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DOSSIER
Alba De Céspedes

Nel buio della notte

Un punto invisibile, anonimo, da cui si scrive

(Eva Di Tullio)

*
È la Parigi anni '70 la protagonista di Nel buio della notte (1976), con il suo tessuto sociale e urbano in mutamento e al centro, emblematico, il quartiere le Halles. Un confronto dell'esperienza di Alba De Céspedes con quella di Italo Calvino, sul piano delle difficoltà che l’essere umano incontra nel suo tentativo di stabilire un rapporto con le trasformazioni della sua città, il senso di smarrimento e solitudine di fronte al nuovo che avanza, che passa, dalla dicotomia tra vecchio e nuovo, al conflitto generazionale.

*

efinita da Marina Zancan scrittrice di seconda generazione, quelle scrittrici vissute «tra gli anni Venti ed i primi anni Quaranta, in un periodo in cui l’ideologia fascista tende a deprimere le funzioni intellettuali delle donne» Alba de Céspedes è sicuramente uno dei personaggi più significativi del Novecento letterario europeo e rappresenta, come Anna Banti o Gianna Manzini, un punto di forza per quelle scrittrici europee che hanno voluto con coraggio e determinazione affermare il proprio universo letterario e conquistare l’uguaglianza tra donne e uomini in un contesto, quello intellettuale/artistico regolato da canoni antropocentrici.

Il suo è un tratto efficacemente delineato e disinvolto che tende ad esprimere un’acutezza intenta verso l’osservazione del mondo contemporaneo per lo più impastato da una società poco incline alla sua opera, ai suoi lavori così ricchi di considerazioni e spunti ineccepibili e perspicaci. Arte, cultura, politica e sentimenti si sublimano per creare una miscela densa di odori e sapori che esprimono il disagio dell’intellettuale moderno.

Questa prospettiva storico artistica fa da sfondo a Nel buio della notte, opera pubblicata nel 1976.

L’analisi del romanzo ha imposto innanzitutto l’attenzione sugli eventi biografici di Alba de Céspedes, la quale dal 1960 vive a Parigi. E proprio Nel buio della notte rientra di diritto in quelle opere “parigine” soprattutto laddove a far da padrona è la minuziosa descrizione del tessuto sociale e urbano della capitale francese di cui la trama del libro viene intessuta.

Parigi non è solo la città dove si svolgono le azioni dei personaggi, i molteplici personaggi che formano il romanzo, che si muovono nel romanzo, ma del romanzo ne è la protagonista indiscutibile, il motore centrale che fa muovere l’intero ingranaggio che avvolge personaggi, azioni e sentimenti.

Con le sue strade, le sue piazze, il suo centro storico e l’interminabile periferia, Parigi si colloca al centro del romanzo conferendogli non soltanto un contesto figurativo e reale ma sceglie i contenuti storici e temporali in cui incorniciare i personaggi.

Agli occhi del lettore Parigi è «Un grande sterrato dove già alcune macchine con i fanalini accesi, sostano nell’ombra. Oltre lo sterrato, l’edificio plumbeo di una fabbrica – sempre illuminata poiché gli operai fanno tre turni – e, nel fondo, un caseggiato popolare. Sul tetto della fabbrica, una tigre tutta di luci gialle scintillanti corre senza posa nel cielo che s’abbuia: si fermerà al nascere del giorno, scomparendo di colpo, come se cadesse fulminata.»

*

Un paesaggio urbano attivo e in fermento, segnato dalla modernità e dal tempo che incessantemente nel romanzo definisce i contorni, le linee di demarcazione tra gli avvenimenti e le emozioni vissuti dai protagonisti. «Con un movimento appena percettibile, la lancetta si sposta sul quadrante: le cinque e ventisei, le cinque e ventinove, le cinque e trentatré. La donna, temendo che il suo orologio corra, va alla finestra per riscontrare l’ora sulla facciata dell’ospedale – le cinque e quaranta -, si sporge per arrivare a vedere l’orologio all’angolo della strada: le cinque e trentotto [...]». Lancette che segnano inevitabilmente l’inizio o la fine di una giornata lavorativa, quella di Jacquot, il personaggio che fa da segnalibro, che conduce il ritmo e definisce gli spazi. «…attaccherò alle sei e mezzo precise, come tutte le sere. Porco orario schifoso».

Ma il tempo è di tutti, anzi è lui a trascinare gli eventi e i personaggi in questo gioco a rincorrersi, «Lancette luminose sull’orologio che domina la facciata dell’ospedale. Lancette d’oro sulla pietra grigia di Saint-Germain-des-Prés. Lancette nere nei vecchi orologi ritti all’incrocio delle strade, e sul quadrante incastonato nel frontone di Saint-Thomas-d’Aquin...». E ancora perennemente, «...le lancette si spostano, passano leste sui minuti, li sottraggono agli addii degli amanti, come le onde si ritirano dalla spiaggia, lasciandosi dietro frange di schiuma, conchiglie, ciottoli che l’acqua viva faceva brillare e che subito perdono lo splendore».

La Parigi di sera viene raccontata, descritta al lettore attraverso la voce narrante dei personaggi che vivono la notte, aspettandola e guardandola spuntare dietro il rosso del sole che si allontana delicatamente. «E’ l’ora in cui il giorno si confonde con la notte, prima che l’uno s’allontani e l’altra scenda sulla Terra: veli d’ombra via via più spessi appannano la luce; e quelli che sono in strada provano il desiderio, insensato, di durare, unito al rammarico di sapere effimera quell’ora carica di dolcezza [...] a quell’ora tutto s’allevia – lo scoraggiamento, la consapevolezza della propria inanità, ogni sorta di mancanza, insomma – basta che un raggio di sole rosso imporpori la Senna, che una viuzza grigia si adorni dell’oro del tramonto come di un’armilla, e anche quelli che un momento prima erano malinconici o irritati, si dicono che vi sono pure frammenti di bellezza, isolotti di grazia, scintille di gioia, su questo pianeta».

In queste pagine, Alba de Céspedes offre al lettore uno spaccato di vita quotidiana attraverso una vivida e multiforme selezione di immagini strettamente legate ad azioni che si intrecciano a speranze e consapevolezze rivolte ad una vita e ad un tempo che non regalano possibilità di repliche. E a farne le spese sono proprio i personaggi che danno colore alle pagine. Il primo della lista proprio perché è il primo a comparire tra le pagine, è Jacquot, il tassista che percorre le strade della città, sempre in continuo movimento, perché la vita non ammette repliche né pause, oltre ad essere un personaggio del romanzo è inconsapevolmente il segnalibro per il lettore, quel filo diretto che unisce le pagine e le vicende dei personaggi. E’la sua immagine ad aprire il romanzo, ed è la stessa a chiuderlo, a sigillarlo. Mentre gli altri personaggi sono in cerca di qualcosa in grado di cambiare l’esistenza, Jacquot è invece consapevole della sua labilità, sa di aver già raggiunto quella stabilità abitudinaria che solo la morte potrà mutare.

Forse perché Jacquot come la sua creatrice sa che nonostante i lamenti e le sofferenze umane, la città, la terra «continuerà a girare, impassibile, ripetendo all’infinito le sue capriole, le riverenze al Sole; e le sue zone verdi saranno ancora più verdi e i suoi mari azzurri saranno ancora più azzurri, e miriadi di perle daranno i colori dell’iride alla schiuma dei flutti… ma la Terra, non potendo più specchiarsi negli occhi degli uomini, si torcerà, si spaccherà di dolore, e le schegge si perderanno nello spazio.» Tale affermazione, posta all’interno del racconto da un’autrice esplicitamente presente nel romanzo, rende ancor più vivo il contrasto che proprio de Céspedes nutre nei confronti di quella classe intellettuale che negli anni del dopoguerra va trasformandosi come viene tra l’altro ricordato in una delle precedenti opere Il rimorso (1962).

In tale prospettiva, l’autrice si serve di forme espressive le quali assumono un andamento conforme al movimento della città; è una voce quella dell’autrice che sovrasta il paesaggio urbano, le cui parole sono come «bolle sonore che subito dileguano, si dissipano, parole che vagano nello spazio sulla città».

Il passaggio brevemente accennato dal pomeriggio alla sera viene accompagnato dalla metamorfosi stagionale dal freddo inverno alla gradevole primavera, in un risveglio di sensazioni e colori che segnano l’incipit di una rinascita interiore.

La primavera rappresenta per il personaggio di de Céspedes il risveglio dei sensi, la novità, il periodo giusto per togliersi i pesanti e grigi abiti e dare attimi di svago a quelle sensazioni rimaste a lungo nascoste. «Forse dipende proprio dallo sboccio subitaneo e violento della stagione se molti non sopportano più ciò che hanno sopportato durante anni. [...] Un silenzio nel quale sognano ribellioni che si propongono di mettere in atto subito, domani.»

Improvvisamente però appare anche il rischio di scoprire un vuoto esistenziale se il trascorrere del tempo viene sconfitto, se le lancette dell’orologio smettono di essere guardate, sorvegliate con paura e sofferenza per qualcosa che potrebbe accadere. «Le ore si stiracchiano, s’allungano, gli orologi sembrano essersi fermati, il tempo non passa mai. Senza il loro martirio quotidiano, e senza quelli che li martirizzano, che altro avrebbero nella vita? Il vuoto – anche il vuoto prodotto dalla fine di una sofferenza – è più doloroso che la sofferenza stessa».

*

Un’amara constatazione che ha un leggero sapore autobiografico, una amara consapevolezza della caducità dell’universo umano o semplicemente un implicito incitamento alla ribellione, al risveglio delle proprie coscienze in vista della modernità che avanza e che rischia di sterminare le certezze e i sentimenti umani.

«Tutti parlano, tutti cercano; l’ansia cresce via via che il tempo passa, che l’orologio avanza – mi trascurano, mi dimenticano [...]… Dopo ogni nuovo rifiuto, riducono le esigenze, ripiegano, scadono, precipitano, finché arrivano a chiamare quelli, sempre disponibili, cui ricorrono nei casi disperati, ma, eccezionalmente, anche loro hanno un impegno; e quando, privi ormai di speranze, si rassegnano a rimanere soli, è come se tutta la città li abbandonasse: la vita stessa».

Dunque la città esprime e rappresenta gli stati d’animo delle persone che la vivono, dei passanti attenti ai cambiamenti stagionali, quelli distratti e non consapevoli delle sofferenze di chi cammina a fianco. La città si lascia scoprire come un bosco incantato ma la città è in questo romanzo soprattutto il luogo che tende a rendere labili e fugaci i momenti di felicità dell’essere umano, il quale finisce nella fitta trama di illusioni create dalla modernità. La città tende a focalizzare l’attenzione dell’uomo solo su se stessa e l’incombere della modernità lascia vuoti e domande senza risposta. Trascina gli eventi, fa scorrere il tempo e governa le attività dell’uomo decidendone l’esito. Un rapporto contraddittorio quello tra l’uomo e la città, in cui il lieve calore primaverile non basta a cullare i sogni e le speranze umane.

I protagonisti del romanzo, Jacquot, la giovane e perspicace Christiane che, strettamente osservata dal geloso Thierry, tenta coraggiosamente di salvare un intellettuale dalla pena capitale, Odile, la studentessa che ama stravolgere le tonalità, Mouloud che gioca a nascondino con il suo passato, ed inoltre Jackie la lolita, e poi i dottori dell’ospedale le cui lancette regolano anche i loro turni lavorativi, tutti ruotano intorno al romanzo, tutti hanno un legame profondo con la città che continua il suo percorso di trasformazione ambigua ed indifferente di fronte alle incertezze umane.

Il desiderio dell’autrice di dipingere i suoi personaggi come anime vaganti nella città, che tentano disperatamente di lasciare un’impronta, una traccia della loro esistenza, trova riscontro nella percezione artistica e umana della stessa de Céspedes la quale riesce a captare le grandi trasformazioni del territorio urbano della città di Parigi negli anni settanta. Un mutamento nella struttura e nel contenuto che qualsiasi viaggiatore attento riesce a tenere sotto gli occhi, un viaggiatore che ha il gusto nel raccontare e descrivere l’approccio dell’uomo nei confronti dell’era moderna e resa pesante dal grigiore dei nuovi palazzi. Un viaggiatore, o forse wanderer, che definisce Parigi come

    «la città che accumulava le stratificazioni delle epoche senza che il vecchio fosse spodestato dal nuovo e – soprattutto per noi che venivamo dall’Italia del miracolo economico, così frettolosa nell’assumere in superficie gli aspetti più futuribili e nel cancellare le umili tracce del passato – una delle ragioni del suo fascino erano le botteghe antiquate, le insegne stinte, le facciate lebbrose. Aspetti d’una tradizione risparmiatrice e misoneista coesistevano coi segni dell’opulenza di capitale d’un impero coloniale ancora non del tutto liquidato e ci permettevano di recuperare ultimi riverberi di belle époque e periferie di film di Carné anteguerra. Gli anni Sessanta si aprirono coi revalements voluti da Malraux che restituivano il pristino biancore alle facciate fuliginose, ed era una novità che andava ancora nel senso della perennità del passato. Ma ormai il boom edilizio era maturato anche a Parigi e le costruzioni nuove, i negozi lustri, le insegne moderne infiltravano inattese prospettive milanesi in una città che dalla guerra in poi non aveva cambiato che minimamente la sua immagine; i grattacieli e i nuovi complessi affacciavano Tokyo agli spalti della Senna; la severità fiscale falcidiava il pulviscolo di bottegucce che da tempo immemorabile perpetuava la minuta vita commerciale e artigiana di Parigi, e al loro posto le catene di supermercati e le onnipresenti banche estendevano le loro anonime superfici».

Tale definizione apre la mia ipotesi di analogia tra Alba de Cèspedes e Italo Calvino, lo scrittore italiano che ha presentato più di chiunque altro nel contesto letterario italiano le difficoltà incontrate dall’uomo nel suo tentativo di stabilire un rapporto con le trasformazioni urbane moderne. La descrizione riportata è una delle tante testimonianze di tale rapporto ma è quella che supporta il mio tentativo di far riflettere Calvino in de Céspedes o viceversa. Non credo possa essere una scelta azzardata la mia se i personaggi creati da Calvino incontrano le stesse difficoltà materiali e sentimentali nel loro approccio con le città moderne che segnano il percorso umano delle creature di de Céspedes. Da Marcovaldo a Le città invisibili passando per Il castello dei destini incrociati e altri racconti, il lettore di Calvino riesce tranquillamente ad interpretare il disagio che deriva da tale rapporto che fa scaturire l’esigenza di avvicinare le esperienze dello scrittore ligure a quelle di De Céspedes.

*

«C’è un punto invisibile, anonimo che è quello da cui si scrive, ed è per questo che definire il rapporto tra il luogo in cui scrivo e la città che lo circonda mi riesce difficile». In queste parole si esprime la difficoltà artistica di sentirsi rappresentato dalla città che si mette in scena, quel luogo reale troppo volubile e flessibile secondo i dettami del potere.

    «Fuori, attraverso gli scheletri dei padiglioni liberty di Baltard, già mezzo demoliti, si vedono lembi di cielo stellato. Poco lontano – al posto delle vecchie case, delle gallerie vetrate predilette dagli amanti di Parigi – le scavatrici hanno aperto una immensa fossa: studiosi, architetti, storici, semplici abitanti del quartiere, dibattono di ciò che si dovrà costruire, colmata la fossa, o della possibilità che lì, nel cuore delle antiche Halles, cresca un bel bosco d’albero d’alto fusto. Nel frattempo, i commercianti, simili a insetti alacri e voraci, si sono accampati sull’orlo della fossa e prosperano, vendendo merce scadente e carissima: falsa arte, falsa eleganza, falso erotismo. Sarà sempre così, dunque, in ogni campo? Saranno sempre loro più svelti, più abili: più bravi di noi, in conclusione? A che scopo costruire quello che un giorno verrà distrutto, producendo rovine di cui certuni – sempre gli stessi – profitteranno per arricchirsi?»

In ultima analisi, il mio tentativo di accostare de Céspedes a Italo Calvino trova riscontro non solo nel loro sentimento di smarrimento e solitudine sociale nel nuovo che avanza ma anche nel presentare la dicotomia tra vecchio e nuovo come l’antitesi tra generazioni. In entrambi gli scrittori tale dicotomia appare evidente soprattutto quando si cerca di mettere in evidenza l’inconsapevolezza da parte della generazione attuale di uno stato di perdita di coscienza e di continua lotta per agguantare una fetta di potere contro le fasce più deboli e non partecipe dei processi di trasformazione socio-culturali. Uno scontro culturale è alla base di questa dicotomia, di questa guerra tra generazioni vecchie e attuali, in un continuo scambio di accuse.

    «Non voglio far parte di quelli che sono la spina dorsale del Paese. Hanno infinocchiato la mia famiglia, per generazioni: con me, non ci riusciranno.»

E poi la gente per bene contro i vagabondi intellettuali sempre contro i vecchi canoni e quelli economici moderni che costruiscono la società moderna fondata sul consumismo da cui cercano di salvare se stessi. «...Si tratta di giovani tra i più dotati, che non accettano una verità flagrante, incontrovertibile: e cioè che il sistema sarà sempre il più forte, che vincerà sempre, dappertutto. [...] per il sistema, essi non rappresentano in nessun modo una minaccia poichè non contano. Anzi, non e-si-sto-no!»

Ancora una volta viene fuori il tentativo dell’autrice di mettere in difficoltà proprio quella intellighentia verso cui cerca di sfuggire. Giovani disposti a tutto pur di sottrarsi dalla convenzione che come una nuvole sta oscurando la città, giovani che vorrebbero ridisegnare la loro vita pur di salvaguardare la libertà, il più alto riconoscimento della dignità umana.

Il romanzo, con i suoi personaggi, i suoi colori, le sue emozioni fatte di paure per il nuovo ed esaltazione dei tempi passati, si chiude con un’ultima rassegnazione da parte dell’autrice che inevitabilmente volge il suo sguardo verso un futuro già contrassegnato dal potere, dal consumismo moderno, dalla lotta tra vittime e carnefici di un mondo senza scrupoli ma ad un passo dalla pazzia. «…In conclusione, al mondo ci sono soltanto gli innamorati e quelli che sono soli. Poi c’è un certo numero di tipi bizzarri che stanno fuori di tutto: come me.»

L’affermazione di Jacquot sembra mettere il sigillo ad un lungo discorso il cui incipit è il trascorrere del tempo che segna inevitabilmente il passaggio ad un’era di cambiamento urbano che abbraccia non solo l’architettura cittadina ma anche la struttura interna dei sentimenti dell’uomo che, spaesato di fronte a tali evoluzioni, va incontro ad uno stato di alienazione sociale dovuta alla perdita di un tempo che doveva essere costruito a misura d’uomo e per l’uomo. Un continuo conflitto interiore che Alba de Céspedes è riuscita a presentare attraverso un’attenta analisi del suo tempo e di tutte quelle variabili che le consentono di essere sempre attuale e sovversiva anche dal punto di vista stilistico.


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NOTE
Le immagini (dall'alto):
Parigi, i mercati generali a le Halles nel 1950;
il "buco" durante i lavori di ristrutturazione nel 1975;
il Forum des Halles, a lavori ultimati, nel 1979
una manifestazione di studenti negli anni '70



BIBLIOGRAFIA
Alba de Céspedes in Nel buio della notte, ed. Mondatori 1976;
Italo Calvino, Con Macchia senza paura, 1985;
Italo Calvino, Eremita a Parigi, 1974;
M.Zancan, Letteratura, critica, storiografia. Questioni di genere in Bollettino di italianistica, II 2005.

Milano, 2007-10-27 19:26:37

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