reazione borbonica. Fra la deferenza ai Borboni e le simpatie liberali il duca rimane in equilibrio fino al 1860, quando, dopo la vittoria garibaldina, riesce a farsi eleggere al parlamento italiano. L’intrigo consente a don Gaspare Uzeda di riscattare il suo ruolo destinato ad essere nella famiglia di contorno. La politica gli offre la possibilità di godere di un prestigio che la sola nobiltà, dopo la rivoluzione del ’60, non avrebbe più potuto offrirgli e nel contempo il modo di rimpinguare, attraverso speculazioni poco pulite, la propria rendita resa esigua dai diritti di maggiorasco.

L’avidità e l’attaccamento al denaro è un aspetto peculiare della razza dei “viceré“ ed ogni mezzo, anche il più ignobile, è buono per possederne di più. Don Blasco, fratello di Gaspare, costretto a farsi frate, vive nell’aristocratico convento di S. Nicola. Violento e donnaiolo, privo di vera vocazione religiosa, non esita a comprare i beni conventuali e speculando con i titoli di stato si conquista un’immensa ricchezza. L’orgoglio degli Uzeda non si piega neanche di fronte al fallimento e alla miseria, come nel caso di don Eugenio che, pur ridotto ad elemosinare piccoli contributi per la propria sopravvivenza, resta attaccato all’idea della nobiltà e finisce per contrabbandarla e cederne, dietro compenso, una parte anche a chi la riteneva un miraggio irraggiungibile. La sorella Ferdinanda, rimasta zitella per volere della famiglia, non esita a mettere da parte gli scrupoli e ad intraprendere la sordida attività di usuraia per godere di quel benessere economico che la sua rendita esangue non può assicurarle.

L’unico degli Uzeda indifferente al denaro e che ne ignora il fascino torbido ed ammaliante è il giovane Ferdinando, figlio della principessa Teresa. Ma il suo disinteresse è soltanto la diretta conseguenza del fatto che egli ha sempre sconosciuto l’esistenza di quell’elemento che tutto il resto della famiglia dimostra di tenere in gran conto. Raggirato dalla madre finanche in punto di morte, invasato dalla smania della scienza e degli esperimenti ad essa conseguenti, cullato dalla sua fantasia nociva solo a se stesso e chiuso in una forma di follia quieta e distante dalle cose che sfuggono alle sue cure ossessive, egli vive nell’isolamento più assoluto, avulso dal suo mondo e dagli affetti familiari. E quando dall’uno e dagli altri viene attratto, per mano di quell’Isabella che non conosce ostacoli ai suoi scopi, è perduto. La sua mente si scompone, la sua follia si ritorce su se stesso e la morte lo coglie giovane e consumato nello spirito e nel corpo

*

La chiave sentimentale è usata da De Roberto per trattare due soli personaggi di tutto il romanzo: Matilde, la moglie succube del bel Raimondo, l’unico che incarni la bellezza fisica dell’antica razza Uzeda, e Teresa, figlia del principe Giacomo, erede per diritto di primogenitura del titolo e delle sostanze del casato. Ma anche in questi due casi la mano dell’autore è carica e le virtù delle due donne sfiorano il parossismo. Matilde, con la sua dedizione cieca e autodistruttiva nei confronti del marito egoista e privo di scrupoli, e Teresa, con la sua natura mistica e portata alla negazione di sé, non hanno quasi sfumature umane. Alla loro posizione di “personaggi positivi“ probabilmente è demandato il compito del riscatto della razza, ma ciò appare illogico per due motivi: Matilde, in quanto parente acquisita, è un elemento estraneo alla genealogia degli Uzeda e Teresa agisce solo per atteggiamento indotto, in quanto teme di potere altrimenti sconvolgere il già precario equilibrio familiare.

Nel romanzo I viceré la storia della Sicilia post-garibaldina viene delineata attraverso le vicende private dei personaggi. La decomposizione di quella fascia di nobiltà che presiedeva alle sorti del regno borbonico viene metaforizzata dal deterioramento della razza Uzeda. Emblematico è a questo riguardo l’episodio del parto di Chiara. Essa, dopo tentativi non riusciti di gravidanza, porta infine alla luce un feto che di umano non ha niente: una massa informe di cellule. L’ultimo prodotto della razza è dunque soltanto un groviglio di cromosomi degenerati, il simbolo della decadenza e della fine non solo di una stirpe ma di tutta una condizione sociale.

Scrittore di formazione borghese, De Roberto non indulge a debolezze nei confronti di questa aristocrazia. La sua ottica visualizza impietosamente le debolezze, i difetti, le miserie umane di una categoria sociale che si va decomponendo. Partendo dal postulato che il problema vero dello scrittore è quello di rispettare e di rappresentare la vita e la realtà, De Roberto si pone nella veste del narratore che può andare dall’uno all’altro dei personaggi senza compromettere il suo ruolo. Giudizi e critiche non sono di competenza dello scrittore ma vengono attribuiti ai personaggi stessi o, meglio, a una voce fuori campo, anonima e non identificabile. Il riflettore dell’autore inizialmente investe una parte privata della storia, il funerale della vecchia Teresa, che è il pretesto per fare la conoscenza con i numerosi componenti della famiglia e la chiave per iniziare a penetrare la loro natura avida e astiosa. Ma, andando avanti, il raggio s’allarga in un cerchio sempre più vasto fino ad investire la storia della realtà siciliana di un’epoca. Personaggi divengono anche gli innumerevoli componenti di quella folla anonima che si muove in questa realtà: i monaci, i liberali, i rivoluzionari, gli affaristi senza scrupoli, gli intriganti, i cortigiani. Mediante le vicende, i maneggi, gli intrighi della famiglia Uzeda De Roberto fa rivivere le tormentate vicissitudini storico-politiche della Sicilia dell’epopea garibaldina, ma senza porsi, o porre al lettore, interrogativi, dubbi o incertezze sulla sorte da essa subita e sulle conseguenze che la nuova realtà ha prodotto, come più tardi farà invece Pirandello con il suo romanzo I vecchi e i giovani.

Con I viceré De Roberto crea una forte caratterizzazione dei personaggi segnandoli di valenze negative: la violenza, il rancore, l’attaccamento al denaro sono parte connaturata del loro carattere che si tramanda per linea genealogica. La loro è una razza che ha sempre partecipato al potere, lasciando intendere con questo uno dei punti fermi della sua poetica e cioè che gli uomini restano sempre uguali a se stessi, che nulla muta nella sostanza dei tempi e che la storia procede in cerchio riproducendo necessariamente ingiustizie, prevaricazioni, violenza, in un’alternanza di tempi e di modi diversi.

Il romanzo si chiude con un lungo discorso del giovane principe Consalvo, nipote della defunta principessa Teresa, che, durante una visita alla vecchia prozia Ferdinanda, così conclude: “La storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi. (…) No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa.“


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NOTE
Le immagini in questa pagina illustrano (dall'alto):
Federico De Roberto
Monastero dei Benedettini (foto di Giuseppe Leone)



BIBLIOGRAFIA
Giosué Carducci e Mario Rapisardi. Polemica (Giannotta, Catania 1881)
Arabeschi (ivi, 1883)
La sorte (ivi, 1887)
Encelado (Galatola, Catania 1887)
Documenti umani (Treves, Milano 1888)
Ermanno Raeli (Galli, Milano 1889)
Processi verbali (Galli, Milano 1890)
L'albero della Scienza (ivi 1890)
L'illusione (ivi, 1891)
La morte dell'Amore (Pierro, Napoli 1892)
I Viceré (Galli, Milano 1894)
L'Amore. Fisiologia, psicologia, morale (Galli, Milano 1895)
Spasimo (ivi, 1897)
Gli Amori (ivi, 1898)
Leopardi (Treves, Milano 1898)
Una pagina della Storia dell'Amore (ivi, 1898)
Come si ama (Roux e Viarengo, Torino 1900)
Il colore del tempo (Sandron, Milano-Palermo 1900)
L'arte (Bocca, Torino 1901)
Catania (Istituto Italiano di Arti Grafiche, Bergamo 1907)
Randazzo e la valle dell'Alcantara (ivi, 1909)
La messa di nozze. Un sogno. La bella morte (Treves, Milano 1911)
Le donne, i cavalier… (ivi, 1913)
La lupa (in collaborazione con Giovanni Verga, Tip. Barravecchia e Balestrini, Palermo 1919)
Al rombo del cannone (Treves, Milano 1919)
All'ombra dell'olivo (ivi, 1920)
Ironie (ivi, 1920)
La "cocotte" (Vitagliano, Milano 1920)
L'Imperio (Mondadori, Milano 1929)

Milano, 2007-01-19 16:24:27

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