Scrivere ci fa a volte trovare le parole per esprimerci e ci chiarisce sentimenti confusi, incertezze, ambivalenze dentro di noi. Quando siamo bloccati da angosce, nevrosi, sentimenti che non riusciamo a tirar fuori, magari solo perché ce ne vergogniamo o perché temiamo possano non piacere agli altri, essa può assumere un valore terapeutico.
i dice che la parola è delle madri, nel senso che già nei primi anni di vita essa è il tramite con cui comunicare le emozioni, le paure, oltre che con cui esprimerci, crescendo, con ordine, in maniera logica e razionale.
La parola rappresenta anche la comunicazione tra gli individui, dalla prima comunicazione (quella appunto tra la madre e il bambino) a quella degli amici o degli amanti che si dicono l'un l'altro quello che sentono.
Dalla parola viene la scrittura, che è il tentativo di ripristinare una presenza, di riattualizzare qualcosa che ora manca, colmare l'assenza della voce continuando a parlare mediante le parole scritte.
Dalla scrittura viene poi l'espressione artistica: esiste una creatività ordinaria, che ognuno di noi possiede, può utilizzare, sebbene a volte la paura, l'insicurezza, la rabbia, la blocchino e distolgano le energie necessarie a liberarla ; e una creatività straordinaria, quella dei grandi geni dell'umanità.
La scrittura quindi ha molte funzioni : comunicazione di ciò che pensiamo (denuncia, insegnamento, informazione, ecc) , ma anche comunicazione di ciò che sentiamo, nel senso che la usiamo, come la parola parlata, per esprimere le nostre emozioni, le nostre sensazioni, i nostri sentimenti.
Proprio per questa sua funzione, la scrittura ha un forte collegamento con la consapevolezza di noi stessi, perchè per il suo tramite, nel momento in cui ci esprimiamo, noi rendiamo consapevoli gli altri ma ancora prima noi stessi di quel che proviamo (individuazione).
Nelle situazioni in cui non siamo (ancora) consapevoli, scrivere ci fa a volte trovare le parole per esprimerci e ci chiarisce sentimenti confusi, incertezze, ambivalenze dentro di noi. (Francesco Piccolo: «per esprimere la propria voce ci vuole chiarezza interiore, o una gran confusione che si chiarisce nella scrittura...»). E quando siamo bloccati da angosce, nevrosi, sentimenti che non riusciamo a tirar fuori magari solo perchè ce ne vergogniamo o perchè temiamo possano non piacere agli altri, essa può assumere un valore addirittura terapeutico.
Circa il valore di individuazione di sé, nel senso di chiarire a sé stessi cosa si prova e chi si è, riuscire a scrivere è come costruirsi una stanza tutta per sé, un luogo e un tempo privati in cui entrare in contatto con le nostre emozioni più vere e sentite, superando i sentimenti negativi che spesso ci bloccano la libera espressione di noi stessi, accettando quello che proviamo, dandoci il permesso di provarlo e rafforzando la nostra autostima (la poetessa Maria Luisa Parazzini scrive a questo riguardo: “All'inizio venne lo scrivere per essere vista... poi venne lo scrivere per vedersi con i propri occhi”).
Un bel libro di Grazia Livi, Da una stanza all'altra (edito da La Tartaruga), racconta il processo di individuazione di sé compiuto, attraverso la scrittura, da sei autrici: Virginia Woolf, Jane Austen, Emily Dickinson, Katherine Mansfield, Anaïs Nin, Caterina Percoto; ognuna con un suo personalissimo percorso: la grande scrittrice inglese Woolf costruisce la sua “stanza mentale” della scrittura, dove stenderà i suoi capolavori e da cui alla fine fuggirà nella morte; la Austen la collocherà in una casa idealmente sempre aperta al suo primo pubblico, l'affettuoso e affollato nucleo familiare d'origine; Emily Dickinson, al contrario, vi si chiuderà in un isolamento progressivo, che cesserà solo quando, dopo la sua morte, la sorella troverà le sue liriche nella cassapanca dove era conservato il suo corredo nuziale, mai utilizzato; Katherine Mansfield e Anaïs Nin la porteranno con sé nelle loro vite spregiudicate, piene di contatti amori e stimoli culturali, vite vissute sempre con la penna in mano; la Percoto la tradirà per impoverirsi in una vita dedita al tentativo di soddisfare bisogni materiali della famiglia, mantenendo costante il rimpianto per quella sua più autentica dimensione personale.
Gli scrittori, i pittori, gli artisti in genere, cercano di eliminare da sé i gusci protettivi che li preservano dalla forza delle emozioni perchè se ne servono per la loro arte. Possiamo allora prendere anche noi persone comuni l'abitudine di scrivere in una determinata ora o giorno e mantenerla a dispetto degli intoppi, o quando sentiamo il bisogno di farlo, per imparare a cercare e accettare il sostegno degli altri, ma soprattutto il nostro autosostegno, producendo autostima e accettazione di sé.
Se ci si libera da paura rigidità rabbia, può venire alla coscienza un'azione, un'emozione, un'immagine che si è registrata anche molto tempo prima ed è rimasta in noi. In questo senso può essere importante ad esempio tenere un diario... La scrittura è dentro di noi, basta liberare le associazioni mentali, affrontare le nostre ossessioni.
Circa la valenza terapeutica c'è chi ha addirittura ideato un metodo basato sulla scrittura come ascolto di sé stessi, individuazione, autorizzazione a scrivere, metodo di liberazione di sé stessi: la scrittura primitiva, la scrittura-follia che parte dalle parole per noi importanti e arriva al flusso di coscienza; la lettera simbolica, scritta a qualcuno che ci ha fatto soffrire o che al contrario ci ha dato affetto o amore; il racconto di ricordi lontani.
E' quanto ha fatto lo psicoterapeuta francese Jean Yves Revault nel suo Guarire con la scrittura, in cui passa in rassegna i modi in cui la scrittura è stata utilizzata dai suoi pazienti, nelle forme suindicate, nel processo di autoanalisi e di percorso verso la consapevolezza. Egli ne ha fatto un prezioso strumento di lavoro per recuperare emozioni rimosse, verità difficilmente esprimibili, sentimenti negati.
La scrittura è anche al centro dell'esperienza realizzata a Catania dalle psicologhe Renata Governali e Santa Nicotra con alcuni pazienti in cura presso il Centro Diurno del dipartimento di Salute mentale dell'Azienda Sanitaria 3 di Catania, di cui danno testimonianza nel libro Quel drago sconfitto, edito da Prova d'Autore di Catania. Nel loro Laboratorio di lettura e scrittura esse hanno svolto un'attività di lettura collettiva e produzione di testi poetici e in prosa, raccolti nel volumetto.
Senza arrivare a questi casi, in cui la scrittura è stata usata come terapia con psicotici più o meno gravi, il dare spazio all'immaginazione, riprendere contatto con parti di noi dimenticate o rimosse, ascoltare e sentirsi ascoltati, accettare e conoscere l'altro ha una valenza importante per tutti, non solo per lo scrittore che scrive per pubblicare. Si scrive allora per liberare le emozioni che ci neghiamo, i ricordi dimenticati, le paure che abbiamo.
Secondo il neurologo e scrittore Oliver Saks un uomo normale è quello che vive la sua vita come un racconto in divenire. Ogni volta che perdiamo questa capacità di raccontare noi stessi, la nostra vita, quello che abbiamo dentro, ci siamo scompensati. E' compito dell'operatore di scrittura “terapeutica” e di chiunque scriva per esprimersi, riconoscere la vitalità delle parole che nascono accettandone anche la «coraggiosa e preziosa imperfezione»; anche se quello che mettiamo sulla carta non è grammaticalmente perfetto o elegante come la prosa o i versi di uno scrittore, è importante per noi e per gli altri che ci circondano.
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NOTE
Le immagini (dall'alto):
Virginia Woolf con Lytton Strachey.
Katherine Mansfield nel 1916
Anaïs Nin e Hugo Guiler
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