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CONTRIBUTI
Tiziano Salari

La ricomposizione dell'universo poetico pensante

Verso una convergenza tra poesia e filosofia, tra lirismo e speculazione, tra mito e logo

(Roberto Caracci)

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Tiziano Salari propone una ridefinizione dello spazio poetico-letterario mediante l'abbattimento di quelle colonne d’Ercole che limitano e frustrano la navigazione del testo letterario, le classificazioni e le gerarchie che sono fini a se stesse, contro una critica letteraria che, dietro a Benedetto Croce, rinuncia a dialogare col testo per imbalsamarlo con bocciature o promozioni. La scommessa di Salari è di recuperare l’antica origine del linguaggio letterario, che era insieme un linguaggio del pensiero, e viceversa, quello di grandi pensatori che si sono espressi con un linguaggio letterario.

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na poesia aperta all’Essere, alla verità, alla vita? Sono parole grandi, impegnative, ma Tiziano Salari ci crede, rischiando l’anacronismo di una posizione che osa sfidare il pensiero debole, la poetica debole, la poesia debole di un minimalismo letterario piuttosto diffuso oggi, specialmente in Italia.

E’ in fondo il desiderio di una irruzione della dimensione ontologica in quella poetica, o più semplicemente dei grandi contenuti che hanno a che fare con il destino dell’uomo, con il suo essere, le ragioni forti del vivere.

1. OLTRE L’AUTOREFERENZIALITA’ DEL LINGUAGGIO

Quando la parola non si nutre di altro che di se stessa, non attinge a ciò che è fuori di sé, a quel silenzio o a quella vita o a quelle emozioni radicali che sono altro dal linguaggio ma proprio per questo lo chiamano in causa, rimaniamo nella cornice claustrofobica di una autoreferenzialità linguistica e di un autocompiacimento lirico che in Italia hanno avuto la sua più teatrale manifestazione nella settecentesca Arcadia. Non si fuoriesce dall’ambito della comunicazione, della pura referenzialità senza referente, di una narcisistica forma priva di contenuto, e di codici prestabiliti, di canoni stereotipati, come se il linguaggio fosse una gabbia, quel grande telaio specchio del mondo –ma del mondo chiuso nel telaio stesso- che per Wittgenstein non dava la possibilità all’universo linguistico di parlare altro che di se stesso.

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2. CODICI E CANONI

In realtà le colonne d’Ercole al linguaggio le mettiamo noi, quando vogliamo strangolare il Mare Magnum della letteratura con il bavaglio di parametri, regole e canoni: insomma quando vogliamo ‘codificare’ e canonizzare lo spazio letterario. Questo spazio, per Salari, va lasciato aperto, come un oltre sempre da scoprire (il metà ta fusicà della metafisica), senza pre-giudizio. La critica letteraria stessa tende, specialmente in Italia, a chiudersi nelle secche del giudizio, della valutazione tribunalizia e della classificazione, non allontanandosi ancora nettamente dalla crociana distinzione tra ciò che vale e ciò che non vale, ciò che è poesia e ciò che non lo è, e soprattutto ciò che è pensiero, discorso, meditazione e ciò che è abbandono lirico.

3. IL VERO SERBATOIO DEL LINGUAGGIO POETICO

La ridefinizione dello spazio poetico-letterario proposta da Salari è un abbattimento di quelle colonne d’Ercole che limitano e frustrano la navigazione del testo letterario, fissano rotte prestabilite, scoraggiano dall’osare di scoprire nuovi mondi: quando invece il conatus dell’opera dovrebbe identificarsi proprio nella gioia della scoperta, nel vedere l’antico come nuovo, il dettaglio come un universale, la vita nella sua globalità come incontenibile oggetto di stupore. E’ in questo senso che il nostro essere uomini e viventi, il nostro abitare tra cielo e terra, la nostra dimensione esistenziale e ontologica, forniscono il solo serbatoio credibile al linguaggio poetico, quello che conta e che non teme il pensiero, ciò che in fondo resta. Se il mistero più grande dell’universo è l’uomo per se stesso, come direbbe Nietzsche, ecco che l’incontenibilità di questo mistero garantisce l’infinità del linguaggio come scoperta poetica, il suo infinito ‘intrattenimento’, il suo navigare e peregrinare per mondi senza fini, la sua erranza di nomade. Senza questo nutrimento esistenziale e ontologico la parola letteraria cresce su se stessa, si autofeconda, sterile e insieme ipertrofica, fino a produrre bei giocattoli che poco hanno a vedere con la ricerca della verità e con la vita.

4. PER UNA VERA PRESENZA DEL TESTO SENZA AUTORE (PRESENZIALISTA)

Tiziano Salari vorrebbe dunque far respirare sia il testo, sia soprattutto la poetica del testo e la prospettiva critica: ma perché si realizzi questo affrancamento dall’autoreferenzialità è necessario che il testo sia poroso alla vita – nel suo significato più pregnante – e che la critica sia a sua volta porosa al testo, respirando all’unisono con esso senza stringerlo sotto ganasce metodologiche, ossia codici e canoni prestabiliti. Troppe antologie moderne della poesia in Italia, per esempio, troppe riviste e indagini saggistiche, hanno teso più a classificare gli autori che a lasciar parlare i testi, più a discriminare il grano della bella poesia dalla crusca della brutta poesia, che a comprendere. Un tempo il testo aveva più importanza dell’autorità del suo autore, e il narcisismo, il presenzialismo, il desiderio di riconoscimento dell’autore non si sovrapponevano a quanto davvero diceva l’opera. L’opera poteva anche vivere senza il suo autore e l’autore scomparire, non avere nome (né numen). Le classificazioni e le gerarchie, per Salari, sono sempre state fini a se stesse, anzi alla soddisfazione di quanti fossero presenti, o più presenti degli altri negli albi d’oro delle Antologie.

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5. AMBIZIONE LETTERARIA E VALORE LETTERARIO

L’esperienza letteraria passa attraverso l’uomo in fondo solo per trascenderlo, ed ha una qualità dialogica, intercomunicativa, che mal si concilia con ogni tipo di individualismo o di gratificazione da segnalato in premi e concorsi di provincia. L’atto di accusa di Salari contro, ancor più che una poesia contemporanea italiana di basso profilo, una critica letteraria che sembra aver rinunciato al suo compito di dialogare col testo solo per imbalsamarlo con bocciature o promozioni, è piuttosto severo. L’emozione letteraria, ci fa capire Tiziano, è troppo ricca di valore, troppo profonda ed esclusiva, per poter conciliarsi con la scarsa ambizione artistica dei poeti o il servilismo dei critici dipendenti da vincoli di scuole, correnti, amicizie, o peggio ancora interessi editoriali. Si è perso il gusto del piacere del linguaggio in solitudine, dello scavo, del lavoro interiore, al di fuori della gratificazione dell’apparire, dell’essere riconosciuti, segnalati, premiati. La letteratura è altro, e lo sa chi è capace di fare vuoto e silenzio intorno a sé, anche in questo mondo di rumore, per trovare l’Espressione.

6. PER UNA POESIA CHE NON TEME IL PENSIERO

E’ un dato di fatto, secondo Salari, che la grande poesia e la grande critica, soprattutto dopo Leopardi e dopo la non sempre salutare influenza di Croce, hanno abitato nell’età moderna fuori dei confini italiani, malgrado talune eccezioni. E questo è accaduto anche perché la critica moderna italiana ha foggiato un concetto della poesia e del linguaggio letterario in genere come necessariamente avulso dal Pensiero. Già citare due poeti come Hölderlin e Rilke, vuol dire evocare una poesia che non solo non teme il pensiero ma che se ne nutre. Noi in Italia siamo stati capaci di trovare sgradevoli le parti discorsive del Leopardi – oggi da non molto riscoperto anche come filosofo – e di distinguere nei versi di Dante la poesia dalla non poesia. La componente discorsiva, riflessiva, meditativa in letteratura è sempre apparsa sospetta. Quasi a costringere ogni scrittore o fare o il poeta o il filosofo, laddove da Spinoza a Nietzsche la filosofia ha dimostrato di poter speculare anche con linguaggio poetico e da Rilke a Eliot la poesia a sua volta ha mostrato di nutrirsi di puro pensiero senza perdere nulla della sua grandezza.

7. IL PENSIERO POETANTE E LA POESIA PENSANTE

La scommessa di Salari è di recuperare l’antica origine del linguaggio letterario, che era insieme un linguaggio del pensiero, e viceversa, quello di grandi pensatori – a partire da Eraclito e i presocratici- che si sono spesso espressi con un linguaggio letterario. La convergenza tra poesia e filosofia, tra lirismo e speculazione, come tra mito e logo, non è qualcosa da inventare: c’è in fondo sempre stata, e si ritrova nei grandi filosofi e poeti della modernità. Dire ormai pensiero poetante (come Prete) o poesia pensante (come si tende a dire di Leopardi) non è più un ossimoro. I compartimenti stagni tra letteratura e filosofia, tra intuizione sensibile e discorso, lasciano ormai il tempo che trovano, anche se purtroppo permane la polarità –come in Italia- tra una poesia che non osa innalzarsi al pensiero e un pensiero che non osa abbandonarsi alla poesia, che è un po’ la versione letteraria della schizofrenica scissione cartesiana tra mente e corpo, o quella estetico-crociana più recente tra concetto e intuizione.

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8. IL VENTO DELL’ORIGINE AL DI LA’ DEL RECINTO

Anche quando al crocianesimo ci si è opposti, come nelle avanguardie del Gruppo 63, lavorando quasi esclusivamente sul referente, si è soltanto ribaltata la questione del rapporto linguaggio-vita, tenendo ancora una volta la vita fuori, e scivolando verso una poesia autoreferenziale con pretese di trasgressione. In fondo la via d’uscita rispetto alla codificazione o alla canonizzazione letteraria non sta nell’uscirne in una soluzione o dissoluzione dionisiaca, tutta dalla parte della vita, dell’esperienza, dell’emozione, e neanche nel giocare con il linguaggio come con le tessere di un puzzle, ma nel ‘torcere’ il linguaggio giù codificato in direzione di una ri-codificazione che ne dimostri insieme l’importanza e i limiti: ma per fare questo bisogna, come direbbe Nietzsche, fare entrare nei recinti codificati del mondo letterario un vento non-letterario, il vento delle Origini, delle emozioni primordiali, del Senso e del Destino, e di ciò che davvero appartiene da sempre alla natura umana.

9. IL RAPPORTO TRA L’UOMO E IL SUO OLTRE

E’ ovvio che si potrebbe chiedere a Salari, quando parla di Essere, di Verità e di Vita, cosa intende (a lui lo si può chiedere, visto che è un filosofo). Ma forse la domanda sarebbe mal posta e lui potrebbe rispondere di non capirla esattamente. Perché quello che a lui importa sembra in fondo ancora più che la questione heideggeriana dell’Essere, il rapporto uomo-essere, e ancora più che la questione della verità il rapporto uomo-verità, e così ancora per la Vita. E dunque quello che è in gioco qui, quello che a lui sembra premere, è la dimensione interrogante dell’uomo, la Domanda; domanda di essere, domanda di verità, domanda di vita. È nella poesia e nella letteratura che questa domanda deve riaffiorare, laddove di semplici risposte – spesso precostituite – abbiamo forse meno bisogno. Forse, per provare a capire questo modo di sentire, basterebbe coniugare l’idea di Apertura o radura heideggeriana con quella di Orizzonte jaspersiano e di Cifra: l’uomo come poeta è rilkianamente aperto all’ontologico, ma insieme si ritaglia o si vede ritagliare dal destino attorno a sé un orizzonte che presenta dei pori, di buchi neri, delle cifre da de-cifrare. La dimensione interrogativa, e in fondo errabonda ed ermeneutica, del letterario contiene l’ansia di questo desiderio e della domanda di decifrazione del mistero metafisico che c’è nelle cose, di perlustrazione dei buchi neri del senso (del senso da perlustrare in seno al senso precostituito). Il mare magnum del linguaggio, l’unico in cui possiamo navigare – proprio perché non è un lago e non può mai essere mai trasformato in lago – finisce con l’assumere un po’ qualcosa del fiume, di un fiume che nell’avanzare si dirama e fa esso stesso oceano, con i propri affluenti e i propri meandri. E forse l’oceano è il suo stesso sterminato delta, che fa pensare a un oceano ancora più in là, un altro oceano – metà ta fusicà –: insieme bacino di mistero, bellezza, verità, e sorgente.


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BIBLIOGRAFIA

Milano, 2007-10-18 13:47:24

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«Non dunque la fede come tale, ma la servitù al dogma religioso, che della fede è la degenerazione, crea problemi per la democrazia. Esattamente, però, come, dall’altra parte, il relativismo scettico dell’“una cosa vale l’altra”. Due dunque i pericoli, e opposti: presso il credente, l’eccesso nel dogma; presso il laico, l’eccesso nel dubbio.»

(Gustavo Zagrebelsky, Contro l’etica della verità, Later

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