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CONTRIBUTI
Giorgio Vasari

La Galleria degli Uffizi

Il fiore dell'arte del Rinascimento

(Elena Marocchi)

*
La Galleria degli Uffizi ospita una delle maggiori raccolte d’arte del mondo: il Rinascimento di Masaccio, Leonardo, Raffaello, Michelangelo, e Botticelli, Perugino, Pollaiolo, Tiziano. Il Rinascimento nel Rinascimento. Basta affacciarsi alle sue grandiose finestre per ammirare Palazzo Pitti, la cupola di Santa Maria del Fiore, Forte Belvedere.

    «Non ho mai fatto murare cosa più difficile né più pericolosa, per essere fondata in sul fiume, e quasi in aria»

    [Giorgio Vasari]

*

n mirabile edificio voluto da Cosimo de’ Medici per dar nuova sede agli uffici amministrativi; ma sarà Francesco I de’ Medici a trasformare gli Uffizi nel primo museo pubblico della storia, trasferendovi gli esemplari più celebri di scultura classica presenti nelle collezioni di famiglia, insieme a medaglie, cammei, capolavori pittorici.

Già alla fine del Cinquecento la Galleria era «così magnifica, così regia… piena di statue, di pitture nobilissime» (Bocchi).

Era questa la stupefacente galleria che, dopo il 1584, avrebbe introdotto allo scrigno più prezioso, la Tribuna, il cuore di una collezione intesa come l’esempio più alto della cultura coeva. Il granduca Francesco I aveva voluto quella stanza ottagonale, come la “Torre dei venti” di cui scrive Vitruvio, perché raccogliesse quanto di meglio era nella collezione di famiglia, ma non gli erano bastati splendidi oggetti d’arte e un bello spazio all’ultimo piano del complesso architettonico da poco ultimato che dominava, e domina ancora, tutta la città.

La Tribuna era pensata come punto focale delle collezioni e come tale non poteva prescindere dal presentare gli oggetti non solo per il loro pregio intrinseco, ma anche perché l’un l’altro simbolicamente esaltassero la conoscenza, quindi intesi e scelti come fonti potenziali di una nuova cultura. La Tribuna era dunque uno spazio nuovo per il programma a cui sottostava, il primo nella storia a essere progettato con il medesimo obiettivo con il quale sono concepiti i musei moderni. La stanza ottagonale, che seppure con alcune modifiche relativa all’allestimento esiste tuttora aperta sul corridoio di levante, fu sviluppata in base a un complesso programma cosmologico volto a rappresentare l’allegoria dell’universo, visualizzato attraverso i suoi quattro elementi costitutivi: Aria, Acqua, Fuoco,Terra.

Nel 1737 Anna Maria Ludovica, per scongiurarne la dispersione, stipula una convenzione in base alla quale l’intera raccolta mediacea viene dichiarata “bene pubblico e inalienabile”: è grazie all’ultima Medici, ritratta in un celebre dipinto insieme al marito mentre osservano i visitatori all’ingresso, che si deve la sopravvivenza di questo inestimabile museo.

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Beato Angelico, La Tebaide, 1420 circa.

La lunga tavola vede la rappresentazione di singoli episodi dell’operosità e della vita cenobitica degli eremiti dei primi secoli della cristianità e prende il nome dall’eremo presso Tebe in Egitto, dove San Pacomio (292 – 346 d.C.) organizzò il primo monastero costituito secondo le regole fondamentali del monachesimo quale sarà concepito anche in Occidente.

Il modello compositivo per questa tavola, come per lo stesso soggetto dipinto nel camposanto di Pisa da Buffalmacco, così ricco di dettagli narrativi, sembra sia stato un mosaico bizantino.

Il quadro è stato a lungo attribuito a Gherardo Stagnina e tuttora alcuni studiosi propendono per ritenerlo di quest’artista, sebbene una notazione inventariale dalla collezione Medici, che registra “una tavola in legname di braccia quattro incirca, di mano di Fra Giovanni, [dipinta con] più storie di santi padri”, conservata nel 1492 “…nell’andito che va alla” stanza di Piero di Lorenzo de’ Medici a Palazzo Medici Riccardi a Firenze, corrisponda esattamente al quadro oggi agli Uffizi.

L’eccezionale coerenza di stile ravvisabile nei singoli episodi rappresentati giustifica l’assegnazione dell’opera a Beato Angelico, il frate domenicano che pose le basi di una forma moderna di arte sacra, di impianto rinascimentale ma di tono autenticamente religioso.

Sandro Botticelli, Nascita di Venere, 1484 circa.

Vera e propria icona degli Uffizi, l’opera deve il suo nome a Giorgio Vasari che nel 1550 la definì come «Venere che nasce, e quelle auree e venti che la fanno venire in terra con gli amori».

Insieme alla Primavera il quadro è registrato in un inventario dei beni contenuti nella villa di Castello nel 1499, vent’anni dopo l’acquisto della proprietà da parte del cugino di Lorenzo il Magnifico, Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici. Il fatto che prima di quella data il dipinto non fosse citato nei documenti relativi alle proprietà di famiglia ha indotto a supporre che la sua destinazione non fosse la villa e che addirittura sia potuto appartenere a un’altra famiglia.

Al mistero relativo alla committenza e alla proprietà dell’opera si aggiunge il mistero del tema rappresentato. Taluni studiosi infatti propendono per riconoscervi la raffigurazione del mito di Esiodo della nascita di Venere, secondo la quale la dea nasce dai genitali di Urano, dio del cielo, gettai in mare. Una volta giunta sulla terra, la dea avrebbe provveduto a farla fiorire; altri invece vi riconoscono la rappresentazione dell’approdo sulla spiaggia di Cipro o di Citera, ispirato a Omero, alle Metamorfosi di Ovidio e ad alcuni versi di Poliziano.

L’essenzialità quasi metafisica del paesaggio dove è ambientata l’allegoria. È volta a enfatizzarne il significato ancora in parte celato. Venere nuda nella posa della Venus pudica, è al centro della composizione su una conchiglia, suo attributo divino, sospinta verso la riva dal soffio di Zefiro, abbracciato da Clori, sua futura sposa, o da Aura, come ritiene Vasari, una coppia intrecciata che nella posa deriva dalla famosa Tazza arnese (Museo Archeologico di Napoli), a quel tempo nella collezione di Lorenzo il Magnifico. Sulla riva la Primavera, una delle ninfe al seguito della dea – da alcuni ritenuta una delle Grazie, che secondo il mito erano ornate di rose e di mirto, destinate a tessere proprio il manto di Venere – porge un mantello ornato di fiori proprio a quest’ultima.

La terza opera di Botticelli presente alla Galleria è L’Adorazione dei Magi.

Michelangelo, Sacra Famiglia con san Giovannino e ignudi (Tondo Doni), 1506-1507 circa.

Era il 3 giugno del 1594, giorno in cui l’unica opera dipinta su tavola assegnata alla mano di Michelangelo fu trasportata da Corso dei Tintori, dal palazzo della famiglia Doni che l’aveva commissionata quasi novant’anni prima, a Palazzo Pitti, per giungere poi nella stanza che riuniva i migliori pezzi della collezione dei Medici, la Tribuna, il cuore degli Uffizi. Qui il Tondo sarebbe rimasto, seppure in pareti e posizioni diverse durante i secoli, fino al 1906, quando venne collocato nella scomparsa Stanza di Michelangelo, per giungere all’attuale collocazione solo nel dopoguerra.

La commissione dell’opera è da porre in relazione con il concepimento del primogenito dei Doni dopo tre anni di matrimonio. Il dipinto costituirebbe il prezioso presente di Agnolo alla moglie Maddalena, il cui stemma Strozzi con tre lune è intagliato in evidenza sulla cornice del Tondo, in alto a sinistra.

Il ruolo preminente destinato da Michelangelo alla Madonna, che “nella sua aggraziata, tortile postura si fa fulcro imponente di tutta la composizione, fino a divenirne per certi versi quasi solitaria protagonista” (Natali), sarebbe da porre in relazione con il giorno di nascita e il nome della prima figlia dei doni. Mentre il gesto inconsueto di Giuseppe che porge il Bambino alla Vergine, asseconda la profezia veterotestamentaria secondo cui Gesù avrebbe vantato la discendenza davidica.

Il gruppo della Sacra Famiglia in primo piano è contenuto sullo sfondo dal muretto semicircolare a cui si appoggiano cinque figure di nudi ispirati all’arte antica, i cui esempi più celebri, il Laocoonte e il Torso del Belvedere, si trovavano in Vaticano, alla corte del papa che chiederà a Michelangelo di cominciare la decorazione ad affresco della Cappella Sistina, svolta tra il 1508 e il 1512.

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Raffaello, Madonna col Bambino e san Giovannino (Madonna del Cardellino), 1505-1506 circa.

La celebre Madonna col Bambino e san Giovannino, detta “del cardellino” per il fatto che raffigura in primo piano il piccolo Giovanni Battista che porge l’uccellino (che secondo la tradizione quattrocentesca si sarebbe macchiato del sangue di Cristo in Croce e quindi prefigurerebbe la Passione) a Gesù bambino, risulta nella collezione dei Medici dal 1646, quando sembra si trovasse bel “casino” di via della Scala a Firenze, dove abitava il cardinale Giovan Carlo de’ Medici, fratello del granduca Ferdinando II. Era stata commissionata due secoli prima dal mercante Lorenzo Nasi, sposo fra il 1505 e il 1506 di Sandra Canigiani. Al pari della famiglia Taddei, i Doni, i Nasi e i Canigiani erano tra le più autorevoli e ricche famiglie fiorentine attive nel commercio e nella finanza, da cui Raffaello era molto stimato e per cui l’artista durante il soggiorno fiorentino produsse alcune tra le sue opere più importanti.

La Madonna del cardellino, risente ancora oggi del grave danneggiamento occorso durante il crollo della casa della famiglia Nasi in via de’ Bardi a Firenze, avvenuto il 12 novembre del 1547 in seguito allo smottamento di costa San Giorgio. La tavola, rotta in vari pezzi, fu recuperata da Giovanbattista Nasi, figlio di Lorenzo, che la ricompose restituendola ai posteri, seppure gravata da crepe evidenti.

Il dipinto costituisce uno dei più alti frutti dell’indole geniale di Raffaello, che invece di riprodurre in modo seriale un soggetto molto richiesto, quale era quello della Madonna col Bambino e san Giovannino, lo usa per variare continuamente non solo la disposizione delle figure nello spazio, ma soprattutto studiare moti e rapporti affettivi tra i personaggi sacri, come si vede nello sguardo amorevole della Madonna sui due bambini.

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Caravaggio, Sacrificio di Isacco, 1603-1604.

Grazie alla donazione di John F. Murray, un altro dei più grandi capolavori del genio del Seicento è entrato a far parte della Galleria degli Uffizi.

L’opera costituisce un’ulteriore prova nell’ambito delle ricerche svolte dal pittore nella rappresentazione della dinamica delle espressioni estreme, associate ad atti di violenza. Isacco, colto nell’immediatezza espressiva dell’urlo di terrore, sta per essere sacrificato da suo padre Abramo, ma questi viene fermato dall’angelo.

Come spesso avveniva nei dipinti del pittore lombardo è possibile riconoscere nella figura di Isacco il ragazzo che servì da modello. Si tratta di Cecco Boneri garzone di Caravaggio e poi a sua volta pittore. Ma Cecco non solo posò per la figura di Isacco; recenti analisi riflettografiche hanno mostrato infatti che anche per l’angelo Caravaggio usò Cecco come modello e poi modificò il profilo e la capigliatura in modo da mascherarne le fattezze diversificando la figura da quella di Isacco. Questo consente di immaginare con più facilità quella che doveva essere la procedura di sviluppo dei dipinti da parte del pittore che costruiva per addizione le composizioni traendo le figure da studi in presa diretta effettuati su modelli in posa.

Sebbene la datazione del dipinto sia ancora materia di discussione, è possibile ritenere che sia stato commissionato a Caravaggio dal cardinale Maffeo Barberini, i cui libri di spese registrano pagamenti all’artista per un’opera non meglio specificata, tra 20 maggio 1603 e 8 gennaio 1604 con un’interruzione durante l’estate, che resta a testimonianza del processo che il pittore e storiografo Giovanni Baglione (1573-1644) aveva mosso contro Caravaggio per diffamazione.


Per esprimere la tua opinione e partecipare al dibattito aperto innescato su questo autore:



NOTE
Room 1 - Stanza archeologica
Room 2 - Giotto e XIII secolo
Room 3 - Pittura senese XIV secolo
Room 4 - Pittura fiorentina XIV secolo
Room 5/6 - Gotico internazionale
Room 7 - Primo Rinascimento
Room 8 - Filippo Lippi
Room 9 - Antonio del Pollaiolo
Room 10/14 - Botticelli
Room 15 - Leonardo
Room 16 - Stanza del Mappamondo
Room 17 - Ermafrodito
Room 18 - La Tribuna
Room 19 - Perugino e Signorelli
Room 20 - Dürer e gli artisti tedeschi
Room 21 - Giambellino e Giorgione
Room 22 - Pittura fiamminga e tedesca
Room 23 - Correggio
Room 24 - Stanza delle miniature
Room 25 - Michelangelo e artisti fiorentini
Room 26 - Raffaello e Andrea del Sarto
Room 27 - Pontormo e Rosso Fiorentino
Room 28 - Tiziano e Sebastiano del Piombo
Room 29 - Parmigianino e Dosso Dossi
Room 30 - Pittura emiliana
Room 31 - Veronese
Room 32 - Tintoretto
Room 33 - Pittori del XVI secolo
Room 34 - Scuola lombarda
Room 35 - Barocci
Room 41 - Rubens
Room 42 - Niobe
Room 43 - Caravaggio
Room 44 - Rembrandt
Room 45 - XVIII secolo



BIBLIOGRAFIA
Gli Uffizi, ed. Rizzoli Skira

Milano, 2007-05-02 16:51:37

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