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DOSSIER
Camillo Sbarbaro

Il dolore del vivere

(Da assaporare fino all'ultima stilla)

(Anna Maria Bonfiglio)

*
La poesia di Camillo Sbarbaro fa da spartiacque fra la poesia del primo Ottocento e quella della prima rivoluzione industriale. L'atonia vitale, la pietrificazione interiore dell'individuo che assiste da spettatore inerte alla vita, la frantumazione della propria identità nei rapporti con il mondo esterno, sono la misura del disagio che l'uomo Sbarbaro avverte nei confronti di un'esistenza che subisce, volendola vivere nondimeno con avidità.

    Sbarbaro, estroso fanciullo, piega versi colori
    carte e ne trae navicelle che affida alla fanghiglia
    mobile d'un rigagno; vedile andarsene fuori.
    Sii preveggente per lui, tu galantuomo che passi:
    col tuo bastone raggiungi la delicata flottiglia,
    che non si perda; guidala a un porticello di sassi.

    [Eugenio Montale (1)]

*

n questo epigramma che Eugenio Montale scrisse per l'amico Camillo Sbarbaro è racchiusa tutta la potenza simbolica che l'autore assegna alla poetica del ligure: chiave d'interpretazione del mondo lirico sbarbariano, un universo esplorato con l'occhio limpido del fanciullo che gioca «con carta colorata» alla rappresentazione di una vicenda esistenziale intessuta di umili cose.

In Fuochi Fatui lo stesso Sbarbaro parlò di se stesso assimilando i suoi repentini stupori a quelli di un fanciullo «ammesso a far man bassa in un emporio di giocattoli». Nella sua prosa frammentistica, che non raramente tocca punte di autentica liricità, il poeta ritorna sovente al suo mondo di fanciullo come a un'isola dove solo è possibile spegnere quel disagio nei confronti della vita che è la costante espressione della sua poesia.

L'arte di Sbarbaro ha una genesi indecifrabile, è un nodo di autobiografismo vago, privo di qualsiasi sostegno documentale, nasce e "si fa" voce di un sapere lucido, disincantato, espressione sostanziale di un'esistenza che ha un solo punto fermo, la natura, al cui contatto l'uomo-Sbarbaro approda ad un'autentica emozione. La natura, sola presenza benefica in un mondo che lo lascia indifferente, riscatta la povertà di avvenimenti della sua vita, cura gli stati di nevrosi che a periodi lo colgono, lo riconcilia con una realtà che, pur nel suo fondo di avarizia, può dargli ancora qualcosa: «Benedetto amore. Oggi che ho il piede sulla soglia, pochi passi bastano per raggiungere l'uliveto sul mare, dove per ore, in silenzioso a tu per tu con una muriccia di fascia, passerò di gioia in sorpresa…».(2)

La botanica ha una grande importanza nella vita del poeta, egli è uno dei pochi in Italia che in quegli anni si occupi di licheni. Ma l'attività scientifica non è mai per lui programma ideologico e non interferisce nella sfera della sua poesia, è piuttosto un'oasi in quel "deserto" che è per lui il mondo. E' la sua vita come divisa in due corpi: da una parte la letteratura, dall'altra la scienza, e nello stesso tempo unica, quando dall'una e dall'altra si distacca per contemplare con pena irreversibile il sentimento doloroso della vita: (Vedo allora che nulla nella vita/ è buono e nulla è triste, ma che tutto/ è d'accettare nello stesso modo;/ e penso che convenga rassegnarsi/ ché tutto eguaglia la necessità).(3)

*

In un suo articolo il critico Enzo Siciliano lascia intendere che nell'esistenza di Camillo Sbarbaro si è impressa una ferita profonda e senza speranza di guarigione, ma una ferita, ritengo, che non può essere ricondotta ad una causa specifica o ad un preciso accadimento. Penso piuttosto ad una piaga che il poeta porta dentro di sé, una lesione provocata da una dolenza primordiale, quella del nascere.

Camillo Sbarbaro nasce a Santa Margherita Ligure nel 1888. Il padre Carlo, ingegnere e architetto, è un militare a riposo, la madre è Angiolina Bacigalupo. Ammalatasi di tubercolosi, Angiolina morirà nel 1893 affidando i suoi due figli Camillo e Clelia alle cure della sorella Maria (la Benedetta a cui Sbarbaro dedicherà le poesie di Rimanenze). Dopo un breve soggiorno a Voze, nel 1894 la famiglia si trasferisce a Varazze, dove Camillo frequenta le scuole fino al ginnasio. Nel 1904, incoraggiato dallo scrittore Remigio Zena, inizia la sua attività poetica. Frequenta il liceo a Savona dove ha l'occasione di conoscere il filosofo Adelchi Baratono, fratello del suo futuro amico Pierangelo.

Dopo aver conseguito il diploma Sbarbaro si impiega nella Società Siderurgica di Savona. Nel 1911 la società viene assorbita dall'Ilva di Genova e Sbarbaro è costretto a trasferirsi nel capoluogo ligure. In quello stesso anno, grazie ad una sottoscrizione dei compagni di liceo, viene stampata Resine, la sua prima raccolta di liriche. Successivamente le sue poesie e la sua prosa lirica compaiono sulle maggiori riviste letterarie italiane: «La Riviera Ligure», «Lacerba», «La Voce».

Allo scoppio della prima guerra mondiale decide di abbandonare la mal sopportata vita impiegatizia e si arruola volontario nella Croce Rossa Italiana. Alternandosi tra le trincee e le retrovie scrive le prose più belle dei suoi Trucioli. Nel 1919 esce l'ultimo fascicolo de "La Riviera ligure", a lui interamente dedicato. Abbandonato definitivamente l'impiego, riesce a sostentarsi grazie alle ripetizioni di latino e greco (un mestiere che, insieme alla botanica, lo accompagnerà per tutta la vita). In questi anni conosce Eugenio Montale, primo appassionato recensore delle prose di Trucioli (1920). A partire dal 1921 collabora alla «Gazzetta di Genova» e all'»Azione» con numerose prose 'liguri'.

Nel 1927 comincia ad insegnare all'Istituto genovese Ariecco dei padri Gesuiti, ma lascia improvvisamente l'incarico per non dover subire la tessera del Fascio che gli era stata imposta. L'anno seguente escono nel volume Liquidazione alcune delle prose scritte negli anni postbellici, che testimoniano il definitivo passaggio da un gusto vociano-frammentista ad una più costruita e complessa prosa d'arte. Nel 1928 Sbarbaro vende a Stoccolma un primo importante erbario di muscinee. Nel 1931 esce la rivista «Circoli», fondata da Adriano Grande, che nel primo numero ospita gli splendidi Versi a Dina, piccolo canzoniere amoroso. Il rapporto col regime si complica e l'anno successivo la censura esige tagli e soppressioni dalle bozze del suo nuovo libro, Calcomanie, che non vedrà la luce se non in una versione dattiloscritta allestita per gli amici in venti copie nel 1940. In seguito al bombardamento navale di Genova (9 febbraio 1941) si trasferisce a Spotorno con la zia e la sorella. Vi resterà fino al novembre del 1945, iniziando una feconda attività di traduttore dei classici greci e francesi.

Tornato per qualche anno a Genova, nel 1951 trasloca definitivamente a Spotorno. In questo secondo dopoguerra vince i suoi primi premi letterari (il Saint-Vincent nel 1949, l'Etna-Taormina nel 1955) e comincia la ripubblicazione e revisione delle sue opere: nel 1948 esce da Mondadori la nuova edizione dei Trucioli (poi riediti nel '63) e Neri Pozza ripubblica Pianissimo nella versione originale del '14 affiancata da un'altra assai rimaneggiata. Nel 1955 raccoglie in volume col titolo di Rimanenze le sue ultime poesie. Il 31 ottobre del 1967, alla fine di un periodo segnato da gravi depressioni, Sbarbaro muore all'Ospedale S. Paolo di Savona.

*

Nel 1914, con la dedica «A mio padre», viene pubblicata a Firenze, per conto de «La voce», la silloge Pianissimo. La raccolta è un canto accorato, un monologo dal tono dimesso, quasi soffocato, espresso in endecasillabi. La tematica esistenziale presenta ampi squarci di tormento interiore articolato senza alcuna violenza linguistica. I testi si offrono al lettore come pronuncia scabra ed essenziale di un'angoscia che non trova conforto. Il poeta si vede come sdoppiato, un uomo che cammina portandosi appresso un'anima che "la sirena del mondo" non può incantare; tutto ciò che lo circonda «è quello che è», nessuna illusione, ma la rassegnazione a una condizione di vita segnata dall'indifferenza.

L'accostamento alla tematica di ispirazione leopardiana, di cui si è parlato a proposito della poesia sbarbariana, si arena quando più si fa evidente la reale differenza che intercorre fra le pulsioni dei due autori: la poesia di Camillo Sbarbaro condivide con quella del Leopardi il sentimento di sordo dolore nei confronti della vita, ma se ne distanzia per la fondamentale disposizione dell'anima. Sbarbaro non piange i sogni perduti, le illusioni tradite, il desiderio di ciò che non è possibile possedere, che nel Leopardi sono filosofica affermazione di una condizione di vita comune a tutti gli uomini, ma si fa testimone di una sua personale solitudine interiore, generata dall'aridità che lo circonda, e scioglie il dolore che lo raggela in un canto cupo e impietrito. La sua poesia è manifestazione di sfiducia nei confronti della vita ma allo stesso tempo segno di un forte attaccamento ad essa anche nell'epifania del dolore. (…«Per la felicità grande di piangere/per la tristezza eterna dell'amore/per non sapere e l'infinito buio…/per tutto questo amaro t'amo, Vita»).(4)

Sbarbaro vuole scontare la vita. Inerte, atono di fronte all'esistenza non ne rifiuta neanche la più piccola parte, sa che il vuoto attorno a sé sarà per sempre ma di questo non piange. Non semplice accettazione, dunque, ma meditata resa ad una condizione che non può essere diversa. La solitudine di Sbarbaro è una reclusione fatale che gli permette di osservare la realtà con occhio oggettivo. Il suo canto di dolore si innerva su due motivi: lo sconforto universale, generato dalla consapevolezza che nessuno può sottrarsi all'ineluttabilità dell'esistenza, e la pena privata, una sofferenza tutta personale, radicata nel fondo della coscienza. A questo dolore il poeta non può e non vuole rinunciare perché in esso configura la vita stessa: (…«perché quando non soffro neppur vivo»).(5) Quella che egli stesso definisce «la condanna d'esistere» investe tutta l'umanità ed ecco che la sua pena diviene dolore del mondo e dei «tanti condannati sorridenti» che vanno verso l'abisso dell'esistere, egli «s'impaura».

*

A proposito di Pianissimo si è parlato anche di matrice culturale baudelairiana e non è difficile rilevare che alcune liriche offrono molti spunti che autorizzano un accostamento alla poesia di Baudelaire. Solo per fare un esempio: «Io ti vedo con gioia e con paura/ ogni giorno scemare/ mio Dolore»,(6) canta Sbarbaro. E il poeta francese:«Sii saggio, o mio Dolore, e statti più tranquillo…». Nei due testi il sema "dolore", termine di appartenenza astratta, diviene con l'acquisizione della lettera maiuscola una personificazione, un'entità tangibile nel labirinto dei sentimenti umani.

La tematica di Sbarbaro apre un varco verso la concezione della poesia moderna del secondo Novecento, così come quella di Baudelaire fu uno spartiacque fra la poesia del primo Ottocento e quella che si avviava a rappresentare un modello di umanità calata nell'era della prima rivoluzione industriale, nella quale l'uomo finiva per essere fagocitato dall'inferno delle città dispensatrici di solitudine. L'atonia vitale, la pietrificazione interiore dell'individuo che assiste da spettatore inerte alla vita, la frantumazione della propria identità nei rapporti con il mondo esterno, sono la misura del disagio che l'uomo Sbarbaro avverte nei confronti di un'esistenza che subisce.

I sentimenti del poeta si sciolgono solo nel canto che gli affetti familiari gli sanno suscitare e al padre egli rivolge il suo pensiero purificato dall'immanente presenza di quel dolore che suscita la consapevolezza della perdita: «Padre che muori tutti i giorni un poco/e ti scema la vita e più non vedi/con allargati occhi che i tuoi figli…»,(7) versi che implicano il senso dell'impotenza escatologica e la pena della solitudine senza speranza alla quale «l'indifferenza della vita» condanna l'uomo. Il rimpianto di non aver saputo esprimere concretamente i sentimenti che lo legano alle persone care corrode l'anima del poeta che cerca riscatto e salvezza nella propria capacità di ancorarsi al dolore: «Voglio il Dolore che mi abbranchi forte/e collochi nel centro della Vita».(8)

Elemento necessario e catartico, il sentimento del dolore è la struttura essenziale della poetica sbarbariana dalla quale l'autore si discosta appena nelle brevi pause di abbandono. Nei bellissimi Versi a Dina il canto di dolore si distende pur rimanendo latente nell'anima per il senso di provvisorietà che l'episodio d'amore non cancella. Il poeta ha consumato la sua ansia d'amore in anonimi letti di postriboli, ne ha assaporato il retrogusto amaro che ogni volta lo ha svuotato d'ogni voglia di vivere. A questa sensualità spesa troppo in fretta ha pagato il suo tributo di pena: nel momento stesso in cui sono stati placati i sensi sono scattati il vuoto e la desolazione, l'alienazione al diritto di soffrire: «Sento d'esser passato oltre quel limite/nel qual si è tanto umani per soffrire».(9)

Ma, oltrepassata la frontiera dei sensi, ecco, a rischiarare un'esistenza di trame povere e a rendere vivi fantasmi e immagini di una giovinezza consumata nella fantasia, palesarsi il sentimento che coniuga amore e pulsione erotica. La vita che prima era stata un deserto si anima di una presenza viva. E' una ricchezza insospettata, qualcosa che attendere è già stupore: «E la vita sapessi a me che fu,/Amore, prima che ti conoscessi…/Un deserto la terra; a volte, il mondo/come sfocata immagine che trema».(10) L'inquietudine si scioglie nella certezza della realtà nuova, spezza l'amara solitudine e riporta l'uomo a contatto con l' altro. Il tempo di stupirsi, di placare il tormento interiore in una pausa riconciliatrice ed ecco che tutto è già rimpianto. L'Immagine, fatta vita e ritornata oscurità, si fa ricordo, memoria che trasmuta fatti e luoghi, risorsa vitale per l'anima consumata dalla pena del vivere; ritorna il dolore, generato dal senso di perdita. «Oh come poca cosa quel che fu/da quello che non fu divide!» (11) I termini del vissuto si confondono fra emozioni provate e realtà immaginate e riportano al passato suscitando suggestioni che si risolvono nell'icasticità di immagini scarne e strazianti: "(…) non era che un crudele immaginare". (12)

Scrisse Eugenio Montale: «Sbarbaro, uomo coltissimo, credeva fermamente che la vita fosse più importante della letteratura. Ma quale vita? Tutti i critici che si sono occupati di lui si sono chiesti quanto nella sua opera fosse documento e quanto si risolvesse nel cristallo della forma». Secondo questo postulato la poesia sarebbe un atto autonomo, indipendente da ogni esperienza di vita e qualsiasi elemento documentaristico la farebbe scadere nel residuo del vissuto. Ma quello che resta inconfutabile è il suo potere alchemico che riesce a fondere dati esistenziali, esperienze, fantasie e carica affabulatoria, convertendo l'atto documentale in segno di immortalità. Nel caso di Sbarbaro è possibile seguire la traccia di quella vita, definita dai critici «inesistente», che si è fatta poesia. «Quella di Sbarbaro è un'arte di autoanalisi», scrisse Emilio Cecchi. E un'autoanalisi non può ingenerarsi se l'individuo non prova a riconoscere in sé le ragioni del suo vivere. La vita del poeta ligure è il segreto che ciascuno custodisce in sé e la sua poesia, di cui Giovanni Boine scrisse che «a capirla basta il cuore e l'aver vissuto», ne è la sola certezza. Sbarbaro fu uomo che non rifuggì la povertà, si tenne lontano da mode e conventicole e non seguì che la sua sensibilità. Il suo dettato poetico è una partitura nitida dalla quale si sprigiona la forza erompente dell'arte. Il suo fu un mondo chiuso che gli permise spazi altissimi dove le sue sensazioni di cupo sconforto si sciolsero nella manifestazione espressiva. Il dolore del vivere, che sempre lo accompagnò, non gli impedì di provare uno stupore quasi infantile ogni qualvolta la sua anima colse gli aspetti benevoli della natura, al cospetto della quale provò l'ineffabile sensazione della libertà: «(…) e come per uno sforzo d'ali i gomiti alzo…» (13)

Se Baudelaire vede il poeta come l'albatro che caduto in mano alla ciurma insensibile ne diviene lo zimbello, Sbarbaro lo assimila alla fanciulla che se ne va da sola nient'altro possedendo che il suo canto. «A noi che non abbiamo/ altra felicità che di parole(…)/se non è troppo chiedere, sia tolta/prima la vita di quel solo bene».(14)


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NOTE
Il saggio si sofferma su uno degli elementi della tematica di Camillo Sbarbaro, quella del dolore del vivere. Questo dato precipuo della sua opera, assieme con il paesaggio ligure e con la ricchezza della natura, costituisce il corpo della sua poetica.

Le foto (dall'alto): Camogli (© Sergio Pareto), Camillo Sbarbaro (1959), Paraggi, Torre Doria, località celebri della Riviera di Levante.

1. Cfr. Eugenio Montale Versi a Camillo Sbarbaro, da Ossi di seppia, Gobetti, Torino 1925
2. Cfr. Camillo Sbarbaro Fuochi fatui, Scheiwiller, Milano 1956; seconda edizione accresciuta, ivi 1958; terza edizione, Ricciardi, Milano-Napoli 1962
3. Cfr. C. Sbarbaro Pianissimo, Neri Pozza, Venezia 1954
4. Ibidem
5. Ibidem
6. Ibidem
7. Ibidem
8. Ibidem
9. Ibidem
10. Cfr C. Sbarbaro Versi a Dina in "Poesie", edizione definitiva, Scheiwiller, Milano 1971
11. Ibidem
12. Ibidem
13. Cfr. C. Sbarbaro, Pianissimo, Neri Pozza, Venezia 1954
14. Cfr. C. Sbarbaro, Versi a Dina, in Poesie, edizione definitiva, Scheiwiller, Milano 1971



BIBLIOGRAFIA
Resine, Caimo, Genova 1911
Pianissimo, «La Voce», Firenze 1914
Trucioli (1914-1918), Vallecchi, Firenze 1920
Liquidazione, Ribet, Torino1928
Resine 1911, ristampa Garzanti, Milano 1948
Trucioli, Mondadori, Milano 1948; ristampa Mondadori, ivi 1963
Pianissimo (stesure 1914-1954), Neri Pozza, Venezia 1954
Rimanenze, Scheiwiller, Milano 1955; seconda stesura, ivi 1956
Fuochi Fatui, Scheiwiller, Milano 1956; seconda stesura accresciuta, ivi 1958; terza edizione, Ricciardi, Milano-Napoli 1962
Primizie, Scheiwiller, Milano 1958
Scampoli, Vallecchi, Firenze 1960
Poesie, Scheiwiller, Milano 1961
Gocce, Scheiwiller, Milano 1963
Autoritratto(involontario) di Elena Vivante (a cura), Scheiwiller, Milano 1964
Il Nostro e Nuove Gocce, con saggio di Eugenio Montale, Scheiwiller, Milano 1964 Contagocce, Scheiwiller, Milano 1965
Bolle di Sapone, Scheiwiller, Milano 1966
Cartoline in franchigia, Nuovedizioni Vallecchi, Firenze 1966
Vedute di Genova, 1921; Scheiwiller,
Quisquilie, Scheiwiller,Milano 1967
Licheni:un campionario del mondo, Nuovedizioni Vallecchi, Firenze 1967
Ricordo di Giorgio Labò, Scheiwiller, Milano 1969
Poesie, edizione definitiva, Scheiwiller, Milano 1971

Milano, 2007-03-16 18:43:07

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