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CONTRIBUTI
Francesco Bartolomeo Rastrelli

Il Palazzo d'Inverno

La ricca e raffinata raccolta del museo Ermitage

(Elena Marocchi)

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Il termine "ermitage" in francese designa un luogo isolato, un "eremo". E questo fu il nome scelto dalla zarina Caterina II per indicare il palazzo in cui aveva disposto a San Pietroburgo le proprie raccolte; un luogo dove sfuggire al peso del governare.

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onvenzionalmente la data cui far risalire la fondazione dell’Ermitage, oggi Museo Statale dell’Ermitage (1), è il 1764, con l’acquisizione da parte di Caterina II della raccolta d’arte del mercante berlinese Johann Ernst Gotzkowsky, comprendente duecentoventicinque dipinti. Lo scopo era quello di fondare la propria personale galleria di palazzo, non meno prestigiosa delle raccolte d’arte degli altri monarchi europei.

Excursus storico-artistico. La nascita quindi di una prestigiosa raccolta di opere avrebbe presentato la zarina nel consesso delle nazioni come una sovrana illuminata e protettrice delle arti. In realtà, però, esisteva già una collezione, a carattere universale, a San Pietroburgo: quella accumulata dallo zar Pietro I il Grande durante il suo lungo regno. Vi comparivano reperti archeologici, provenienti da scavi clandestini, un complesso di armi e armature rinascimentali, vari oggetti preziosi e gioielli.

Durante il regno di Caterina II, dal 1762 al 1798, fecero il loro ingresso all’Ermitage le collezioni più importanti, che posero le basi per la creazione del moderno museo. All’incoronazione di Caterina la pinacoteca della Kunstkammer raccoglieva circa duecentocinquanta dipinti; alla sua morte ne contava quattromila.

Il collezionismo della zarina, a parte gli aspetti artistici e pedagogici, aveva inoltre connotazioni politiche: spesso, infatti, alle vendite delle collezioni partecipavano i mandatari delle maggiori corti europee e per Caterina risultava fondamentale sottrarre ai rivali le preziose opere per mostrare la ricchezza e l’alto grado di raffinatezza culturale raggiunti dalla Russia, da sempre considerata paese rozzo e retrogrado.

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Nel 1772 l’acquisto della raccolta d’arte appartenuta al banchiere parigino Pierre Crozat suggellava definitivamente la fama della zarina come collezionista e patrona delle arti.

Con l’incoronazione di Nicola I (1825-1855) si realizza la costruzione del Nuovo Ermitage, aperto al pubblico nel 1852. Il nuovo zar acquistò opere d’arte in grado di presentare un quadro abbastanza completo della storia artistica mondiale. Durante il regno di Nicola I si creò quindi, per la prima volta in Russia, un museo pubblico a vocazione universale, frutto della collazione delle raccolte pietrine, cateriniane.

L’ascesa al trono di Alessandro II (1855-1881) staccherà definitivamente la collezione privata dello zar dalle raccolte dell’Ermitage, creando un vero e proprio museo moderno.

Tra le innumerevoli opere esposte, se ne presentano qui alcune particolarmente significative.

HENRI MATISSE – La Danza

La tela fu commissionata il 31 marzo 1909 da Scukin assieme a La Musica, anch’essa entrata all’Ermitage nel 1948. Una terza tela, mai eseguita, doveva completare quello che Matisse aveva concepito come un trittico sulle tre età dell’uomo. Esposte al Salon d’Automne di Parigi nel 1910, le due opere suscitarono perplessità, soprattutto in relazione alla loro violenza cromatica; Scukin stesso temeva di urtare suscettibilità moscovite, ma alla fine si decise di esporre le due tele su piani diversi dello scalone del proprio palazzo, invitando appositamente Matisse a Mosca.

Sembra che l’artista abbia preso spunto dai ballerini del Moulin de la Galette, un locale alla moda di Montmartre; riuscì però a spogliare quelle movenze di ogni riferimento alla realtà concreta, mantenendo solo l’idea del movimento e proiettando i corpi nudi in uno spazio piatto e irreale. Danzando tra il blu (il cielo) e il verde (la terra) i ballerini acquistano una dimensione primordiale, che allude alla vitalità e all’istinto. Nonostante il colore rimanga quello contrastante e violento dei fauves, qui Matisse allarga le campiture e restringe la gamma cromatica; in tal modo le figure acquistano una nuova monumentalità, spoglie e sfrenate come idoli pagani.

L’opera rappresenta uno dei vertici di quella joie de vivre che sarà sempre il segno distintivo dell’artista; l’amore per la vita passa soprattutto attraverso il colore, al quale viene sacrificata anche la forma che, intorno agli anni Cinquanta, si dissolverà nell’astrattismo.

PAUL GAUGIN- Nave Nave Moe- Fonte miracolosa o Dolci fantasticherie

Nonostante il soggetto rappresenti una scena ambientata a Tahiti, l’opera fu dipinta a Parigi nel 1894; l’anno successivo fu esposta ad un’asta organizzata dall’artista, con la quale intendeva finanziare il suo ritorno nei mari del Sud. Tuttavia la vendita si rivelò un fallimento: la maggior parte dei quadri non raggiunse la cifra richiesta, e Gaugin fu costretto a comprarne alcuni di tasca propria per evitare che si deprezzassero. Non era che l’ultima di una serie di delusioni che lo attendevano in Europa, di ritorno dal suo primo viaggio ai Tropici: sperava di ottenere successo grazie all’esotismo dei suoi soggetti, allora di moda, ma la critica liquidò le sue opere come troppo dure, e molti degli stessi amici gli voltarono le spalle.

I critici non compresero che il “primitivismo” di Gaugin era invece frutto di una cultura complessa e coltissima, che aveva radici nel Simbolismo e nel nascente Art Nouveau. Lo dimostra Nave Nave Moe, in cui la tranquilla scena di vita isolana nasconde una sottile trama simbolica che allude al tema cristiano della Redenzione: le due donne in primo piano altri non sono che Eva (con la mela) e Maria: la causa del Peccato e il mezzo della Redenzione. Gaugin accosta figure cristiane a elementi della religiosità tacitiana, i due idoli scuri sul fondo; l’artista spiega così la sua visione delle donne dell’isola, incontaminate come la natura che le circonda ma inclini al peccato. Il giglio in primo piano, simbolo della purezza di Maria, si sviluppa con linea sinuosa contro un fondo piatto, con un’eleganza degna del più sofisticato Art Nouveau.

PABLO PICASSO – La bevitrice di assenzio

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Picasso fu sempre attratto dalle scene con persone sedute al tavolo di un bar, da quando aveva vissuto a Barcellona e frequentato il locale Els Quatre Gtas, ritrovo di molti artisti, fino al suo definitivo trasferimento a Parigi.

La Bevitrice di assenzio costituisce una sintesi di queste ricerche. Dalla donna emerge tutto il vuoto della vita urbana – Picasso amava la città, ma questo non gli impediva di rilevarne gli aspetti contraddittori – e la sua solitudine; già artisti come Toulouse-Lautrec e Degas avevano alluso al tema dell’emarginazione sociale, pur continuando a subire il fascino della mondanità cittadina. Nella scena due elementi sono tematicamente molto forti: l’acconciatura, che ricorda il berretto frigio indossato dalle prostitute nell’ospedale carcerario di Saint-Lazare, e l’assenzio, bevanda liquorosa tratta da erbe dotate di poteri rigeneranti, il cui abuso può tuttavia portare all’alienazione, a causa di alcune sostanze tossiche presenti nella pianta.

La costruzione dell’opera per grandi superfici piatte e segnate da un contorno nero dimostra quanto Picasso cercasse nell’arte dei nabis, di Cèzanne e di Gaugin una chiave per svincolarsi dal naturalismo.

CAMILLE PISSARRO – Boulevard Montmarte a Parigi. Pomeriggio di sole.

È parte di una serie di tredici tele che, nel marzo del 1897, Pissarro dipinse dalla finestra di una stanza dell’Hotel de Russie in rue Drouot, nonostante fosse già stato colpito da una grave malattia agli occhi che lo avrebbe reso quasi cieco. La serie costituì quasi una sfida per l’anziano pittore, che considerava la visuale della stanza una situazione di partenza alquanto impegnativa: la difficoltà non stava nel soggetto in sé, quanto nel particolare metodo di lavoro di Pissarro, che cercava un punto di equilibrio per tutti i particolari.

L’artista cerca un fulcro attorno al quale far ruotare tutta la composizione: lo trova nel lampione arancione in primo piano, che si dispone lungo una retta che prosegue attraverso il tronco di un albero e l’angolo del palazzo immediatamente sovrastante: una chiara scansione spaziale era il primo mezzo per ordinare la visuale. L’orizzonte è significativamente posto a metà della tela, dividendo la superficie anche in senso orizzontale. La pennellata, molto frammentata, definisce le geometrie solide dei palazzi, secondo un’attitudine razionale che influenzò non poco Cèzanne, il quale, appena giunto a Parigi, si legò d’amicizia a Pissarro.

CLAUDE MONET- Il ponte di Waterloo (Pont Waterloo. Effet de brouillard).

Il ponte di Waterloo si pone come testimonianza della maturità dell’artista.

Per tre inverni, tra il 1900 e il 1903, Monet si recò a Londra. Qui dipinse il Tamigi dalla finestra del Savoy Hotel, da cui si vedevano i ponti di Waterloo e Charing Cross. La serie conta quarantuno tele che, come le Cattedrali di Ruen, intendono catturare lo stesso luogo in momenti diversi del giorno, al fine di cogliere le mutazioni della luce nell’avvicendarsi delle ore. Da quella visuale Monet trasse numerosi abbozzi, ai quali lavorava febbrilmente e contemporaneamente per non perdere mai un attimo di luce; sarebbero poi stati rielaborati nello studio di Giverny. Dalla stessa finestra Monet dipingeva anche la serie di vedute del Parlamento, preferendo per queste l’ora pomeridiana tarda; i “ponti di Waterloo” presentano invece la luce mattutina che Monet riteneva migliore, data la posizione del Savoy Hotel, perché nelle prime ore del giorno il rincorrersi delle arcate sull’acqua era messo in maggiore risalto dal controluce.

Monet si dichiarava attratto dall’inverno londinese, soprattutto per la presenza della nebbia, capace di far assumere gradazioni diverse ai colori; essa conferiva inoltree alle cose quel grado di indeterminatezza al limite dell’astrazione che, in quegli stessi anni (dal 1900), si trova anche nelle Ninfeei.

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NOTE
(1) I sei edifici che costituiscono l'Ermitage occupano l'area che si trova nel cuore di San Pietroburgo, lungo la riva del fiume Neva. L'edificio principale di questo unico conglomerato è il Palazzo d'Inverno, residenza degli zar, costruito su progetto dell'architetto Francesco Bartolomeo Rastrelli tra il 1754 e il 1762.



BIBLIOGRAFIA
Ermitage San Pietroburgo, ed. Rizzoli Skira Le joie de vivre nell’arte francese, ed. Cattering Art Picasso. Vita e opere, ed. Cattering Art

Milano, 2007-04-24 16:00:24

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«E le difficoltà con cui sono talvolta alle prese, nell'esprimermi, non provengono certo dall'inosservanza delle famose regole del bello scrivere, ma da una coscienza che stenta a rimarginare alcune nascoste ferite, forse inguaribili, e che tuttavia, ostinatamente, esige la propria integrità. Poiché per essere veri non basta evidentemente essere sinceri. Non è dunque senza sforzo che, rinunciando alle parabole, mi sono accinto anche a questo racconto.»

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http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Mer, 15 mag 2008