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DOSSIER
Antonia Pozzi

Arte e vita

I diari di Antonia Pozzi

(Tiziano Salari)

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La passione poetica di Antonia Pozzi, Antigone moderna, sull'orlo del precipizio, perduta nello sforzo di rigenerarsi, uno dei grandi poeti del secolo, e il suo essere donna, erano forse in conflitto con un ambiente culturale e sociale inadatti a riconoscerla pienamente nella sua identità di poetessa. Secondo di due articoli.

PARTE II di 2
(SEGUE DALLA PARTE I [«–– INDIETRO])

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crive Eugenio Borgna in Le intermittenze del cuore, «I diari di Antonia Pozzi si leggono con il batticuore: sono attraversati da una cascata di emozioni e di riflessioni sconvolgenti e temerarie: ancorate a tematiche esistenziali roventi e attuali ieri come oggi: e dalla loro lettura si esce stupefatti e straziati».

Sorprende l’identificazione di se stessa con Tonio Kröger, il protagonista del romanzo di Thomas Mann in cui è rappresentato drammaticamente il dissidio tra arte e vita dell’artista borghese. Ma per quanto ella si senta, come si autodefinisce in una lettera del giugno 1935, «più che mai Tonia Kröger» e avverta sempre più profondamente, come scrive nell’agosto dello stesso anno, «l’incompatibilità di poesia e vita come è in Tonio Kröger», la Pozzi si muove all’interno di una tradizione in cui la libertà interiore dell’artista e la sua storia di formazione non hanno mai avuto una decantazione estetica, un muoversi nel dolore e nella solitudine verso una superiore conoscenza. E per quanto, nei suoi Diari, individui chiaramente che per Tonio Kröger «il contrasto fra geist e leben «si risolva, non solo nella nostalgia nei confronti di una vita pienamente vissuta, ma nell’andare oltre la vita con la creazione, Antonia Pozzi non giunge a valorizzare il suo destino di poeta, a considerarlo, come scrive Marcuse per l’artista manniano, come una necessità piena di senso» (Il romanzo dell’artista nella letteratura tedesca). E questo perché l’ambiente culturale e sociale in cui vive, riesce alla fine a prevalere sulla sua intelligenza critica e sulla sua vocazione artistica. E non solo Tonio Kröger, anche Flaubert, la formazione letteraria di Flaubert, su cui scrive la sua tesi di laurea, diventa per lei un modello da seguire e col quale identificarsi. Antonia accompagna il passaggio del grande scrittore dal sognante romanticismo giovanile a una concezione oggettiva e a una dedizione ascetica all’arte. «Molti hanno rimproverato ad Antonia – scrive la Cenni – (lo stesso Banfi, che considera con una certa diffidenza questo lavoro in cui intravede la personalità tormentata dell’allieva) un’identificazione fatale con Emma Bovary. Ma chi coglie davvero la complessità del suo profilo esistenziale, potrà accettarla solo con l’ironica adesione del suo stesso creatore: ’Madame Bovary c’est moi’».

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TONIO KRÖGER E GUSTAVE FLAUBERT

In questo appunto di diario del 17 ottobre 1935, in cui da una parte è alle prese con l’elaborazione della tesi, dall’altra patisce la delusione di non essere amata da Remo Cantoni (il quale le offre «una gran compassione e una gran tenerezza che, sommate, non si possono chiamare amore» racconta Antonia in una lettera a Vittorio Sereni), le figure di Tonio Kröger e di Flaubert sono unificate come esemplari modelli in cui specchiarsi per un superamento della confusione sentimentale:

    Adesso tornerai a scrivere poesie. Dici, parli, ma ha ragione Tonio Kröger. Impara a vivere sola – dentro di te. Costruisciti. – Qui, o si muore o si comincia una tremenda vita. Io non devo morire, perché la mamma, sentendo il tonfo del mio corpo sulla terrazza del piano terreno, griderebbe ‘cosa c’è’, si affaccerebbe e la porterebbero morta anche lei nel suo letto. Io sono una donna, ma devo essere più forte del povero Manzi che si è ammazzato per una ragione uguale alla mia – Io lavorerò, Flaubert m’insegni. Ho il dovere di essere più forte del mio dolore, perché il dolore nasce sempre da uno sbaglio. Io ho sbagliato. Faccio ammenda . Pago del mio.- Orgoglio, aiutami. Bisogna nascere una seconda volta.

E Manzi è un altro allievo di Banfi che si è suicidato alla vigilia di discutere una tesi proprio su Thomas Mann e che aveva battezzato Antonia, Tonia Kröger. E quel «devo essere più forte del povero Manzi» significa che il presagio della sua stessa fine continua ad aleggiare in lei, nonostante i propositi di una rinascita, e di una costruzione interiore inattaccabile dalla frustrazione che è destinato a subire continuamente il suo bisogno d’amore.

LA SECONDA NASCITA

Bisogna nascere una seconda volta. È la rinascita nell’arte, come è accaduto a Tonio Kröger, come è accaduto a Flaubert. Molte di queste espressioni le troviamo anche ne Il mestiere di vivere di Pavese, dettate negli stessi anni, nelle alternanze di orgoglio creativo e scacchi esistenziali. Pavese è anche il traduttore del Dedalus, il Ritratto dell’artista da giovane di Joyce, che è un corrispettivo piccolo borghese o proletario dell’alto borghese Tonio Kröger, e ancora più demoniaco nei suoi propositi di forgiare attraverso l’arte una nuova anima della sua razza. Ma, ripeto, nella nostra tradizione culturale manca il romanzo di formazione dell’artista, in cui l’arte venga elevata a unico metro di giudizio di valore e di comportamento che unifichi l’etica e l’estetica. Ce ne sono stati degli abbozzi in periodo vociano – Il mio Carso di Slataper, Il peccato di Boine – ma in cui l’etica e il moralismo tendono a comprimere l’accettazione e la libertà di una vita dedicata all’arte «come una necessità piena di senso». Solo nella poesia gli artisti hanno cercato un’espressione dei loro conflitti con l’ambiente di appartenenza. E nella poesia degli ultimi anni, durante e dopo la stesura della ricerca intorno a Flaubert, Antonia Pozzi produce il maggiore sforzo di oggettivare il suo mondo interiore, di andare oltre la nostalgia per una pienezza di vita che le manca. Di ricostruirsi una nuova vita nella poesia.

GUARDARE IN FACCIA LA REALTÀ

*

C’è stata un’epoca della nostra storia in cui ciò che la poesia ci racconta sfuma nel non detto di una verità troppo orribile e inquietante per essere guardata in faccia, e che quindi deve essere elusa, attraverso sofisticate strategie di silenzio e di assedio. Sono gli anni europei fra le due guerre, in cui un vento d’inquietudine esistenziale percorre l’Europa, e che in Italia neppure gli argini autarchici del regime impedirono che soffiasse e gravasse sulle coscienze come un grumo oscuro d’incomprensibilità delle vicende storiche in corso o, in senso più ampio, come estraneità rispetto ai valori della cultura dell’umanità occidentale. La poesia allora cerca di erigere se stessa come barriera, fortilizio, residuo di civiltà strappato alle rovine ma perennemente minacciato nella sua sopravvivenza. È ciò che fanno Montale con Le occasioni, Ungaretti con Sentimento del tempo, Saba con Parole, è la linea poetica dell’ermetismo fiorentino, è l’evasione critica nella letteratura come vita. Brandelli di una dimessa realtà entrano in poesia con l’inerme sregolatezza dei sensi di un Penna, l’equilibrato disagio tra arte e vita di un Bertolucci o di un Caproni. Ma non siamo ancora alla pena di vivere condivisa tra il soggetto poetico e gli altri, le anonime e sofferenti figure della vita quotidiana che attraversano le nostre vite e che suscitano la nostra compassione, o sulle quali viene proiettata la stessa compassione che abbiamo per noi stessi. Antonia Pozzi è tra i pochi a guardare in faccia il lato terribile e inquietante della realtà. Da un punto di vista dello status sociale è una privilegiata. È ricca, frequenta le migliori scuole, ha viaggiato in mezza Europa per studio o per diporto, ha per amici gli intellettuali più promettenti del tempo. Ma porta in sé la ferita (una mancanza ad essere) che tutta la sua raffinata cultura non riesce a colmare, e il senso di pietas nei confronti di se stessa a poco a poco si riversa sugli altri fino a sentire vibrare la stessa pena nelle persone e nelle cose. In nessun altro canzoniere degli anni circola la ”vita”, la vita degli altri congiunta alla propria, come nel poema di Antonia Pozzi.

PERIFERIE

    Lampi di brace nella sera:/e stridono/due sigarette spente in una pozza.

Così inizia Periferia, una poesia del 1936. Le periferie sono presenti come un nodo alla gola, una vampa di ansia, nel poema di Antonia Pozzi. Solo Pavese, in quegli anni, su tutt’altro registro stilistico, ha un’analoga sensibilità verso l’emarginazione, l’emarginazione sociale che si rispecchia nell’emarginazione territoriale. A che cosa alludono quei lampi di brace che friggono in una pozzanghera, quelle due sigarette gettate contemporaneamente via in una pozza, in una serata piovosa? Un uomo e una donna, passeggiano insieme, forse in silenziosa attesa di una rivelazione che rompa la distanza tra di loro, una rivelazione d’amore che li sottragga al dubbio e alla solitudine. Le sigarette spente, il loro sfrigolio, denotano un certo nervosismo per il non detto che continua a dividerli, o forse a qualcosa di più intimo e profondo, all’impossibilità dell’amore di rimarginare le ferite esistenziali.

*

    Fra lame d’acqua buia/non ha echi/il tuo ridere rosso:/apre misteri/di primitiva umanità.

La seconda strofa accresce la perplessità e la distanza. La passeggiata (se così si può dire) avviene in una strada dissestata della periferia, in cui il ridere rosso del compagno non ha echi fra lame d’acqua buia. Che cosa significa qui il rosso del riso rispetto al buio dell’acqua? Forse che il riso non ha echi che si propagano nel cuore della compagna? O forse che, per la sua naturalezza e spontaneità, rimane inafferrabile e misterioso, come appartenente a un genere di umanità più primitiva rispetto alla soggettività lacerata del soggetto poetico?

    Fra poco/urlerà la sirena della fabbrica:/curvi profili in corsa/schiuderanno/laceri varchi nella nebbia.

Basterebbe questo passaggio a fare di Antonia Pozzi uno dei grandi poeti del secolo. L’urlo della sirena della fabbrica (e le fabbriche entreranno solo nel secondo dopoguerra nella poesia italiana) atteso, di lì a poco, come il segnale di una desolazione che accomuna tutte le creature, i due che passeggiano, e le curve figure degli operai in bicicletta che passano nella nebbia all’entrata o all’uscita dal lavoro.

    Oscure/masse di travi: e il peso/del silenzio tra case non finite/grava con noi/sulla fanghiglia,/ai piedi/dell’ultimo fanale.

Nelle periferie s’intrecciano ruderi e nuove costruzioni, ammassi di materiale giacenti in qualche angolo forse dimenticati, case disabitate o non ancora finite, mentre i due che camminano si avvicinano all’ultimo fanale, quindi al termine della passeggiata, e il non detto rimane non detto, e forse indicibile, inestricabilmente connesso alla fanghiglia, alla nebbia, ai curvi profili in corsa degli operai, allo squallore di una periferia decomposta che apre un abisso di incomunicabilità tra gli individui, ma anche di pietas nei confronti della creaturalità e della fatica umana. O si senta, in Treni (1 maggio 1937) l’aggressione del rumore notturno dei treni in partenza percepiti tra la veglia e il sonno, fino a richiamare dentro il sangue i lunghi fragori e l’antico ardente spavento dei tonfi cupi dei convogli come un incubo assurdo. In Fine di una domenica sono anticipati motivi che saranno di Vittorio Sereni. Nelle poesie degli ultimi anni si cominciano a percepire motivi che accomunano la ricerca poetica di Antonia Pozzi a quella di Vittorio Sereni, e che nascono dal reciproco scambio intellettuale tra i due poeti amici e col gruppo degli intellettuali milanesi. In Fine di una domenica (2 maggio 1937) c’è tutta l’atmosfera coatta di una domenica d’anteguerra e un verso di cui Sereni si ricorderà proprio nella poesia di rievocazione della periferia milanese in cui l’amica andò a cercare la morte: All’ultimo tumulto dei binari/hai la tua pace, dove la città/in un volo di ponti e di viali/si getta alla campagna...(Vittorio Sereni, 3 dicembre in Frontiera, Corrente 1941) La Pozzi aveva scritto:

    Rotta da un fischio/all’ultimo tumulto/s’è scomposta la mischia: sulle lacere/maglie e sui volti in furia – vedo/il cielo dello stadio bianco, quasi/soffice lana./Calmi greggi dormono/a fronte d’alte case,/in rozze strade/quest’avviarsi di treni verso incerte/pianure...

Quei confini, ancora mal definiti, tra città e campagna, tornano qui a racchiudere il senso di un destino che si sente sempre di più estraniato in un mondo privo di senso, e che, nella fine di una domenica, sembra essere giunto all’estenuazione come l’avviarsi dei treni verso le incerte pianure lombarde, o come quelle coppie di amanti che si avviano, nel seguito della poesia, nei lunghi viali periferici, trascinati da un’onda di vita inconsapevole, o come la stessa solitudine di chi l’amore non ha portato a compimento, sì che vuote/ora-e disgiunte/senza amore ci pendono le mani. Credo che proprio nella poesia degli ultimi due anni, nello sforzo di rigenerarsi, la poesia di Antonia Pozzi raggiunga livelli di grande bellezza, come in un estremo tentativo di abbarbicarsi alla vita, ma allo stesso tempo testimoni che la sua unica vita possibile sia un essere per la morte. In Amor fati (13 maggio 1937), il navigare con una rossa vela, intrisa di sangue, per orridi silenzi/ai crateri /della luce promessa, in Messaggio (21-22 giugno 1937), il silenzioso colloquio con una stella notturna designata a parlare ai vivi della sua morte, ne I morti la prefigurazione di uno stato di raggiunta pace, ne Le montagne (9 settembre 1937) un’estatica contemplazione notturna delle montagne vissute come grandi madri in attesa di maturare figli, in Morte di una stagione (20 settembre 1937) la pioggia notturna che porta via con sé le memorie dell’estate, e ancora in La terra (1 novembre 1937) la visione della stessa come una stella morta circondata da nubi di pianto e corolle di deliri, e un’altra Periferia (21 gennaio 1938), fangosa, dove nel tramonto le fabbriche incendiate/ululano per il cupo avvio dei treni…e il soggetto poetico, forse in un’ultima illusione d’amore, si sente pezzo muto di carne che segue paurosamente un compagno, pezzo di carne che la primavera/percorre con ridenti dolori.

UN’ANTIGONE MODERNA

Giunto a questo punto, l’esperienza esistenziale e poetica di Antonia Pozzi continua a guardarmi dalle pagine del suo poema come un enigma lontano dall’essere stato dischiuso. Perché? Sarà vero, come scrive Borgna, che vede la sua vita segnata da una patologica malinconia che «se non fosse franata la sua relazione affettiva, Antonia Pozzi avrebbe meglio resistito al fascino della morte volontaria»? O piuttosto, non sarà perché la sua stessa passione poetica, e il suo essere donna, erano in conflitto con un ambiente culturale e sociale inadatti a riconoscerla pienamente nella sua identità di poetessa? Resistenze che tuttora perdurano, come vediamo dalle antologie e dalle storie letterarie del Novecento. E che d’altra parte poco contano rispetto allo splendore numinoso di questa poesia che ci parla dal fondo di un’epoca alle soglie della guerra e dell’olocausto, da cui non solo i poeti, ma la maggior parte degli intellettuali e dei politici distoglievano lo sguardo per non esserne accecati. Ha ragione la Cenni, nella Prefazione all’ultima edizione di Parole, ad evocare Antigone, la situazione tragica di

    «un’Antigone moderna con l’ombra del non finito, con il proprio sogno d’amore non nato e con se stessa bambina sola, con le voci e i fantasmi di un universo sotterraneo e i silenzi d’abisso, nebbie e fosse e croci».

Come ha scritto Heidegger nella sua analisi di un coro dell’Antigone di Sofocle, riprendendo un termine che era già stato esplorato da Freud,

    «noi concepiamo l’in-quietante (das Unheimliche) come quello che estromette dalla ‘tranquillità’, ovverosia dal nostro elemento, dall’abituale, dal familiare, dalla sicurezza inconcussa»

Antonia Pozzi è, come Antigone, das Unheimlichste, la più inquietante, che dopo avere esperito la rinuncia alla propria femminilità diventa aporos (sottratta innanzi tutto all’esperienza della generazione, anti-gone, al figlio non nato) e apolis, cioè, come scrive Adriano Ardovino nel commentare Heidegger, «strappata al consorzio dei viventi, all’abitare la terra/sopra la terra, per essere condotta in luogo deserto, rimessa immediatamente al regno sotterraneo, all’abisso dell’Ade».(in Hegel, Kirkegaard, Hölderlin, Heidegger, Bultmann, Antigone e la filosofia, un seminario a cura di Pietro Montani). Forse per questo il suicidio di Antonia risultò, a parenti ed amici, inatteso e incomprensibile, ed è proprio Vittorio Sereni, in 3 dicembre, ad essersi fatto interprete di un ricordo, carico di sensi di colpa, luttuoso e interminabile:

    All’ultimo tumulto dei binari/hai la tua pace, dove la città/in un volo di ponti e di viali/si getta alla campagna/e chi passa non sa/di te come tu non sai/degli echi delle cacce che ti sfiorano./Pace forse è davvero la tua/e gli occhi che noi richiudemmo/per sempre ora riaperti/stupiscono/tu muoia un poco ogni anno/in questo giorno.

PARTE II di 2
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NOTE



BIBLIOGRAFIA

Milano, 2007-11-12 21:22:57

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